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Una politca della canapa

di

Matteo Ferrari
Settimana prossima, il Consiglio Nazionale discute la revisione della legge federale sugli stupefacenti, già approvata al Consiglio degli Stati. Gran parte della riforma non suscita dibattito e consiste nel recepire nella legge quanto già si fa nell’ambito della politica dei quattro pilastri (prevenzione, terapia e reinserimento, riduzione del danno, repressione). Per contro, l’adozione di un’esplicita politica della canapa - depenalizzazione del consumo e possibilità di tollerare una coltivazione finalizzata al piccolo commercio - è oggetto di un’aspra contesa. L’ultima fase del dibattito non ha permesso un confronto ragionato. In particolare, gli oppositori alla riforma hanno favorito un clima da ultima spiaggia, adatto a raccogliere le firme per il referendum, in caso di approvazione della legge, rispettivamente a contrattare un cambio di direzione, in caso di rifiuto parlamentare, anche di misura. Quest’atteggiamento ha prodotto solo confusione sulla strategia proposta per la canapa, sovente presentata come un salto nel vuoto, ma che scaturisce da approfondimenti e concertazioni in corso da anni. La proposta è motivata dal Consiglio federale come la logica conseguenza di due fenomeni avvenuti nell’arco di tre decenni circa e in buona parte generazionali: maggiori conoscenze rispetto alla realtà della sostanza e un continuo aumento del consumo di canapa delle popolazioni dell’Europa occidentale. Ambedue i fattori hanno avviato un cambiamento nella popolazione e i sondaggi svizzeri degli ultimi anni mostrano maggioranze deboli e oscillanti, indice del travaglio in corso. La strategia proposta ha un duplice intento: tutelare i più giovani e contrastare una nascente criminalità, che a volte utilizza il nostro territorio come porto franco, sfruttando le incertezze tipiche delle fasi di transizione. La via scelta è quella di definire regole sulla scorta di compromessi oggi non praticabili, data la punibilità di ogni atto collegato al consumo di canapa. Si propone di mantenere il generale divieto di consumo di stupefacenti, rinunciando a perseguire il consumo (e la coltivazione a scopo personale) di una sostanza specifica - la canapa - che risulta avere larga diffusione e una connotazione sociale ben diversa da altri stupefacenti. Inoltre, diverrebbe possibile tollerare esplicitamente coltivazione e piccoli commerci, se regolamentati e rivolti alla clientela locale e maggiorenne. Si possono tollerare dei canali di approvvigionamento accessibili alla popolazione nostrana adulta che non disdegna di consumare canapa? È questo il nodo del dibattito che dovremo affrontare, non tanto se lottare contro i rischi di criminalità o se proporre misure a difesa dei più giovani, temi su cui tutti convengono. Il Consiglio federale ritiene che mantenere alla luce il fenomeno, evitandone il ritorno al mercato nero, sia una premessa necessaria per imporre regole a tutela dei più giovani e identificare le coltivazioni nate per l’esportazione. La proposta di legge definisce opportunamente un pilastro “controllo e repressione”: controllo del rispetto di nuove regole, in parte ancora da trovare, e repressione per chi le infrangerà. Sullo sfondo del dibattito al Consiglio Nazionale, un intenso lavoro di lobby da parte degli oppositori e le elezioni d’ottobre, che favoriranno cambiamenti di fronte e astensioni. Eppure manca un’alternativa concreta alla proposta governativa! I generici richiami alla “tolleranza zero” minacciano di prefigurare una prova di forza, invece del necessario dialogo. L’accettazione di una politica della canapa ha inoltre valenza culturale e generazionale, com’è stato il caso, ad esempio, per il divorzio, la convivenza e l’interruzione volontaria della gravidanza. Fenomeni di tale ampiezza, atti a stimolare il dialogo generazionale, non meritano di essere ridotti all’accusa di voler corrompere la società. Oggi, attentare alla gioventù può anche voler dire ostacolare la ricerca di un nuovo e robusto compromesso sulla canapa.

Pubblicato

Venerdì 13 Giugno 2003

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