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Una nuova guida per i socialisti

di

Gianfranco Helbling
Stefano Guerra
Sarà la successione della presidente uscente Anna Biscossa a catalizzare l’attenzione domani al congresso ordinario del Partito socialista convocato al Mercato coperto di Mendrisio. Candidato unico della Direzione del partito, il 42enne granconsigliere Manuele Bertoli è destinato ad assumere le redini del Ps che – uscito rafforzato dalle mobilitazioni dello scorso autunno – si appresta così ad affrontare nel segno della continuità un anno carico di sfide. Le principali? Le incombenti elezioni comunali, i referendum contro il preventivo 2004, i pacchetti di risparmio previsti dal Piano finanziario 2004-2007. Con Manuele Bertoli (alla cui candidatura potrebbero anche affiancarsene altre dell’ultimo minuto) e con Anna Biscossa area si è intrattenuta alla vigilia di un congresso in cui, oltre che di nomine statutarie, si parlerà fra l’altro delle comunali di aprile, di modifiche degli statuti e del documento politico elaborato dalla presidente uscente e dalla Direzione. Risponde forse a una di quelle imperscrutabili logiche circolari della vita il fatto che uno dei primi gesti politici che Anna Biscossa compierà dopo aver dismesso i panni della politica sarà depositare nelle urne un “no” al controprogetto all’iniziativa “Avanti”. Dalla difesa dell’ambiente è venuta, alla difesa dell’ambiente è richiamata. Alla presidenza della sezione ticinese del Partito c’era arrivata nel marzo del 1996 al termine di una lunga militanza in movimenti studenteschi, femminili e ambientalisti, fra i quali Sos Mendrisiotto Ambiente. Ora la presidente del Ps si appresta a fare il cammino inverso. Domani lascia la sua carica proprio con la prospettiva di riavvicinarsi a quei movimenti dai quali ha inevitabilmente dovuto prendere le distanze – fisiche, non ideologiche – durante gli otto anni passati alla testa del partito. Come spiega nell’intervista concessa ad area, Anna Biscossa – classe 1954, sposata con un figlio, ingegnere agronomo, docente professionale e ispettrice di tirocinio – farà di più (per sé stessa, per le cause in cui crede) e discuterà meno. Ma intanto fa ancora in tempo ad arrabbiarsi nei panni di presidente del Ps quando accusa la maggioranza del Consiglio di Stato di aver preso una decisione «molto grave» schierandosi a favore del controprogetto “Avanti”: «Nel Cantone, e soprattutto nel Mendrisiotto, ci sono fortissime resistenze in seno a tutti i partiti a questo controprogetto. A me pare molto grave che il governo in sostanza dimentichi una regione del Cantone, non consideri le sue richieste e i suoi bisogni. Ancora una volta, la maggioranza di questo Consiglio di Stato si dimostra non attenta, non all’ascolto del paese, preferendo invece lavorare chiusa in una stanza», afferma la presidente uscente del Ps. Anna Biscossa, il Partito socialista potrà continuare ancora a lungo a giocare sull’ambiguità partito di governo/partito di opposizione, oppure sarà chiamato a schierarsi in tempi brevi? Non c’è nessuna ambiguità, anzi c’è perfetta coerenza. Come partito di governo abbiamo l’obbligo di difendere le idee delle persone che rappresentiamo e di cercare di costruire assieme alle altre forze politiche proposte capaci di rispondere ai bisogni del paese. Quando ciò non è possibile – come successo con il preventivo 2004 o come succederà con ogni probabilità nei prossimi anni alla luce dei pacchetti di risparmio messi in cantiere – è indispensabile ricordare a questo governo che c’è una parte di questo cantone che non è d’accordo. Se il Consiglio di Stato nell’allestimento del preventivo avesse ascoltato gli enti socio-sanitari e i rappresentanti della scuola, se ne sarebbe accorto da solo. Non lo ha fatto. Ha preferito invece lavorare chiuso nella sua stanzetta. Penso sia giusto da parte nostra ricordare – anche gridando in piazza – che esistono alcuni bisogni forti che devono avere risposte. Ripeto, non c’è nessuna ambiguità. Perché il Partito socialista non ha ancora articolato una proposta organica alternativa ai tagli alla spesa pubblica? Semplicemente perché ci troviamo in un momento di confronto fortemente ideologicizzato. I partiti borghesi hanno detto in modo chiaro che non sono pronti ad entrare nel merito su nuove imposte. Per noi non è possibile discutere in questi termini, perché se dovessimo proporre misure puntuali sul fronte delle entrate, esse verrebbero fucilate a priori. Il Ps ha ribadito di essere disposto a parlare di misure volte a contenere la spesa pubblica, ma a