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Votazione federale del 22 settembre

Una legge dagli effetti devastanti

Vania Alleva: ci vogliono imporre la giornata lavorativa di 24 ore

di

Claudio Carrer

Una revisione che formalmente mira “solo” a liberalizzare l'impiego di personale la notte e la domenica nei negozietti annessi alle stazioni di benzina situate lungo gli assi stradali a forte traffico, ma che è stata pensata per spalancare le porte alla deregolamentazione totale: «Si sta tentando di normalizzare il lavoro notturno e domenicale», ammonisce la sindacalista.


Proviamo a distinguere le conseguenze immediate da quelle più a lungo termine. La controparte sostiene per esempio che il numero di lavoratori costretti a lavorare di notte non aumenterebbe con l'entrata in vigore di questa legge: si tratterebbe solo di consentire ai pochi negozietti interessati (che già oggi sono aperti per la vendita della benzina e per il servizio di ristorazione) di vendere tutti i prodotti dello shop 24 ore su 24: “Non solo panini ma anche luganighette e dentifricio”, affermano i fautori della legge...
I fautori della legge tentano di far credere che si vada a votare sull'assortimento che questi negozietti possono offrire sull'arco delle 24 ore, ma non è così. L'oggetto in votazione è una modifica della Legge sul lavoro, cioè di un testo che per sua natura mira a tutelare la salute e i diritti dei salariati. Si tratta dunque di una decisione che riguarda la salute e i diritti e non certo il bratwurst o la luganighetta. Una sua accettazione significherebbe che nell'immediato la gran parte delle 1.300 stazioni di servizio con negozi annessi presenti oggi in Svizzera potrebbero impiegare personale la notte e la domenica.


E poi ci sono gli effetti collaterali sul piano politico, cioè ulteriori liberalizzazioni (in parte già approvate dal Parlamento federale), come la mozione del senatore Filippo Lombardi (estensione delle aperture dalle 6 alle 20 in tutta la Svizzera) e quella di Fabio Abate (via libera alle aperture domenicali dei commerci considerati mete turistiche).
Particolarmente rivelatrice sulla reale strategia politica della maggioranza borghese del Parlamento è una terza mozione del gruppo dei Verdi liberali, che, facendo esplicito riferimento all'oggetto in votazione e invocando il diritto alla parità di trattamento, chiede la liberalizzazione totale per tutti i negozi e uffici di servizio con una superficie fino a 120 metri quadrati.


In che misura le lavoratrici e i lavoratori di altri settori devono sentirsi toccati dalla liberalizzazione nel settore della vendita?
Il lavoro notturno e domenicale è nocivo sia per la salute sia per la vita familiare e sociale delle persone. Esso deve pertanto restare un'eccezione. Ma dal momento in cui non fosse più così nel commercio al dettaglio, non si spiegherebbe perché lo stesso non dovrebbe valere per l'industria e tutti gli altri settori. L'effetto sarebbe insomma devastante, anche per quei settori  in cui già si lavora la notte e la domenica: non è infatti difficile prevedere che i supplementi salariali oggi previsti (proprio in virtù dell'eccezionalità) verrebbero messi in discussione dal padronato.


I fautori della revisione di legge sostengono che il lavoro notturno e domenicale sarebbe attrattivo per alcune categorie di persone, per esempio per i single con figli e per gli studenti. Come replica?
Tutti i sondaggi condotti da Unia smentiscono questa affermazione (vedi anche articolo a sinistra, ndr). Inoltre l'esperienza accumulata nei cantoni in cui gli orari sono già stati liberalizzati in modo spinto dimostra che la libera scelta del personale non esiste. Per tenere aperto un commercio non ci si può affidare solo agli studenti: il personale fisso è sempre necessario.


Per giustificare la liberalizzazione nel settore della vendita si fa spesso riferimento alle leggi più liberali dei paesi vicini e si denuncia il fenomeno del turismo della spesa. Come si pone il sindacato di fronte a questo dato di fatto?
Il fenomeno del turismo della spesa si è accentuato negli ultimi anni, non certo a causa degli orari di apertura differenti ma per effetto della forza del franco sull'euro. È dunque su questo fronte che si deve agire per contrastare il fenomeno.


Altro argomento dei fautori della liberalizzazione è quello delle mutate abitudini dei consumatori, dovute tra l'altro anche ai cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro. Questo è forse in parte vero...
Le possibilità odierne di fare la spesa in Svizzera soddisfano pienamente le esigenze dei consumatori. Lo dimostrano sia l'esito delle votazioni in materia tenutesi nei Cantoni e nei Comuni negli ultimi anni (in 12 occasioni su 13 i cittadini hanno detto che un'estensione degli orari di apertura dei negozi non è necessaria) sia vari sondaggi demoscopici. Del resto, il potere d'acquisto delle persone non aumenta con l'estensione degli orari di apertura dei commerci: il franco che si spende la domenica o la notte non verrà più speso in settimana o di giorno.


Nel 2005, l'estensione degli orari di apertura dei negozi delle stazioni e degli aeroporti fu approvata di misura (50,6 per cento) grazie al voto decisivo della città di Zurigo. Ritiene che si possa riprodurre una situazione simile e che la partita anche questa volta si giochi in questa realtà urbana, dove già vige un sistema molto liberale in materia e dove forse la gente è già abituata ad andare a fare la spesa a tutte le ore?
La nostra priorità fino al 22 settembre è quella di informare i cittadini di ogni angolo della Svizzera sulla reale portata di questa decisione. È chiaro che nei grandi centri come Ginevra e Zurigo è forse più difficile far passare il messaggio, ma ce la metteremo tutta. Anche perché in una realtà come Zurigo (dove la legge cantonale sugli orari di apertura è stata abolita e i negozi sono aperti dalle 6 alle 23) la Legge federale sul lavoro è la sola rete di protezione rimasta per i lavoratori del settore e non ci si può certo permetterle di indebolirla.


Il movimento sindacale negli ultimi anni ha vinto molte battaglie su questo tema, ma sempre da una posizione difensiva. Considerate le condizioni di lavoro precarie cui sono costretti i lavoratori della vendita, sarebbe pensabile il passaggio ad una fase più propositiva per ottenere un’estensione dei diritti?
Da sempre la questione dei diritti dei lavoratori di questo settore molto grande (più di 300.000 persone) è al centro della nostra azione sindacale. Continueremo pertanto in particolare a rivendicare un contratto collettivo di lavoro per tutto il settore. Siamo ancora lontani da questo perché la controparte si è sempre rifiutata di entrare in merito, ma resta un obiettivo fondamentale.


L'eventuale ottenimento di un ccl cambierebbe la posizione di Unia sulla questione del lavoro domenicale e notturno?
Assolutamente no. Il principio che il lavoro notturno e domenicale deve restare un’eccezione è intoccabile.

Pubblicato

Lunedì 2 Settembre 2013

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