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Giovani e Covid-19

Una gioventù imprigionata dalla paura

La pandemia fa crescere il disagio psichico tra i minori e gli adolescenti: ansia, depressione e uso di droghe. La psicologa: fanno fatica a immaginare e progettare un futuro

di

Veronica Galster

I giovani stanno soffrendo molto a causa della situazione attuale e i casi di crisi sono in aumento. Ripensando alla propria gioventù in molti ricordano la spensieratezza e la gioia di vivere, la leggerezza, i sogni per il futuro. Stati d’animo che in questa crisi pandemica stanno sempre più lasciando il posto alle paure, all’ansia, all’angoscia per il futuro e alla solitudine.

 

Se durante il primo lockdown, abbiamo retto più o meno bene, i dati dello Swiss Corona Stress Study, dell’Università di Basilea mostrano invece un aumento dello stress psicologico nella popolazione svizzera durante la seconda ondata: siamo infatti passati dall’11% di persone che indicavano di trovarsi ad un livello di stress massimo (primavera 2020) al 20%. Anche i sintomi depressivi sono aumentati e quelli gravi sono passati dal 3% di prima della pandemia al 9% nella scorsa primavera e al 18% nel mese di novembre. La fascia d’età più sotto stress è quella dei giovani tra i 14 e i 24 anni: tra loro la frequenza di gravi sintomi depressivi è del 29% e sono aumentati i tentativi di suicidio.

 

Una tendenza, quella riscontrata nello studio dell’Università di Basilea, che trova conferme anche nell’aumento dei casi d’emergenza registrati negli ultimi dodici mesi nelle cliniche psichiatriche per minori: la Clinica di psichiatria infantile e adolescenziale dell’Università di Berna registra un aumento del 50%; quella dell’Università di Zurigo del 40%; al Chuv di Losanna le ospedalizzazioni in pedopsichiatria sono più che raddoppiate con un aumento del 60% tra giugno e settembre 2020 e anche a Basilea la pressione al policlinico e nei reparti di degenza per bambini e adolescenti non è mai stata così alta come dall’inizio dell’autunno 2020.

 

Anche Pro Juventute ha registrato un aumento degli interventi per situazioni di crisi durante le chiamate al 147 (il numero di consulenza e aiuto per i giovani in difficoltà), passando dai 57 del 2019 ai circa 100 del 2020. Nel suo rapporto “Corona”, Pro Juventute evidenzia inoltre come gli effetti della pandemia sui bambini e gli adolescenti siano molteplici e come la generazione più giovane sia particolarmente in difficoltà dal punto di vista psichico. In aumento anche i casi di violenza domestica che vedono coinvolti minori e i conflitti con i genitori più in generale.

 

Un quadro a dir poco preoccupante del quale abbiamo discusso con la psicologa e psicoterapeuta Fsp Elena Conelli, della cooperativa Baobab.

Signora Conelli, i dati dei più recenti studi in merito parlano di un aumento delle richieste di aiuto per questioni legate alla salute mentale dei giovani e giovanissimi. Lo riscontra anche lei nel suo lavoro?

Sì, abbiamo un aumento delle richieste d’aiuto da parte dei genitori per i figli, perché li vedono più chiusi in se stessi o più spesso davanti agli schermi, li sentono più in ansia rispetto al futuro, e quindi si rivolgono a noi. Spesso sono i ragazzi che portano i sintomi di un malessere che è però di tutto il sistema famigliare. Inoltre un sentimento di solitudine si infiltra nell’assenza delle relazioni spontanee e complica il quadro generale.

Quello che osserviamo è un aumento degli stati di ansia, probabilmente legati al fatto che in questa situazione di incertezza dovuta alla pandemia non ci siano prospettive chiare per il futuro. L’incertezza era qualcosa di già presente prima della pandemia, ma ora si è accentuata: i posti di apprendistato per esempio e le ricerche di stage sono più difficili da mettere in moto, non si sa quando tutto ciò finirà, se finirà e questo ha conseguenze negative anche sulle relazioni famigliari. I genitori vedono i figli che non hanno progettualità e non possono investire neanche in attività di tempo libero, che passano più tempo in casa in un periodo della vita nel quale dovrebbero invece essere più proiettati verso l’esterno. Inoltre questa troppa vicinanza può generare conflitti.