condizione che gli altri accettino di entrare in materia sul tema delle entrate. Ma come detto, questo argomento per le forze politiche borghesi è tabù. Lei considera che i presidenti di partito incidano in modo significativo sull’andamento della politica cantonale? I presidenti incidono relativamente poco. In Ticino la politica la fa soprattutto il Consiglio di Stato, per cui gli spazi di manovra per i presidenti di partito sono estremamente ridotti. Nei miei rapporti con gli altri presidenti spesso mi è capitato di vedere spazi di concertazione e di intesa certamente maggiori di quelli che ci sono stati poi in seno al governo. Raramente però questi spazi sono stati tradotti in qualcosa di concreto. Oggi, comunque, il “potere” dei presidenti di partito di governo è sicuramente ridotto rispetto a quello di un tempo. Quali sono stati nei suoi otto anni di presidenza i problemi più grossi in seno al partito, quelli con le sezioni, con il gruppo parlamentare o con il consigliere di Stato? Il rapporto con le sezioni è sempre stato molto positivo, quelli con il gruppo parlamentare e il/la consigliere/a di Stato molto costruttivi, finalizzati a trovare soluzioni e posizioni chiare per il Partito socialista. Ciò che mi ha dato più fastidio è stata la fatica che ha fatto il Partito per capire fino in fondo che l’unità è un obiettivo irrinunciabile per la sinistra. Spesso ho visto i socialisti perdersi in questioni marginali quando il paese aveva bisogno di una loro forte presenza. Oggi mi pare, forse anche aiutato dalla crisi di governo del 17 ottobre scorso, che il Ps abbia finalmente fatta propria l’idea che il paese ha bisogno di un socialismo compatto anche se composito. Spero si tratti di un fatto acquisito, digerito e assimilato una volta per tutte. I rapporti fra il Partito socialista e il nostro settimanale non sono sempre stati improntati a un’aperta collaborazione. Perché? Per noi l’impostazione del giornale è ottima. Ma a volte ci siamo sentiti un po’ sacrificati sull’altare del mantenimento di un equilibrio stretto, quasi da farmacista, fra la dimensione nazionale (legata al fatto che le centrali dei sindacati Sei e Flmo sono azionisti della Edizioni sociali Sa, ndr) e quella cantonale (anche la sezione ticinese del Ps è fra gli azionisti della società anonima, ndr). Ogni tanto mi sarebbe piaciuto – in occasione di battaglie importanti – poter contare maggiormente sul giornale. Anna Biscossa, come occuperà da domani il tempo liberato? In parte occupandomi di me e della mia famiglia. E in parte continuando a fare politica. Insomma non so bene come, ma continuerò comunque e sempre a fare politica perché è stata e resta una parte importante della mia vita! Bertoli: "Cercherò di dare più volti al Ps" Manuele Bertoli, se lei verrà eletto presidente del Partito socialista (Ps) ci si deve aspettare una conduzione del partito molto diversa rispetto a quella di Anna Biscossa? Ognuno conduce un’organizzazione secondo le modalità che gli sono proprie, per cui qualche differenza rispetto al passato ci sarà, ammesso che io venga eletto e che sia solo il presidente a dover decidere come si deve guidare un partito. Credo piuttosto che questo debba essere un compito cui far fronte a più voci, in particolare da un gruppo dirigente composto dalla direzione (per quel che riguarda il funzionamento del partito) e dal gruppo parlamentare (per quanto attiene più le modalità di azione politica). Nel documento che presento al Congresso auspico anche un cambiamento concernente le modalità di lavoro. Io, infatti, ho sempre lavorato per obiettivi, che ritengo la modalità più semplice ed adeguata all’attività di un partito. Per questo ho proposto l’adozione di un piano delle politiche in cui si enumerano chiaramente i nostri obiettivi: il Ps deve avere obiettivi concreti e non programmi generici. In questo modo tutti, dentro e fuori il Ps, potranno capire dove ci posizioniamo e cosa vogliamo. Questo permetterà anche all’interno del Ps di discutere dei problemi reali del paese, evitando di perderci in discussioni fumose o in sterili contrapposizioni interne. Durante la sua presidenza Anna Biscossa si è esposta molto e in prima persona: se eletto, sarà anche questo il suo stile o intende delegare maggiormente il compito di rappresentare all’esterno il Ps? Spero di poter delegare di più, vorrei che il partito si presentasse con più facce. Negli ambiti in cui ho operato finora ho sempre seguito quest’impostazione: mi pare importante dimostrare anche visivamente la forza e la ricchezza dell’organizzazione che si rappresenta. Si