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Una rete più fitta

di

Françoise Gehring Amato
Il popolo dei «no global» diventa sempre più grande e più forte. Ed è anche pronto ad affrontare le sue contraddizioni, senza complessi, senza aver paura di generare «tensioni», soprattutto ideali, all’interno del movimento dei movimenti. Uno degli aspetti che a Porto Alegre, in occasione della seconda edizione del Forum sociale mondiale, è emerso abbastanza chiaramente è il rafforzamento dei movimenti sociali rispetto alle istanze istituzionali della politica. È indubbiamente cresciuta la consapevolezza di essere soggetti e attori forti nel progetto di costruzione di un mondo migliore. I parlamentari della guerra Questa nuova forza, palpabile in tutte le conferenze e atelier, si è espressa in modo manifesto contestando la presenza di quei parlamentari europei che nei loro rispettivi paesi non avevano contrastato la logica della guerra, avvallando così le scelte dei loro governi. E in chiusura del secondo Forum sociale mondiale i movimenti sociali hanno presentato un appello in sedici punti, sulla spinta dell’infaticabile Vittorio Agnoletto, che chiede, tra le altre cose,di fare chiarezza sulla partecipazione dei politici. La lotta contro la globalizzazione neoliberista e contro la guerra sono i pilastri dei movimenti «no global», i politici che si scostano da questi principi non sono, insomma, benvenuti. Detto altrimenti, il Forum sociale mondiale non deve diventare una vetrina per quei politici che hanno bisogno di rispolverare la loro immagine, ma deve rimanere il punto di incontro della società civile portatrice del messaggio «la globalizzazione dal basso». Ma la solidità della rete contro la mondializzazione si esprime anche attraverso la forza di gravità che esercita su una parte della sinistra, quella sinistra che ha capito che per rinascere deve agganciarsi – seppur in forme diverse – alle lotte portate avanti dal popolo di Seattle e dai movimenti, come i «Sem Terra» o la Marcia mondiale delle donne, che mettono in discussione su un piano estremamente concreto l’impostazione economica del modello neoliberista. Agganciarsi non deve però significare strumentalizzare i movimenti sociali, estremamente gelosi – e si capisce – della loro indipendenza, autonomia e specificità. La tentazione di «mettere le mani» sul Forum sociale mondiale è comunque grande. Qui a Porto Alegre si è infatti avuta l’impressione che il Pt (Partido dos trabalhadores) – a cui si deve la straordinaria organizzazione del Forum – tentasse in qualche modo di mettere sotto la sua tutela la manifestazione. Ma i dirigenti del Partito sono troppo intelligenti per correre il rischio di essere accusati di voler controllare il Forum. Movimenti sociali:l’autonomia non si tocca Del resto nel dibattito finale sulle relazioni tra partiti e movimenti sociali è emerso in modo chiaro che le due istanze devono mantenere la propria autonomia dialogando fra loro. Significativo l’intervento di un sindacalista che, citando Rosa Luxemburg, ha ricordato: «La libertà non può essere altro che pensare diversamente». Harlem Désir, fondatore di SoS Racisme e deputato socialista francese, ha dichiarato: «L’indipendenza dei Movimenti sociali rappresenta una forza in grado di fecondare le idee dei partiti. Ma essi hanno bisogno dei partiti quali sbocco politico delle loro rivendicazioni». Altri hanno messo in evidenza come i partiti siano sterili se staccati dai movimenti di protesta. L’interconnessione dei due attori, ai quali si affiancano anche i sindacati come terza componente, rappresenta una dinamica importantissima nella lotta contro la globalizzazione. Perché solo unendo le forze, ha sottolineano il segretario della Centrale unica dei lavoratori, è possibile fare un fronte comune a livello mondiale. La seconda edizione, ormai già relativamente lontana, si è conclusa riconfermando la sua volontà e determinazione a combattere le conseguenze della globalizzazione economica che scava abissi sempre più profondi tra il Nord e il Sud e allunga le distanze. Distanze fatali per l’ascolto e la comprensione dei bisogni elementari dei più sfortunati del pianeta. Campi aridi e piscine piene «I depositari degli accordi economici – ha detto l’economista femminista indiana Vandana Shiva – vogliono farci credere che non abbiamo bisogno dell’acqua per irrigare i nostri campi, e che possiamo tranquillamente rinunciarvi per riempire le piscine del 20 per cento della popolazione mondiale» . E a proposito dell’acqua il professore Riccardo Petrella non si è stancato di ripetere che si tratta di un bene comune e che pertanto non va privatizzata! L’acqua è vita e negare l’accesso all’acqua significa compromettere seriamente lo sviluppo di persone e popoli e, non da ultimo, la sostenibilità del pianeta difesa «anima e core» dal segretario internazionale degli Amici della Terra, Riccardo Navarro. «Non c’è sostenibilità del Nord – ha detto – senza sostenibilità del Sud. La Terra non è una merce, gli