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Una giornata in Valsusa

di

Francesco Bonsaver
Vista dalla Svizzera, nel paese dove si è concluso da poco lo scavo della futura più grande galleria ferroviaria del mondo, l'opposizione al Treno ad alta velocità (Tav) in Valsusa può apparire inconcepibile. Trasferire dalla strada alla ferrovia il traffico di merci e persone  è la soluzione più sensata. A opporvisi possono essere solo dei testardi montanari, ostili al progresso perché passerebbe nel loro giardino di casa. Degli egoisti incuranti dell'interesse generale.

È una lettura superficiale. Venti anni di resistenza popolare non possono essere così banalizzati. Un'intera generazione in valle è cresciuta a pane e No Tav. Venti anni di lotta che hanno portato all'abbandono di due precedenti progetti del corridoio ferroviario tra Torino e Lione. Oggi tutti riconoscono, compresi i fautori del Tav,  che sia stata una fortuna avere affossato quei progetti assurdi. Ora siamo al terzo progetto dell'opera, detto "low cost". E non è detto che anche questa volta, a posteriori, si dovrà ringraziare il movimento No Tav per averlo impedito.
I "testardi" valsusini si oppongono al Tav essenzialmente per due motivi. Il primo: la difesa di un territorio già duramente provato dal traffico e dalle sue infrastrutture. La seconda ragione esce dai confini vallerani: i miliardi di euro per la sua realizzazione. Miliardi dei cittadini italiani. «Non pensate ci siano altri investimenti urgenti da realizzare nell'Italia di oggi?» chiedono i valsusini ai loro connazionali. E su questa domanda si è chinato anche parte del mondo scientifico italiano. Ben 360 professori e ricercatori sono arrivati alla conclusione che il Tav nella Valsusa è un non-senso scientifico. Lo hanno scritto in una lettera pubblica, invitando il governo dei tecnici di Mario Monti a confrontarsi su analisi e dati scientifici. «Se avrete ragione, sarò felice d'inaugurare personalmente il Tav Lione-Torino» ha affermato il primo firmatario degli scienziati, Luca Mercalli.
Il governo dei tecnici ha evitato di rispondere ai professori. Bocciata dal governo anche l'ipotesi di moratoria sull'opera, chiesta dai sindaci valsusini. Ne abbiamo parlato a Bussoleno con Sandro Plano, presidente della Comunità montana della Valsusa (37 comuni su 39), incontrato sabato 3 marzo, in uno degli abituali momenti di resistenza proposti dai No Tav. «Monti ha espresso la posizione del governo dopo aver sentito la sola campana del presidente dell'osservatorio tecnico (Mario Virano, ndr.). Gli ha descritto una situazione idilliaca e irreale sull'utilità dell'opera in questo periodo di crisi nazionale e internazionale. Si comprende che il governo ascolti il commissario che dovrebbe essere la persona in grado di riferire la situazione obiettiva. Purtroppo non è così. Parlano di 4 o 5 comuni opposti al Tav, quando in realtà sono 23».
Il governo Monti si è dunque limitato a dire che il Tav si farà perché è un'opera d'importanza strategica. E si farà perché così è stato deciso a Bruxelles, Roma e Parigi. Punto e basta. Una posizione testarda, quella dei professori al governo.
Poco importa se al Tav si oppongono non solo i montanari, ma, oltre a una parte significativa della comunità scientifica italiana, il sindacato dei metalmeccanici (Fiom) e importanti spezzoni di società italiana che sovente esprimono la solidarietà nelle loro città.
Il lunedì successivo alla manifestazione dei 70.000 di sabato 25 febbraio, il governo ha risposto con l'allargamento manu militari del perimetro del futuro cantiere, espropriando altre terre. In quell'azione, Luca Abbà, no-Tav da sempre, si è ferito gravemente (si veda articolo sotto). In risposta all'azione di forza del governo, il movimento valsusino ha chiesto la solidarietà del paese. La sera stessa in 42 città italiane ci sono state azioni di protesta targate No Tav.
E per quanto riguarda i sondaggi, l'ultimo realizzato per conto del Corriere della Sera (6 marzo), indica il 44 per cento degli interpellati contrari al Tav piemontese.
Da una questione territoriale si è dunque passati al livello nazionale. Una domanda politica e non d'ordine pubblico come autorità centrali e media volentieri dipingono.
Essere pro o contro il Tav valsusino è uno scontro di civiltà, nel senso che sono due visioni opposte di società a fronteggiarsi. La prima è stata portata avanti negli ultimi decenni dai governi di qualsiasi colore, da Berlusconi a Prodi per finire coi tecnici di Mario Monti. Un'idea di sviluppo concepita sul principio della crescita infinita, da stimolare con progetti faraonici da miliardi di euro. Megainvestimenti generatori di indotti economici da cui tutti potranno beneficiare. È il modello dei grandi eventi come le Olimpiadi o le grandi opere stile il ponte sullo stretto di Messina.
La seconda visione propone invece un'idea di sviluppo sostenibile, a misura d'uomo e di territorio, in cui i fondi disponibili vengono investiti diffusamente nella società, affinché la popolazione possa beneficiarne. Per semplificare, i primi prediligono la Freccia Rossa che collega direttamente Milano e Roma ad alta velocità, mentre i secondi auspicano un potenziamento della disastrata rete ferroviaria dei milioni di pendolari, per mettere in rete tutta l'Italia. Ma il movimento No Tav chiede non solo un altro modello di mobilità, di uso del territorio e della spesa pubblica. Pretende modelli decisionali trasparenti e partecipati. Chiede dunque un altro modello di democrazia. Ed è forse questa pretesa del movimento che spaventa la classe dirigente.

