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Lavoro & Salute

«Una politica irresponsabile»

La presidente di Unia critica il ruolo dell’economia e il lassismo del governo nella lotta alla pandemia: alla fine il prezzo sarà molto più alto per tutti

di

Claudio Carrer

Il sindacato Unia chiede una via d’uscita solidale dalla crisi sociale e sanitaria e lancia un appello alla politica e alle autorità ad agire finalmente «con decisione», prendendo «immediatamente tutte le misure necessarie al contenimento della pandemia» e facendo in modo «che non siano i lavoratori e le persone socialmente svantaggiate a pagare il conto della crisi», si legge in una presa di posizione del Comitato centrale in cui si formulano sette rivendicazioni. In attesa delle prossime decisioni del Consiglio federale, che dovrebbero giungere in concomitanza con l’uscita di questo giornale, area ha sentito la presidente nazionale di Unia Vania Alleva.

La gestione della pandemia in Svizzera sta forse toccando in questi giorni uno dei punti più bassi, di maggiore confusione e conflitto tra autorità federali e cantonali e i rappresentanti di vari settori economici. E questo in una fase particolarmente grave della crisi sanitaria. Che giudizio dai della situazione, come te la spieghi e quali vie d’uscita vedi?
Anche se il Consiglio federale si ostina a non dichiararla, viviamo di fatto una situazione di emergenza: il numero delle ospedalizzazioni e dei morti di Covid fanno sì che delle restrizioni sempre più severe siano inevitabili. Continuare a parlare di “responsabilità individuale” equivale a una politica del lassismo. Come dimostra per esempio la volontà di tenere aperte le piste di sci, che nella situazione attuale è semplicemente da irresponsabili, perché va a spese delle persone socialmente più deboli. Se siamo arrivati a questo punto, cioè sull’orlo di un lockdown, è perché negli ultimi mesi la grande economia e i partiti borghesi hanno pensato solo a obiettivi di fatturato e al profitto immediato. Ironia della sorte, questo non solo ha provocato migliaia di morti, ma rende anche impossibile la “normalizzazione” economica. Salute dei cittadini e sicurezza economica si possono avere solo insieme, la politica deve finalmente capirlo.


Nell’immediato il sindacato Unia che misure auspica per frenare la crescita delle infezioni? Sarà inevitabile un nuovo lockdown più o meno totale?
Continuo a non essere un’esperta di pandemie, ma quando sento cosa dicono gli ospedali e il personale infermieristico, vedo cosa stanno facendo gli altri paesi, il buon senso mi dice: di fronte all’emergenza, bisogna contenere tutto ciò che contribuisce alla diffusione della pandemia, dai mercatini natalizi alle aperture straordinarie dei negozi. E per i ristoranti e i bar, invece del mosaico di soluzioni parziali, sarebbe sicuramente più semplice chiudere completamente per un po’ fintanto che i numeri dei contagi non raggiungano un livello gestibile. Ovviamente al tempo stesso bisogna assolutamente prevedere l’indennizzo completo per tutte quelle realtà economiche toccate dalle misure, sia per i lavoratori autonomi sia per i dipendenti. Per i salariati toccati dal lavoro ridotto con retribuzioni fino a 5.000 franchi andrebbe in particolare garantito il 100 per cento del salario. Vanno poi trovate soluzioni per sgravare le aziende dagli affitti. E infine, ma non da ultimo, urge maggiore e concreto sostegno per le lavoratrici e i lavoratori dei settori essenziali ed esposti (si pensi alle cure, alla vendita, alla logistica), che da mesi stanno facendo una fatica immane e che sono al limite delle loro forze.


Sono mesi che il sindacato porta avanti queste rivendicazioni. Perché non ottiene ascolto?
È in parte vero. Mentre all’inizio della pandemia le rivendicazioni sindacali avevano avuto eco e trovato riscontro in tutta una serie di misure di protezione nel mondo del lavoro adottate dal governo, in questa seconda fase otteniamo dei risultati ma non tanti quanto vorremmo. Finora si sta imponendo la logica dei partiti borghesi, tutta tesa a evitare ogni costo economico. E la cosa grave è che per questo si rinuncia a decisioni necessarie per il contenimento della pandemia, pur sapendo che alla fine le lavoratrici e i lavoratori pagheranno un prezzo (anche economico) molto più elevato.


