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Una nuova globalizzazione

di

Silvano De Pietro
È l’ora di un cambiamento di rotta. Dall’inizio degli anni Ottanta si parla di globalizzazione, da quando Ronald Reagan, appena eletto alla presidenza degli Usa, cominciò a parlare di deregolamentazione dell’economia, nel senso di un minore intervento dello stato. Poi, con il crollo dell’Unione sovietica, ha preso il via la liberalizzazione in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, venduta come una grande opportunità per tutti i paesi, anche per quelli più poveri, di accedere ai mercati mondiali. Ma l’abbattimento delle barriere non ha prodotto gli effetti sperati. Con il libro “La globalizzazione, e dopo... Quale sviluppo nel 21° secolo?” di Peter Niggli, la Comunità di lavoro (di cui Niggli è direttore) delle organizzazioni umanitarie Swissaid, Sacrificio quaresimale, Pane per i fratelli, Helvetas, Caritas, Heks (l’opera caritativa delle chiese protestanti), pone all’attenzione dei paesi industrializzati una questione centrale: a cosa sono serviti 25 anni di globalizzazione? Quali risultati ha prodotto la politica economica dettata dai paesi industrializzati alla maggioranza dei paesi in via di sviluppo? Quali sono le alternative realistiche a questa politica? Quali sono le poste in gioco per la Svizzera e per le organizzazioni di cooperazione internazionale? Come devono modificare, queste, il loro programma? Le risposte a tali domande, in gran parte contenute nell’analisi condotta da Niggli, sono state presentate la settimana scorsa in un’apposita conferenza a Berna, la cui conclusione si può sintetizzare nella richiesta di una svolta nella politica di cooperazione internazionale. «Le promesse di sviluppo fatte all’inizio degli anni Ottanta non si sono avverate. La dottrina del fondamentalismo del mercato è in discussione», ha affermato Niggli, secondo il quale la spaccatura tra Nord e Sud del mondo va superata mediante la divisione della responsabilità, l’impegno a non fare ciò che danneggia i paesi poveri, la liberazione di quest’ultimi dal corsetto di una politica economica irrealistica, la necessità che i meno privilegiati e gli oppressi si difendano e le loro élites mettano giudizio, la conversione dei metodi di produzione industriale per evitare il collasso ecologico della Terra. Jürg Krummenacher, direttore di Caritas svizzera, ha detto che i paesi in via di sviluppo devono poter meglio proteggere in futuro le loro economie, ed i mercati finanziari internazionali devono essere regolamentati con maggiore severità. Niggli ha aggiunto che i paesi più poveri devono trovare una via di mezzo tra protezionismo ed integrazione nell’economia mondiale, come finora è stato il caso di Cina ed India. Occorre dunque una “nuova Bretton Woods”, un compromesso che consenta più protezionismo ai paesi in via di sviluppo. La Svizzera dovrebbe appoggiare una tale svolta, ma su come farlo non c’è consenso tra le forze politiche, economiche e sociali del paese. A dimostrarlo, il dibattito tenuto in seno alla conferenza a Berna, a cui hanno preso parte alcuni rappresentanti di queste forze, tra i quali il presidente dell’Unione sindacale svizzera, Paul Rechsteiner, che abbiamo intervistato. Paul Rechsteiner, condivide la critica della Comunità di lavoro delle organizzazioni umanitarie alla globalizzazione ed al suo fondamentalismo del mercato? L’analisi presentata da Peter Niggli è di alto livello e mostra con grande acutezza gli effettivi errori dello sviluppo sbagliato degli ultimi decenni. E nello stesso tempo punta l’indice verso i rischi che vengono a crearsi con le più recenti tendenze, le quali favoriscono sempre di più la percezione culturalistica dei problemi, mentre crescono le diseguaglianze ed aumentano i bisogni sociali. Ci vuole con urgenza un nuovo programma economico e politico mondiale. In questo contesto, il programma comune delle organizzazioni umanitarie va letto come un contributo a favore di uno sviluppo diverso. E lei come giudica la politica svizzera di aiuto allo sviluppo? La politica svizzera di aiuto allo sviluppo è molto contraddittoria. Vi sono molti approcci positivi: le organizzazioni umanitarie svizzere