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Una grande lezione

di

Silvano De Pietro
«È un grande esempio per il resto del movimento sindacale». Questo è il giudizio conclusivo che Mariano Pacheco, coordinatore del Sindacato Edilizia e Industria (Sei) per i cantieri dell’Alptransit, ha dato della forte protesta, conclusasi con successo, dei minatori del cantiere di Amsteg, che giovedì 26 settembre sono scesi in sciopero. «Questo è anche uno stimolo per il nostro sindacato, affinché vada a vedere dove sono i problemi. Perché ci sono problemi dappertutto, magari un po’ nascosti, non si vedono subito, ma se si parla direttamente con i lavoratori si scoprono facilmente. È un grande lavoro che il sindacato deve fare. E poi questo sciopero costituisce anche un messaggio ai datori di lavoro ed a tutta la società: se non sono soli, se sono accompagnati dal sindacato, i lavoratori sono disposti a difendersi». Lo sciopero, sostenuto dal Sei e terminato sabato sera alle 22.00, era partito da un gruppo di minatori austriaci che, impiegati in precedenza a Flüelen, per la nuova disponibilità di vitto e alloggio (in container) ad Amsteg s’erano visti decurtare la paga da seimila a quattromila franchi mensili. L’ultimatum da loro lanciato al consorzio delle due ditte per le quali lavorano, parlava di una richiesta d’aumento di almeno mille franchi al mese. La direzione, dopo qualche tentennamento, ha ceduto. «Abbiamo ottenuto tutto quanto volevamo», ci conferma Pacheco con questa intervista. «In pratica, si tratta del 10 per cento di aumento del salario base, che rappresenta 460 franchi mensili. Per il vitto e l’alloggio è stata riconosciuta un’indennità di 40 franchi per ogni giorno lavorativo, meno una trattenuta di 15 perché gli operai mangiano e dormono lì: sono quindi 25 franchi al giorno, pari a 525 franchi al mese. In totale, 985 franchi d’aumento». Quanti sono i lavoratori che, sul totale, hanno aderito allo sciopero? Quello di Amsteg è un grande cantiere. Nelle due ditte del consorzio lavorano 83 persone. A scioperare, praticamente tutti, sono stati gli operai che lavorano in galleria, vale a dire 41 minatori. Mancava un turno di 12 persone, che è quello che è rientrato domenica sera (perché i minatori lavorano sette giorni e poi vanno quattro giorni a casa). Questi lavoratori erano già stati contattati da noi e, se non fossero stati assenti dal cantiere, sicuramente avrebbero partecipato allo sciopero. Di che nazionalità erano? Tutti stranieri. Per la maggior parte austriaci; poi tedeschi, jugoslavi e italiani. La disponibilità a scioperare era generale? Non c’è stato qualcuno che non avrebbe voluto, che si è opposto? All’inizio il gruppo era molto compatto, molto deciso. All’assemblea informativa che abbiamo organizzato venerdì sera, un paio di scioperanti, proprio due persone, hanno abbandonato il gruppo. Abbiamo però potuto continuare ugualmente l’azione. Certo, se lo sciopero si fosse prolungato nel tempo, sarebbe stato più difficoltoso. Ma fino a sabato ci siamo arrivati bene. Perché il consorzio delle due ditte alla fine ha ceduto? Anzitutto, perché la gente prendeva uno stipendio oggettivamente basso. Non al di sotto del livello fissato dal contratto nazionale mantello, ma per operai che fanno un lavoro durissimo, tra la polvere, il rumore, l’umidità e le alte temperature, quei salari sono ancora molto bassi. E questo ci serve per comprovare che, anche se le paghe nel settore edile non sono le più basse in Svizzera, per i lavori più pesanti come quello in galleria, bisogna assolutamente aumentarle. In secondo luogo, c’è una differenza sostanziale tra la combattività di questi operai che vengono da altri paesi, e quella dei lavoratori di qui. È chiaro che loro non si lasciano sopraffare e, quando pensano che hanno diritto a qualcosa, reclamano e sono disposti a difendere i loro diritti. E se trovano un sindacato che li accompagna, allora i giochi sono fatti. La ditta perciò non aveva altra soluzione che cedere a queste rivendicazioni, anche se andavano al di là del contratto nazionale mantello e non si potevano giustificare con paghe inferiori o con più ore di lavoro. E questo perché si è trovata davanti a lavoratori che sapevano esattamente cosa volevano. Interessante è notare che lo sciopero è partito dal gruppo di austriaci, ma c’erano anche i tedeschi e gli italiani, calabresi, che si trovavano nelle stesse condizioni e che hanno detto subito: questa è anche la nostra lotta. Ecco, sono lavoratori che forse da soli avrebbero problemi e non riuscirebbero a fare molto, ma con il sindacato sono disposti ad andare sino in fondo. E la ditta, quando ha capito che i lavoratori erano decisi e che il tunnel sarebbe rimasto chiuso se non si fossero aperte le trattative con il sindacato, non ha avuto altra scelta che negoziare. Pensa che contrasti di questo tipo si ripeteranno ancora sui cantieri dell’Alptransit? Io ne sono certo. Non so quando e dove, però è chiaro che questi problemi sono comuni a tutti i lavoratori. Bisogna trovare il momento ed i gruppi giusti per fare avanzare queste rivendicazioni. Nelle prossime settimane entreremo in trattativa con i datori di lavoro di questi cantieri, dei lavori in sotterraneo, e sono certo che dovranno capire la necessità di cambiamenti.

Pubblicato

Venerdì 4 Ottobre 2002

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