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Sindacato

«Una forza determinante»

10 anni di Unia, un bilancio coi coopresidenti

di

Claudio Carrer

Il sindacato Unia compie dieci anni. Per sottolineare la ricorrenza, domani a Berna si terrà una grande festa per i militanti e nel corso del 2015 saranno organizzati numerosi momenti d’incontro e di riflessione a livello regionale. Per l’occasione, il sindacato ha anche pubblicato un libro che ripercorre la storia della più grande organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori in Svizzera. area vi propone invece un'intervista a Vania Alleva e Renzo Ambrosetti sulle origini, il ruolo nella società, le sfide presenti e future dell'organizzazione sindacale.


La nascita di Unia è stata preceduta da una lunga fase di avvicinamento tra Sei e Flmo attraverso la realizzazione di progetti comuni iniziata a metà degli anni Novanta. Quale è stato il primo atto concreto che ha segnato definitivamente la via della fusione e sulla base di quali ragionamenti è stato compiuto?


Renzo Ambrosetti: Le prime riflessioni risalgono all'inizio degli anni Novanta, quando ci s'interrogava su come il movimento sindacale avrebbe potuto affrontare le nuove sfide derivanti da un lato dalle ristrutturazioni e dalla massiccia perdita di posti di lavoro nei settori professionali tradizionali e dall'altro dall'evoluzione di un terziario in cui regnava il deserto sindacale. Le due più grandi organizzazioni Sei e Flmo guardavano entrambi con interesse al settore servizi e capirono che bisognava affrontare insieme questa sfida. Il primo passo fu l'assunzione della copresidenza dell'Unione sindacale Svizzera (Uss) da parte di Christiane Brunner (Flmo) e di Vasco Pedrina: in principio pochi capirono che dietro quella mossa si celava un progetto molto più ampio e all'interno delle due organizzazioni non l'avevano presa tutti benissimo.

 

C'erano dunque delle resistenze al processo di unione...


RA: Certo. Sei e Flmo erano in concorrenza, soprattutto in alcune regioni. In Ticino per esempio l'allora segretario del Sei Giuseppe Sergi tentava la penetrazione nel settore della vendita al dettaglio (tant'è che fu lui a firmare il primo contratto collettivo di lavoro al Fox Town di Mendrisio) mentre la Flmo ragionava su una fusione con la Fcta. Ma poi prevalse il buon senso e si imboccò la strada della collaborazione: a partire dalla casa sindacale, dai giornali, dai centri d'informatica, eccetera.

 

Vania Alleva, con quali sentimenti hai vissuto il processo di fusione? Con la consapevolezza che dieci anni dopo ti saresti potuta ritrovare a rilasciare interviste da copresidente nazionale?


Vania Alleva: All'epoca sicuramente non pensavo e non potevo pensare di diventare un  giorno copresidente di Unia. Personalmente la fusione l'ho considerata sin da subito la via migliore per affrontare la situazione di deserto sindacale nel settore dei servizi ma anche un'opportunità per dar vita ad un sindacato più forte e combattivo. Trovo che sia stato un processo molto positivo e molto ben accolto anche dai militanti, che sin da subito si sono identificati nel nuovo soggetto mettendo da parte vecchie ruggini e diffidenze reciproche. Naturalmente all'interno dell'organizzazione ci sono delle divisioni su alcune posizioni strategiche, ma esse non seguono lo schema dell'appartenenza sindacale di origine.

 

A dieci anni di distanza, il processo di fusione si può ritenere ultimato? Nel libro si scrive che le differenze di vedute interne non seguono lo schema dell'appartenenza sindacale precedente. La presidenza continua però a essere composta da un ex Flmo e da una ex Sei. Il modello della copresidenza è destinato a mantenersi?


RA: All'inizio si trattava di assicurare alle organizzazioni fondatrici una conduzione paritaria, successivamente riconfermata dal congresso di Lugano allo scopo di aiutare al consolidamento e dal congresso di Zurigo per assicurare, in particolare attraverso il sottoscritto, una certa continuità in un Comitato direttore fortemente rinnovato. Siccome io l'anno prossimo andrò in pensione, Unia dovrà ancora una volta valutare se proseguire con questo modello. Questo dibattito inizierà nella primavera del 2015.

 

Unia può essere considerata una sintesi perfetta delle due organizzazioni fondatrici oppure il risultato dell'affermazione di una sull'altra?


RA: All'inizio temevamo che il processo di identificazione nella nuova organizzazione fosse molto  complicato e che di conseguenza saremmo stati confrontati con una valanga di dimissioni, come spesso succede con le fusioni. I fatti hanno però fortunatamente dimostrato che questo pericolo l'avevamo sopravvalutato: in tempi brevi militanti e funzionari si sono identificati in Unia e di riflesso la perdita di associati è stata molto contenuta. A mio modo di vedere il successo è dovuto al fatto che la fusione è stata un processo lungo, che non è stato orchestrato dai vertici ma che ha coinvolto la base in ogni sua fase.