tratta di vedere come organizzare e coordinare questo modo di esporsi all’opinione pubblica, anche se immagino che soprattutto in una prima fase, qualora sarò io il nuovo presidente, dovrò comunque essere piuttosto presente. Condivide l’analisi di Giovanni Galli sul Corriere del Ticino secondo cui il Ps è oggi in crescita di consensi popolari ma non è più in grado di condizionare la politica nelle istituzioni? Certo il Ps è marginalizzato in governo e in parlamento, ma per scelta degli altri. Sono gli altri partiti che hanno alzato il tiro. Questo è il risultato delle politiche simboleggiate dall’entrata di Marina Masoni in governo: la sua è una politica chiara, perseguita con determinazione e finora sostenuta dalla maggioranza della popolazione, che ha votato massicciamente per gli sgravi fiscali. Oggi che i cittadini scendono in piazza il trend parrebbe invertirsi. Spero che la maggioranza politica lo capisca, anche se finora non s’è mai lasciata condizionare da nessuno: e non sembra intenzionata a lasciarsi condizionare nemmeno in futuro, men che meno da noi. Del resto Giovanni Merlini l’ha chiaramente detto all’ultimo comitato cantonale del Plr: ha rimpianto gli accordi del passato con i socialisti che hanno permesso di modernizzare il paese, invitandoci a fare proposte ad esempio su ipotetici aumenti d’imposta precisando però subito di non essere disposto ad accettarne nessuna. È un po’ come chiederci di fare la corte ad una fidanzata che non ha nessuna intenzione di aprire la porta… Probabilmente è soltanto con un’espressione ancora più chiara della volontà popolare che le cose potrebbero cambiare. I referendum contro il Preventivo 2004 sono una prima grossa occasione per far sentire una volontà popolare diversa da quella della maggioranza. Esatto, e io insisto soprattutto sul referendum contro il taglio dei sussidi di cassa malati. Esso è il più significativo perché se gli sgravi fiscali hanno dato ai ricchi, che non ne avevano bisogno, ecco che con il taglio dei sussidi si riesce addirittura a togliere ai poveri. Se il popolo accetterà i tagli ai sussidi, questo significa che si continuerà imperterriti sul binario attuale. Se invece il popolo dirà di no, allora tutti quanti dovremo metterci a ripensare al futuro di questo cantone: e a quel punto noi rientreremo in gioco in maniera più incisiva di quanto non accada oggi. Lei quindi non vede la possibilità di un rapporto preferenziale del Ps con un altro partito di governo? Oggi non la vedo. Il Ticino politico ha un grosso problema: la sua estrema litigiosità. Il simbolo di questa litigiosità fra i partiti è l’incapacità di collaborare fra Plr e Ppd, che da decenni propongono la stessa politica senza saper andare d’accordo. Ma non escludo che vi siano spazi per future intese, perché compito dei politici è proprio quello di individuare questi spazi per trovare le migliori soluzioni per la popolazione. Ognuno dica da dove parte e fino a dove è disposto ad andare incontro agli altri. Più in là è una questione di punti d’equilibrio e di prezzi da pagare. Gli altri presidenti di partito hanno accolto con favore l’ipotesi che lei assuma la guida del Ps, rilevando però che sarebbe «troppo a sinistra». Queste sono opinioni loro. Non so in base a cosa lo dicano. Io sono più a sinistra o più a destra a dipendenza dell’argomento di cui si sta parlando: su certi temi so essere anche molto radicale, su altri sono più possibilista. In una recente intervista televisiva lei ha detto di ammirare Massimo D’Alema. Perché proprio lui? Mi pare che sappia analizzare bene la situazione in cui si trova la sinistra in Italia. È per questa sua lucidità che l’ho sempre ammirato, al di là della sua storia politica: le sue analisi non sono mai scontate, eppure sono nel contempo sempre realiste. È un pragmatico estremamente lucido. D’Alema per altro si colloca ben saldamente nel solco della tradizione riformista, alla quale direi che il Pci di Berlinguer comunque apparteneva. E sa perfettamente che la sinistra in Italia non ha più del 30 per cento dei voti e che può diventare maggioranza solo alleandosi al centro. L’alternativa è negarsi ad ogni ipotesi di governo: ma non credo che questo sia nell’interesse della popolazione che la sinistra dice di voler rappresentare. Una promessa che già oggi si sente di fare ai compagni qualora il congresso la eleggesse alla presidenza del Ps? Di fare del mio meglio. È un po’ generica come promessa, lo ammetto, ma è sincera.

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2004

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