uomini non sono merci, la vita non è merce. Il primato della logica del denaro va combattuto con ogni mezzo. Occorre ridare ai popoli ciò che le multinazionali hanno tolto loro». Il banco degli accusati Sul banco degli accusati il debito esterno, giudicato da un Tribunale speciale e condannato «per avere commesso ingiustizie infami imponendo regole che la società civile non ha scelto, causando la perdita della sovranità nazionale e la degradazione della qualità della vita della maggioranza della popolazione del Sud». Dito puntato anche sulla transazione dei capitali, sulla questione dei brevetti, sulla discriminazione, sullo spreco delle risorse ambientali che contribuiscono ad aggravare le disuguaglianze sociali, sulla negazione dei diritti all’alimentazione, alla salute, all’educazione. Denunciati anche gli abusi commessi ai danni dei lavoratori senza diritti, sfruttati su un mercato che di umano non ha assolutamente nulla. Bocciati senza appello l’Organizzazione mondiale del commercio, definita in più occasioni «una macchina che genera povertà e alimenta le ingiustizie», il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, l’Associazione di libero scambio delle Americhe. Il «cahier des doléances» della mondializzazione selvaggia è in verità molto più lungo, tante sono le disparità accumulate in tutti questi anni di «dittatura» neoliberista. L’enormità delle ingiustizie e la voglia di combatterle si rispecchia nel successo di questa seconda edizione del Forum sociale mondiale, che ha visto la partecipazione di circa 60 mila persone. Fausto Bertinotti, una delle «star» del Forum, parla senza mezzi termini di «evento straordinario perché esprime una novità saliente intervenuta nell’era della gobalizzazione». «Nel momento in cui la globalizzazione capitalistica neoliberale sembrava irresistibile nella sua ascesa – ha detto in un’intervista ad un collega italiano – ecco nascere un nuovo soggetto: il cosiddetto popolo di Seattle, il movimento dei movimenti che diventa protagonista della possibile rifondazione della politica. Il fatto saliente è questo: un popolo si è rimesso in cammino e non si torna più indietro». Un’opinione condivisa da Ignacio Ramonet, uno dei padri fondatori di questo Forum, che ha sottolineato come la dinamica del movimento «no global» sia in costante crescita e come il confronto di idee e le riflessioni siano fertili. Certo ci vorranno tempi lunghi per la rivoluzione del basso. Ma dal laboratorio di Porto Alegre è uscita indubbiamente rafforzata la rete, sempre più fitta, di partecipanti unita attorno al progetto «un altro mondo è possibile». Anche questa è concretezza. «Non veniteci a chiedere adesso soluzioni concrete per cambiare il mondo – ha detto il consigliere nazionale socialista Pierre-Yves Maillard –. L’obiettivo del Forum è, in questa fase, la costruzione di importantissime alleanze. Il nemico che abbiamo di fronte, ossia il capitalismo neoliberale, è enorme. Dobbiamo darci il tempo per organizzare la resistenza. La rivoluzione richiede tempo». Lasciamo le parole di conclusione alla femminista indiana Vandana Shiva: «A Porto Alegre i nostri sogni conquistano uno spazio di ragione e di sentimento all’altezza delle proprie, concretissime, ambizioni. E come per magia diventano volti, e braccia, e case, e comunità. Diventano città, donne e bambini, diventano piante e libertà». Un bilancio positivo Il bilancio della delegazione elvetica che ha preso parte al secondo Forum sociale mondiale di Porto Alegre è positiva. Composta di rappresentanti dell’Ong E-Changer, parlamentari svizzeri (Patrice Mugny, Pierre Tillmann, Pierre-Yves Maillard, Franco Cavalli, Rudolf Strahm), giornalisti del sindacato Comedia, Eric Decarro (presidente della Vpod), Peter Niggli (direttore della Comunità di lavoro), la delegazione ha potuto constatare che le critiche al modello neoliberiste sono cresciute e che si stanno facendo sempre più articolate. Il rafforzamento del movimento dei movimenti ha portato alla costituzione di un contropotere in grado di constrastare sempre di più la politica che conta. Dalla seconda edizione del Forum sociale mondiale è uscita anche rafforzata la lotta contro quelle organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale del commercio e le istituzioni di Bretton Woods, che nei paesi emergenti o in via di sviluppo diventano strumenti di morte. Particolarmente apprezzati la qualità delle conferenze e la ricchezza dei dibattiti, segno inconfondibile di un’opposizione che cresce a livello mondiale. Unica nota dolente la delusione per il Forum mondiale dei parlamentari troppo ripiegato, secondo il copresidente dei Verdi svizzeri Patrice Mugny, su se stesso. Secondo Mugny occorre aprire maggiormente il Forum all’Asia e all’Africa se davvero si vogliono creare alleanze solide e durature in tutto il mondo. Guai se il forum, ha detto Mugny, diventasse un dialogo tra Europa e America Latina.

Pubblicato

Venerdì 15 Febbraio 2002

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