 

Se Unia è riuscita a mantenere costante il numero di iscritti ma non ad aumentarlo, è perché il sindacato in generale viene visto dall'opinione pubblica come una struttura vecchia, al pari dei partiti?


VA: A partire dalla fusione la crescita di Unia è stata costante. Siamo riusciti a consolidare la nostra forza è la nostra capacità di lotta nei settori tradizionali. Se consideriamo poi l'obiettivo strategico di avanzare nel terziario, dal 2004 a oggi abbiamo raddoppiato il numero di associati, superando la soglia di 50000. È chiaro che resta ancora molto da fare, ma quanto raggiunto è degno di nota.

RA: Nel paese c'è considerazione per l'operato del sindacato, che stando a un sondaggio del Credit Suisse di qualche anno fa risulta essere una delle istituzioni più credibili agli occhi dell'opinione pubblica, molto di più del governo per esempio. Unia, da parte sua, è un soggetto con cui la politica e gli imprenditori devono inevitabilmente fare i conti. Siamo insomma una realtà determinante nella vita di questo paese e la nostra bandiera è la più conosciuta  dagli svizzeri dopo quella rossocrociata. Del resto, proprio a causa della nostra forza, veniamo attaccati con regolarità da giornali come la Weltwoche e siamo confrontati con un padronato sempre più rigido nei confronti del sindacato.

 

I tentativi di mettere al margine Unia nell'ambito della contrattazione collettiva (si pensi alla recente interruzione delle trattative salariali da parte  degli impresari costruttori o alla rigidità mostrata dal padronato nel confronto sul Ccl nel settore del granito in Ticino) sono dunque frutto di questa logica?


RA: Questo atteggiamento non è dovuto solo alla presenza di Unia. Nel padronato svizzero è andata persa la consapevolezza del valore del partenariato sociale: esso viene solo indicato a parole come un elemento del successo della Svizzera, ma poi viene usato per giustificare ogni forma di peggioramento delle condizioni di lavoro e per mettere all'angolo i sindacati. Siamo confrontati con una generazione di manager e di capi azienda (molti venuti dall'estero a dirigere imprese svizzere vendute negli anni settanta) che sono interessati solo a raggiungere i loro obiettivi e che non ne vogliono nemmeno sapere di contratti collettivi.  Non partecipano nemmeno alla vita delle associazioni padronali, che ormai sono sempre meno rappresentative. Il liberismo ha scardinato la solidarietà anche nella realtà padronale.

VA: In questo contesto diventa ancora più importante per il sindacato lavorare alla costruzione di rapporti di forza a noi più favorevoli.

 

A che punto è il rafforzamento della rete di militanti voluto dalla scelta strategica del 2008 di Unia Forte? In che misura il difficile contesto (dumping salariale, messa in concorrenza dei lavoratori, lavoro interinale, assenza di tutele dei delegati sindacali sui luoghi di lavoro) complica la messa in pratica di questo progetto?


VA: È stato (e sarà) sicuramente un processo molto laborioso, ma a cui non si può assolutamente rinunciare perché da esso  dipendono la forza del nostro sindacato e l'efficacia della sua azione. La professionalità dei nostri funzionari, senza una solida rete di militanti sui luoghi di lavoro non basterebbe a fronteggiare le sfide cui siamo confrontati.  È chiaro che l'individualismo imperante che caratterizza la nostra società non rende il compito più facile, ma non ci sono scorciatoie:

bisogna insistere con questo progetto, che è un progetto di lungo termine.

 

RA: Bisogna anche considerare che negli anni passati il sindacato ha commesso un grave errore strategico smettendo di investire nella rete di militanti. Anche nel settore dell'industria, che aveva una lunga tradizione di presenza sindacale, di militanti sui luoghi di lavoro e di comitati di fabbrica, in talune regioni è andato tutto distrutto perché è venuto meno il ricambio. Ora si tratta di riguadagnare terreno, consapevoli che le chance di successo dell'azione sindacale sono tanto più elevate quanto più è forte la presenza militante.

 

La presenza di Unia nel settore terziario è destinata a estendersi anche al ramo bancario, dove tra l'altro le condizioni d'impiego e di lavoro si sono sensibilmente deteriorate negli ultimi anni?


VA: Dalla sua nascita a oggi, Unia ha privilegiato il commercio al dettaglio (che è un settore enorme con oltre 300000 lavoratrici e lavoratori), ha compiuto significativi passi in avanti nel ramo alberghiero e della ristorazione (200000 lavoratori) ottenendo in poco più 10 anni un aumento del 40 per cento dei salari minimi e si siamo presenti anche nei rami dei trasporti e della sicurezza. Tenuto conto che ci muoviamo in un settore che occupa il 70 per cento dei salariati, dobbiamo fissare delle priorità e cercare di penetrare soprattutto laddove il sindacato non c'è. Penso in particolare al settore della sanità privata, che oltretutto è in grande espansione. Nel ramo bancario per contro il sindacato è già presente con l'Associazione svizzera degli impiegati di banca e dunque per Unia non rappresenta una priorità.

