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Una ricetta per via Soldini

di

Stefano Guerra
Un semifreddo alla carota curdo-iraniano, il goulash ungherese, una torta di pasta frolla della Valle di Muggio, lo zighiní eritreo, le lasagnette alla toscana, il sambus somalo. In un cassetto nel Centro giovanile di via Guisan le ricette si accumulano. Cucina multietnica. Le donne che le hanno portate lì sono kosovare, tamil, italiane, ungheresi, somale, ticinesi, angolane. All’inizio, poco più di un anno fa, erano in cinque. Si ritrovavano il venerdì sera. Ai fornelli sperimentavano, condividendo un pezzetto del loro mondo e assaporandone di sconosciuti. Tutte abitavano nelle adiacenze del Centro giovanile, in pieno quartiere di via Soldini. Oggi sono tre volte di più, e alcune vengono da Chiasso (cioè: dall’altra parte dei binari) o dai dintorni. Dai loro scambi culinari dovrebbe nascere a breve un ricettario multietnico atipico, dove gli ingredienti si mescolano con poesie, racconti o qualcosa del genere. Catalizzare potenzialità latenti, captare bisogni. A questo serve soprattutto il Centro giovanile, che è ben più di un centro per giovani. Nei suoi undici anni di attività, infatti, si è trasformato in uno spazio riconosciuto di espressione e di incontro, non soltanto per gli adolescenti ma anche per le loro famiglie. «All’inizio le feste erano quasi solo per i figli, poi sono state allargate ai genitori e infine agli amici delle famiglie. Sono sempre incontri multietnici, dove assieme ballano africani, kosovari, italiani e gente di altri paesi», dice Bettina Materna, una dei responsabili del centro. Oggi a far capo al fatiscente edificio in legno al numero 17 di via Guisan sono soprattutto i giovani (una quindicina quelli che lo frequentano regolarmente) e gli adulti delle famiglie straniere che abitano lì attorno. I corsi (tango, salsa, candele, percussioni africane, ecc.), i concerti, le serate disco e le altre attività sono in buona parte il risultato delle loro richieste. Per Marco Galli dell’Ufficio attività sociali del Comune il Centro giovanile è «un osservatorio attivo», un canale privilegiato attraverso il quale instaurare un contatto diretto sia coi giovani, sia con gli abitanti di via Soldini: «Con i ragazzi si crea un rapporto di fiducia. Così, quando col passare degli anni si vengono a creare situazioni problematiche, noi li conosciamo già e possiamo rispondere meglio alle loro difficoltà». Il centro come antenna, per captare i bisogni di chi è più sfavorito: «Creare corsi e attività per chi ha già la possibilità di seguirli altrove non ha senso. L’idea non è quella di avere una struttura modello, ma di lavorare con le persone che dispongono di poche risorse», dice Marco Galli. Ironia della storia. Il Centro giovanile e i vicini palazzi oggi abitati prevalentemente da famiglie straniere si trovano in isolati delimitati da vie che sono un omaggio alla patria: Guisan, Grütli, Guglielmo Tell. Fino a poche settimane fa, la domenica mattina nel parco all’angolo di via Guisan e via Guglielmo Tell si udivano i canti degli evangelici (africani, con alcuni ticinesi) di “Gesù vive”, trascinati da un coro di giovani ragazze nere con addosso una maglietta rossocrociata. È questa la “via” Soldini (1) oggi: un quartiere dove coabitano chiassesi “doc” (quelli per cui “andare in centro” è ancora “naa in Ciass”), autoctoni appartenenti agli strati più fragili dal profilo economico e sociale, pensionati delle ex regie federali, italiani arrivati a Chiasso negli anni ’50 e ’60 e stranieri di recente immigrazione. (2) La via Soldini del boom economico, del servizio pubblico e quasi esclusivamente indigena (o al massimo un po’ italiana) è un ricordo. «Però più che “stranierizzandosi”, direi che il quartiere sta invecchiando», osserva Edy Bernasconi, cronista del quotidiano laRegione Ticino. Bernasconi è vicepresidente del Comitato carnevale benefico della via Cucù (gruppo storico del rione di via Soldini), che quest’anno ha invitato oltre 700 persone (anziani sopra i 65 anni e bambini fino ai 6, tutti del quartiere) alla festa di Babbo Natale al Palapenz: «Un tempo – dice – gli inviti li mandavamo a moltissimi giovani e a pochi anziani. Oggi è il contrario: a riceverli sono pochi bambini e molti anziani. Fortuna che fra i primi ci sono tanti stranieri, altrimenti fra un po’ non sapremmo più chi invitare». Garanti dell’equilibrio demografico, già oggi artefici passivi della sopravvivenza di una tradizione carnevalesca che a Chiasso ha radici profonde, i bambini e gli adolescenti stranieri di via Soldini – o i loro figli – saranno un domani fra chi gli inviti alla festa di Babbo Natale li scrive invece di riceverli e basta? Roberta, stagiaire al Centro giovanile, dice che i ragazzi kosovari che lo frequentano persino fra di loro parlano italiano. Forse tra qualche anno i loro figli avranno imparato anche il dialetto, e allora la domanda avrà già trovato la sua risposta. (1) La strada dà il nome all’intero quartiere situato oltre i binari della ferrovia, delimitato a nord dallo stadio, a sud dal sottopasso nei pressi della stazione ferroviaria e pressoché sprovvisto di servizi. (2) Contrariamente a quanto si possa pensare, a Chiasso la percentuale di stranieri non-italiani è inferiore a quella presente in altri agglomerati. La particolarità di Chiasso sta piuttosto nella presenza di persone di una cinquantina di nazionalità diverse concentrate in spazi ben definiti (nei palazzi attorno al centro giovanile e in quelli di via Odescalchi, lungo il confine). Cfr. Paola Solcà, Leonardo Da Vinci, Christian Marazzi, “Chiasso, culture in movimento: forme di convivenza multietnica e multiculturale”, Supsi-Dipartimento lavoro sociale, Canobbio, maggio 2002.

Pubblicato

Venerdì 17 Dicembre 2004

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