Il ritardo con cui vengono adottate certe misure e la strategia liberale sin qui seguita dal Consiglio federale (anche per rapporto ad altri paesi) fanno pensare che in un certo senso, nel nome del funzionamento della macchina produttiva, si accetti la morte di molti anziani. Si può affermare che, oltre alla crisi sanitaria ed economica, stiamo vivendo anche una crisi morale?
Abbiamo superato i 6.000 decessi e la politica praticamente non se ne occupa. Questo è un segnale sicuramente inquietante per rapporto al valore della vita, che  per noi come sindacato è centrale. Al pari della sicurezza sociale, del rispetto e della solidarietà: valori che da sempre orientano il nostro lavoro e che sarebbero utili e necessari all’intera società per uscire rafforzata da questa situazione.


La tutela della salute sui luoghi di lavoro è un altro aspetto delicato, che il sindacato deve ripetutamente richiamare a turno per varie categorie di lavoratori: personale di cura, venditrici, addetti alla logistica, lavoratori edili eccetera. Ritieni che la questione non venga presa sufficientemente sul serio dalle autorità in questa particolare fase?
Rispetto alla primavera, alcuni passi avanti sono stati fatti sul piano del materiale e dei concetti di protezione, ma manca un sistema di controllo sistematico sull’applicazione delle misure sui luoghi di lavoro. È un controsenso assoluto da un lato imporre limitazioni alla vita privata e dall’altro non vigilare sul rispetto delle norme laddove le persone trascorrono gran parte della loro giornata. Per non parlare dell’assenza di dati statistici sui contagi nei differenti rami professionali o della situazione di quelle case di cura dove, per sopperire alla carenza di personale, vi sono lavoratrici e lavoratori positivi al Covid ma asintomatici che vengono chiamati a lavorare.


In vista dell’arrivo del vaccino, per cui non sarà introdotto un obbligo generale, è prevedibile che nasca un dibattito sulla possibilità che per esempio un datore di lavoro lo renda obbligatorio per i suoi dipendenti? E come giudichi una tale eventualità?
È una discussione che potrebbe nascere. Immagino che le persone che non vogliono assolutamente essere vaccinate debbano accettare degli svantaggi, ad esempio in termini di libertà di viaggio. Non sarebbe niente di nuovo e certamente ragionevole. Alcuni paesi richiedono da tempo la prova della vaccinazione, ad esempio per le malattie infettive tropicali. Ma ritengo che degli svantaggi sul lavoro o l’imposizione di un obbligo da parte del datore di lavoro sarebbe assolutamente controproducente. Si tratta di informare e motivare le persone. Vaccinare significa non solo autoprotezione ma anche solidarietà con gli altri.


Se dovessi fare un bilancio di questo anno dal punto di vista dell’azione sindacale di Unia, cosa vedi di positivo e cosa di negativo?
La nostra capacità di reazione sin dall’inizio della crisi è stata decisiva sia per ottenere le misure di cui ho detto prima sia per garantire ai nostri associati (e non) il necessario sostegno, soprattutto nei momenti iniziali di più grande confusione e paura. D’altro canto è stato un anno molto complicato che ci lascia in eredità ancora tantissimo lavoro per cercare di fare imboccare al paese una via d’uscita solidale dalla crisi sanitaria ed economica.


La pandemia ha costretto Unia a rinviare il congresso e tutta una serie di iniziative e manifestazioni. In che misura ciò ha intaccato il funzionamento della macchina sindacale ed eventualmente la sua capacità d’azione?
La pandemia ha intaccato le nostre forme di mobilitazione tradizionali, che sono strumenti essenziali per esercitare pressione e ottenere risultati. Questa è stata ed è una difficoltà reale. Non sono tanto preoccupata per la “macchina sindacale”, ma soprattutto per il fatto che la pandemia ci sta ostacolando come movimento che organizza azioni collettive. Quando le persone non possono più incontrarsi fisicamente, la fiducia nell’efficacia dell’azione comune viene indebolita. Ciò non vuol dire che non possiamo ottenere nulla. Siamo riusciti a imporre nel dibattito delle questioni centrali (come la rivalorizzazione delle professioni essenziali) e abbiamo contribuito anche a vincere la difficile campagna contro l’iniziativa dell’Udc “per un’immigrazione moderata”. Certamente la ricerca di forme di lotta alternative a quelle tradizionali e compatibili con la situazione di pandemia sarà una questione che ci occuperà anche nel 2021, perché le battaglie contro i licenziamenti e in difesa dei lavoratori non possono prescindere dalla nostra forza collettiva.

Pubblicato

Lunedì 21 Dicembre 2020

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