Il pensiero unico del Tav
Segreterie di partito, lobby economiche e media. Tutti schierati acriticamente per l'opera

Lo schieramento dei sostenitori del Tav tra Lione e Torino è imponente. Gode del sostegno bipartisan di tutte le segreterie nazionali dei partiti, dal Pdl alla Lega passando dal Partito democratico. Naturalmente è sostenuto dal mondo economico, e in particolare della potente lobby dei costruttori italiani.
Schierati a favore del cosiddetto progetto d'interesse strategico, salvo poche eccezioni, lo sono anche i grandi media nazionali sia della carta stampata che televisiva. Una posizione partigiana che non ha reso onore alla categoria nel raccontare gli ultimi avvenimenti.
La protesta contro il Tav piemontese occupa le prime pagine dei giornali solo quando vola qualche pietra, mentre le grandi manifestazioni popolari a cui partecipano migliaia di persone (come quella di sabato 25 febbraio con 70.000 partecipanti) vengono relegate nelle pagine di cronaca locale. Se le pietre non volano, la protesta popolare non è notizia. E se qualche spintone o pietra vola, si sbatte "il mostro" in prima pagina. È forte il sospetto di una criminalizzazione mediatica del movimento col fine di oscurare le ragioni della protesta. Potrebbe esserci materia per qualche scuola di giornalismo sul ruolo dei media nei conflitti sociali.
Nelle ultime settimane in particolare, sul Tav i principali mass media (quelli che dettano l'agenda dei temi d'attualità), pare abbiano abdicato al ruolo del cane da guardia della democrazia assomigliando più a cani da compagnia del potere. Tra i diversi esempi negativi di questi giorni, da un caso particolare emergono forti dubbi sullo spirito critico giornalistico. Luca Abbà, agricoltore la cui famiglia è proprietaria da generazioni di uno dei terreni espropriati per far posto al cantiere, durante le operazioni di polizia si è arrampicato su un traliccio dell'alta tensione. Intendeva protestare simbolicamente contro lo sgombero. Qualsiasi manuale di polizia prevede, dopo aver appurato la non messa in pericolo della vita di cittadini o degli agenti di polizia, la priorità della tutela della vita del protagonista dell'azione. Nel caso di un potenziale suicida su un cornicione, prima si evacua la zona per evitare che possa far male a qualcuno cascando, successivamente si allestiscono i teloni per evitare che possa ammazzarsi. Nessun poliziotto dovrebbe avvicinarsi al cornicione prima della messa in sicurezza sua e altrui. È l'esatto contrario di quanto successo con Abbà, quando un poliziotto- rocciatore lo ha rincorso sul traliccio. Nella concitazione, Abbà è rimasto folgorato dalla corrente, cadendo da un'altezza di dieci metri. La sua vita è ora fuori pericolo e il suo corpo sembra reagire bene alla cure, ma per giorni si è temuto il peggio. Nessun giornale si è posto la domanda sul comportamento delle forze dell'ordine, limitandosi al copia-incolla dei comunicati di polizia. È solo uno dei tanti episodi in cui nei media è stata scarsa l'obiettività nel raccontare il movimento No Tav.

«Violenze inammissibili»

Il presidente italiano Giorgio Napolitano ha condannato «le violenze inammissibili che si sono purtroppo verificate in nome dell'opposizione al progetto Tav Torino-Lione».
È violenza militarizzare una valle con 2.500 uomini delle forze dell'ordine? È violenza tagliare recinti, bloccare autostrade o ferrovie? È violenza sgomberare i blocchi illegali con manganelli e lacrimogeni spaccando braccia o rispondere alle cariche lanciando sassi? È un violento chi lancia bombe carta contro gli agenti o il poliziotto che spara da poca distanza un lacrimogeno in pieno volto al manifestante? La disobbedienza civile, che presuppone azioni illegali, è violenza? Il monopolio della forza dello Stato per ripristinare la legalità è sempre una violenza legittima? Occorre essere prudenti nell'esprimere giudizi sommari. Quel che è certo è che non è possibile ridurre un'istanza sociale a problema di ordine pubblico. Criminalizzare una richiesta popolare per offuscarne le ragioni è un metodo vecchio quanto il mondo. Molto più impegnativo, e altrettanto saggio, è il confronto trasparente sul tema. Proprio quel che manca in Val di Susa.

Pubblicato

Venerdì 16 Marzo 2012

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