in genere, secondo una valutazione normale, fanno un ottimo lavoro in una serie di paesi, sostengono lo sviluppo, appoggiano i processi d’evoluzione della società civile, fanno un lavoro orientato verso la soddisfazione dei bisogni fondamentali della popolazione. Ma è la politica estera svizzera che, al contrario, domina spesso nei risultati: l’ultima decisione – quella di finanziare, in parte a spese della cooperazione allo sviluppo, i contributi di coesione nell’ambito degli accordi bilaterali – dimostra che qui cominciano in effetti ad imporsi nuovamente gli interessi della politica economica europea senza alcun riguardo verso il Sud. In questo senso, speriamo che adesso questo programma della Comunità di lavoro delle organizzazioni umanitarie riesca a dare dei segnali in direzione opposta. L’ambasciatore Walter Fust, capo della Direzione dello sviluppo e della cooperazione, ha detto che occorrono meno discussioni e più coerenza. Lei è d’accordo? Anche la sinistra discute troppo? Io credo che oggi si rifletta troppo poco ed anche gli obiettivi vengano poco rielaborati. Viviamo una nuova fase dello sviluppo, caratterizzata dal neoliberismo, dalla deregolamentazione, dalla privatizzazione. Per la grande maggioranza delle popolazioni del mondo, l’avvio di processi di privatizzazione ha soprattutto effetti negativi. Questa era neoliberale ha sostituito, dopo la seconda guerra mondiale, i decenni di keynesismo con il ruolo attivo dello stato verso i bisogni fondamentali e per una politica economica statale più attiva. Adesso è giunto il momento di avviare un nuovo ciclo per un mondo più giusto, per un ordine economico mondiale che apra prospettive di sviluppo anche per la maggioranza dei paesi più poveri, in modo che un simile processo finalmente si metta in moto. Tuttavia non basta dire semplicemente che un altro mondo è possibile: bisogna anche definire, prima di agire, come devono essere questi obiettivi. Ma in concreto, come possono la sinistra ed i sindacati contribuire a questa “altra globalizzazione”? Gli attori della società civile, i sindacati, sono un fattore di potere, importanti anche a livello mondiale, sebbene forti nelle rispettive questioni d’attualità che costituiscono l’emergenza negli stati nazionali. Ciò nonostante, abbiamo pur sempre un orientamento internazionalistico. Anche le organizzazioni umanitarie hanno un forte orientamento internazionalistico, ma sono fattore di potere meno di quanto lo siano i sindacati. Io penso che oggi le carenze di legittimazione dell’ordine imperante siano sempre maggiori, che l’ingiustizia aumenti, che sempre più gente ne diventi consapevole e che il bisogno di una grande alternativa politica, di una grande svolta, cresca sempre di più. E fino a quando una simile alternativa non potrà essere formulata, ci sarà sempre la condizione che i sindacati, ma anche le organizzazioni umanitarie, possano svolgere il loro ruolo e dare il loro contributo. Ma ci vuole logicamente anche una mobilitazione molto più grande affinché ciò possa realizzarsi. Di quanta globalizzazione, secondo lei, hanno bisogno i paesi in via di sviluppo? Insomma, la globalizzazione è ancora un’opportunità per i paesi più poveri? Se per globalizzazione s’intende l’imperante processo economico mondiale che include la liberalizzazione ed il forte orientamento verso gli interessi dei gruppi transnazionali dei paesi ricchi, la globalizzazione non è nell’interesse dei paesi poveri. Quest’ultimi necessitano di un’altra globalizzazione, quale viene espressa dal movimento “altromondialista”, il cui scopo non è quello di ritornare alle idee dell’epoca in cui gli stati nazionali erano autarchici. L’economia mondiale è molto integrata, l’integrazione continua a crescere; ma ci vuole un’altra forma di globalizzazione che può venir ben descritta dall’espressione “altromondialismo”". Allora si può ancora dire che la globalizzazione è un’opportunità per i paesi poveri? No, proprio perché quello che s’intende per globalizzazione è un fiasco per questi paesi. Quello che serve è un’altra forma di globalizzazione, con altri obiettivi e altri mezzi.

Pubblicato

Venerdì 3 Dicembre 2004

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