Per i più piccolini invece il problema è proprio la mancanza di socializzazione tra i pari, il potersi misurare nelle proprie amicizie, di trovarsi a giocare e chiacchierare al di fuori di quello che è il contesto scolastico che è super controllato in questo periodo: con entrate e ricreazioni scaglionate, distanze da mantenere, nessuno scambio con gli allievi delle altre classi, eccetera.

I problemi c’erano già prima, ma la pandemia li sta facendo emergere in modo molto più schiacciante, e per quanto riguarda il Ticino non ci sono servizi nel settore pubblico che sostengono le famiglie con figli in crisi, manca un servizio di presa a carico efficace nel settore della pedopsichiatria.

 

I dati riguardanti le richieste di aiuto rispetto a un anno fa sono esplosi, cosa secondo lei nella seconda ondata (alle soglie della terza) pesa e ha pesato di più sulla salute psichica dei giovani?

Nella prima ondata ci siamo messi tutti in pausa, le modalità erano diverse e pensavamo probabilmente che ne saremmo usciti relativamente presto. In realtà non è finita, siamo in una specie di ibrido nel quale non abbiamo una vita normale perché ci sono le misure per contenere i contagi e la speranza che finisca presto è un po’ venuta meno. In un contesto del genere chi deve proiettarsi e vivere il proprio futuro, come un adolescente, non è certamente rassicurato. Ci sono poi famiglie nelle quali uno o entrambi i genitori hanno perso il lavoro o comunque situazioni familiari che si sono precarizzate, e questi aspetti incidono sui rapporti con i figli perché un genitore che non sta bene è un genitore che non riesce a dare tutta l’attenzione ai propri figli, non perché non voglia, ma semplicemente perché anche lui vive un disagio.

Siamo in una specie di strascico del primo lockdown, ma senza più l’effetto sorpresa: ci siamo dentro, ci adattiamo, ma è una situazione con poche prospettive per il futuro e poca spontaneità. Questo stato di perenne incertezza non lascia serenità e nemmeno quella spensieratezza che dovrebbe caratterizzare invece la vita dei bambini e degli adolescenti.

 

Quali sono le problematiche o le sintomatologie più ricorrenti?

L’ansia, che si manifesta in varie forme: difficoltà a dormire, ad uscire di casa per una fobia sociale, veri e propri attacchi di panico. Depressione, legata al non potersi proiettare nel futuro o a situazioni familiari che si son sgretolate in questo anno, con tematiche di suicidio. Vediamo anche un consumo di droghe come una sorta di automedicazione. Poi ci sono coloro che già prima erano fragili e che quindi hanno maggiori difficoltà a reggere la situazione. Ho notato anche un aumento dell’aggressività, dovuta a un sentimento di ingiustizia e di frustrazione per la situazione.

 

C’è una “tipologia” di giovani più colpita di altre?

Diciamo che le famiglie che già prima si trovavano in una situazione socio-economica sfavorevole corrono un rischio maggiore di trovarsi con questo genere di difficoltà, così come quelle nelle quali i genitori hanno perso il lavoro o rischiano di perderlo.

 

Come si potrebbero aiutare i giovani a vivere più serenamente questo difficile momento?

Ci sono vari aspetti che si possono prendere in considerazione :

• Per quanto riguarda le famiglie, consiglio di restare all’ascolto dei bisogni dei figli e se un figlio o un membro della famiglia non sta bene farsi aiutare, cercando sostegno nella propria cerchia famigliare e di amicizie e se le cose sono troppo pesanti per essere sostenute in questo modo, allora rivolgersi ai servizi.

• In termini di politica sociale invece bisognerebbe che i servizi sanitari si organizzino in modo da coprire i reali bisogni del territorio con una maggiore aderenza e con un maggiore riconoscimento dei servizi offerti da vari enti e associazioni che operano sul territorio, implementando un lavoro di rete tra pubblico e privato.

Dal punto di vista clinico invece un elemento chiave è sicuramente l’accompagnamento psicologico del giovane, ma anche di tutto il sistema famigliare, perché spesso si prende a carico l’adolescente ma non si pensa alla famiglia. Le crisi sono normali e fanno parte del ciclo della vita, ma in un periodo di pandemia queste crisi o faticano ad emergere (e quindi si crea l’ansia) oppure si fanno molto forti perché proprio esacerbate da questa situazione sociale generata dalla pandemia.

 

Pubblicato

Mercoledì 17 Marzo 2021

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