 

Unia è anche un sindacato molto impegnato sul fronte politico con iniziative e referendum. Il tasso di successo delle campagne è però oggettivamente basso. Si tratta di un investimento comunque “redditizio” che proseguirà anche in futuro nonostante le ultime cocenti sconfitte?

 

RA: Il sindacato ha sempre perseguito la strategia del doppio binario: da un lato l'azione tradizionale contrattuale (aziendale o di settore) e dall'altro quella politica che tocca interessi più ampi e più generali, come per esempio il sistema delle assicurazioni sociali. Un'iniziativa come quella sul salario minimo, al di là della  bocciatura polare, ha contribuito a suscitare un dibattito nel paese e anche migliorare le condizioni salariali in alcune realtà: già alla vigilia del voto diverse aziende (per esempio nel commercio al dettaglio) avevano corretto verso l'alto i salari, a dimostrazione che la nostra iniziativa ha anche prodotta una presa di coscienza in una parte del padronato. Il fatto che non si vinca sempre non deve dunque far desistere il sindacato dal partecipare alle campagne politiche o dall'organizzarle.

 

Alcune esponenti del Partito socialista nelle scorse settimane si sono dette per la prima volta disponibili a discutere di un aumento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne, come prevede il progetto di riforma dell'Avs e del secondo pilastro proposto dal Consiglio federale. Anche Unia è disposta a fare concessioni su questo terreno?


VA: La nostra posizione è chiara: l'età pensionabile delle donne non si tocca. Anche solo per il fatto che le donne continuano a subire tutta una serie di discriminazioni nel mondo del lavoro e nella società, qualsiasi ulteriore penalizzazione non entra nemmeno in linea di conto.

 

Stupiscono un po' questi segnali di apertura provenienti da sinistra...


RA: Insomma. Non è la prima volta che esponenti della sinistra assumono posizioni non in linea con le nostre.

 

Parliamo un po' di noi. Unia è editore di tre giornali e di un inserto in cinque lingue per i lavoratori stranieri. Una scelta coraggiosa e onerosa. Quanto necessaria nell'epoca dell'informazione digitale?


RA: Abbiamo sempre ritenuto il giornale uno strumento fondamentale per formare e informare i nostri associati, per rafforzare il loro senso di appartenenza all'organizzazione. I nostri giornali fanno un ottimo lavoro e sanno anche suscitare dibattito nell'opinione pubblica: basti pensare ad area in Ticino, ormai l'unico giornale rimasto fuori dal coro di tutti gli altri. Parallelamente operiamo anche nell'ambito della comunicazione online, ma la nostra intenzione è di proseguire con il prodotto cartaceo.

 

Dal punto di vista strategico sarebbe utile un ulteriore allargamento di Unia attraverso una fusione con altre organizzazioni, per esempio il Sindacato dei servizi pubblici Vpod?


RA: Ci vuole prudenza, perché più un'organizzazione diventa grande più è difficile gestirla. L'ho constatato di persona passando dalla direzione di un sindacato di 100'000 associati a uno di 200'000. Ulteriori passi vanno dunque ben ponderati. Nel panorama sindacale svizzero dell'Uss, a parte il settore dei tipografi, tutto il settore privato è organizzato da noi. Allo stato attuale vedrei piuttosto di buon occhio processi di fusione o di collaborazione sindacale nel settore pubblico e parapubblico che è ancora piuttosto frammentato.

 

 

Unia in sintesi

 

• Con 200.000 associati, Unia è il più grande sindacato in Svizzera.

• Unia organizza le salariate e i salariati di circa 100 rami professionali dell’economia privata nei settori dell’edilizia, dell’artigianato, dell’in-
dustria e dei servizi.

• Unia è parte contraente di circa 270 Contratti collettivi di lavoro.

• Unia è suddivisa geograficamente in 14 regioni e 45 sezioni locali e dispone di 100 segretariati locali.

• Unia ha un organico di circa 1000 dipendenti. Le donne rappresentano il 57 per cento. Il rapporto tra il salario inferiore e quello più elevato all’interno di una regione salariale è di 1 a 3.

• Unia risponde ogni anno a circa 200.000 domande poste dai suoi affiliati agli sportelli o al telefono e fornisce 20.000 consulenze giuridiche. In sede di controversie giuridiche recupera ogni anno più di 25 milioni di franchi di indennizzi in favore degli affiliati.

• Unia gestisce la più grande Cassa disoccupazione della Svizzera, presente con 68 uffici di pagamento. Nel 2013 essa ha versato 1,2 miliardi di franchi d’indennità a circa 82.000 persone disoccupate.

• Unia è editore di tre periodici (area, work e L’Événement Syndical) e della pubblicazione in cinque lingue Horizonte.

• Unia ha un budget annuale di circa 140 milioni di franchi e gestisce 173 immobili con 5450 unità in locazione.

 

Pubblicato

Giovedì 4 Dicembre 2014

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