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Una lezione di sinistra

di

Silvano Toppi

L’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del Labour party in Gran Bretagna ha suscitato anche alle nostre latitudini commenti che navigano tra lo stupore, la caricatura, la denigrazione, la speranza.
Tre atteggiamenti attorno a quell’avvenimento possono interessarci. L’uno potremmo definirlo ideologico-strumentale: ecco che si ripropone un veterosocialismo, si torna indietro di mezzo secolo e oltre, con strumenti e proposte ormai fuori corso. Persino illustri economisti targati socialisti prevedono che con quel bagaglio ci sarà la  “eutanasia del laburismo”. Non si dice però che la sepoltura era già cominciata molto prima.

 

Il secondo atteggiamento finisce nella classica etichettatura-caricatura: si tratta di estremismo, di trotzkismo, di comunismo camuffato, cianfrusaglie bruciate dalla storia. Non ci si chiede se, per caso, non ci si trovi di fronte  semplicemente alla riscoperta del socialismo.  Un terzo, invece, è di tutt’altra natura: la sinistra, sballottata dalla storia, dalla sua inettitudine a trovare pronte risposte, soggiogata pure essa dal dio-mercato, allineatasi per sopravvivenza o per inerzia agli imperativi dell’economia neoliberista, svuotata nella parte che le era più propria dai populismi crescenti e devastanti, si è svegliata e cerca di riprendersi l’anima perduta.


Nell’avvenimento-Corbyn si potrebbe forse vedere qualcosa di salutare anche dalle nostre parti. Assumerlo perlomeno come un modo per smuovere una situazione piuttosto melmosa e putrida. A livello europeo, sicuramente, ma anche nella nostra piccola realtà che sta avviandosi verso una nuova chiamata alle urne.


1. L’irruzione di una leadership nettamente di sinistra in un grande paese europeo, con una scelta forte e un seguito di adesioni improvvise, deve pur far pensare. Può essere utile e stimolante rottura in una situazione come quella odierna di “immobilismo aggressivo” delle élites politiche nostrane, che menano sempre il gioco politico-economico e pretendono di imporlo a chiunque.


2. Una delle leggende che hanno spesso incatenato i partiti di sinistra preoccupati più dell’esito elettorale che della coerenza con i loro principi, è stata quella di ritenere che solo spostandosi verso il centro (sposando in pratica le politiche economiche dominanti, dal mercato giudice assoluto alla crescita innanzitutto, alla liberalizzazione come metodo, al rigore di bilancio come esigenza senza alternative) ci si dava un’immagine di affidabilità vincente. Risulta invece sempre più evidente (e il Labour ne è l’esempio più eclatante) che non è correndo verso il centro o inseguendo conservatori e populisti sui loro terreni che la sinistra vince le elezioni. Si vincono le elezioni solo offrendo all’elettorato proposte precise, che differenzino e caratterizzino.


3. La possibilità di uscire dalla trappola in cui è stata messa la sinistra è un altro fattore che dovrebbe ribaltare una situazione assurda che dura da decenni. Avere cioè il coraggio di reintrodurre un linguaggio che articola ancora termini come giustizia sociale, riduzione delle ineguaglianze (soprattutto attraverso la fiscalità), diritto del lavoro, servizio pubblico efficiente e accessibile con inversioni di rotta rispetto alle privatizzazioni  avvenute (ad es. ferrovie, salute pubblica, educazione), ortodossia budgetaria che non può essere un dogma, critica ragionata alla mitizzazione del liberoscambio, Europa solo se ritorna ai suoi obiettivi sociali. Linguaggio bollato come vecchio e superato, complessando la sinistra, proprio mentre l’ideologia unica economica trionfante proponeva giulivamente la panoplia di due secoli prima, più volte fallimentare, definendola “neo”.

Pubblicato

Giovedì 24 Settembre 2015

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