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Una riflessione sulla "svizzeritudine"

di

Claudio Origoni
Il cioccolato sta alla Svizzera come la Schnitzel all'Austria. L'equivalenza è certificata anche dall'espressione  dialettale "Ciculat e pö pü!"
Ma la Svizzera – sospendiamo il discorso sull'Austria per una forma di non meglio definibile pudore – è anche montagne, vallate, pulizia, Emmental e orologi. E poi precisione, banche, latte, coltellini giù giù fino ad arrivare a Heidi, appena preceduta da quel personaggio più televisivo che letterario che è Michelle Hunziker (la quale, di svizzero, ha soprattutto il nome essendo il resto anatomia).
Tutto questo, e cioè montagne vallate eccetera è la percezione che gli italiani hanno della Svizzera secondo un'indagine dell'Istituto Piepoli realizzata nell'ottobre 2007.
Insomma, il nostro Paese – ma la cosa vale per tutti gli stati –  è una serie più o meno immutabile di pregiudizi e di luoghi comuni diffusi. (A proposito, non sarebbe ora di rinnovarla, la serie? Non dovrebbero essere i luoghi comuni determinati dalle condizioni storiche, come scrive opportunamente Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera?).
Ora, che la Svizzera sia abitata da un popolo libero e serio (fatta eccezione per leghisti e paraleghisti) è provato, malgrado gli svizzeri – come ha scritto Dürrenmatt negli anni Novanta – vivano in un carcere di cui sono al contempo prigionieri e controllori.
Che viviamo in un bel paese – la Svizzera è bellissima!, dicono gli stranieri, nel senso di turisti, riferendosi al paesaggio – è vero. E forse lo è anche troppo, al punto che c'è chi è convinto, tra i cittadini svizzeri, che anche il paesaggio sia merito nostro.
La lista degli stereotipi sulla patria di Tell è lunghissima. Essa è almeno lunga quanto quella che riguarda i paesi esteri: si veda un numero a caso del Mattino della domenica.
E allora? Vogliamo arrabbiarci? No. Meglio provare a rifletterci, magari sostenuti da una certa dose di ironia, o di autoironia, anche se – mi rendo conto – che è un po' come invitare un paziente a cantare ad alta voce nella sala d'aspetto del Pronto Soccorso.
A questo proposito, a proposito del rifletterci, viene a pennello una mostra, anzi due, che sono state recentemente aperte a Lugano "Enigma Helvetia. Arti, Riti e Miti". Una riflessione, informa il Corriere della Sera, sulla svizzeritudine. O se volete una mostra che si occupa della cultura del Novecento svizzero accompagnata da un bel catalogo in cui spiccano i nomi di Pietro Bellasi, il curatore, Marco Franciolli, Carlo Piccardi e Cristina Sonderegger. Da visitare!
Chissà che il nostro paese non ne esca un po' meno inodore, più normale e magari anche meno esemplare. Mi piacerebbe tanto.
Per dirla con Peter Bichsel, autore di quell'indimenticabile pamphlet che è "La Svizzera dello svizzero", io vivo qui, naturalmente, e ci sto bene. Mi piacciono molte cose di questo Paese, ma non costringetemi a essere costantemente entusiasta. Non sono qui da turista, o non vorrei esserlo! 

Pubblicato

Venerdì 9 Maggio 2008

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