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Una fabbrica diversa

di

Giuseppe Dunghi

Pisandro faceva il doppio gioco. Come Lisistrato, un ex capo popolare passato dalla parte degli oligarchi, era entrato segretamente a far parte della congiura per abbattere il regime democratico in Atene. Il piano era questo: prospettare agli ateniesi che sarebbe stato possibile distogliere il governatore persiano in Asia Minore, Tissaferne, dall’alleanza con Sparta e, dopo che Sparta fosse stata isolata, vincere finalmente la guerra che durava da vent’anni. Ma la condizione per l’alleanza con il Re di Persia era un cambio di regime in senso oligarchico ad Atene, perché i Persiani non avevano simpatia per le democrazie.


Naturalmente i congiurati non credevano alla storia che andavano raccontando: chi chiedeva di “cambiare la democrazia” o “una democrazia diversa” non era il Re di Persia ma gli aristocratici di Atene da sempre ferocemente avversi al regime democratico, e in particolare uno di essi, Alcibiade, esule in Asia perché scacciato dai democratici e desideroso di tornare grazie a un regime a lui confacente. Il vero obiettivo non era la vittoria su Sparta “se ci aiuta il Gran Re”, bensì il cambio di regime in città.


Dunque alla fine di dicembre del 412 Pisandro da Samo – dove era al comando della flotta ateniese stanziata nell’isola – viene ad Atene e propone all’assemblea popolare, che aveva ancora piena fiducia in lui, la storia inventata: istituire “una democrazia di tipo diverso” e far rientrare Alcibiade, che con i suoi buoni uffici avrebbe ottenuto l’alleanza del Gran Re e così si sarebbe riusciti finalmente a sconfiggere Sparta. Riesce a convincere l’assemblea. Raggiunto il suo scopo, prima di tornare a Samo fa visita di nascosto ai circoli aristocratici per metterli al corrente del vero piano e dare loro l’ordine di preparare il terreno per il rivolgimento, ma – insiste – “che facessero in fretta”: il verbo utilizzato ha un suono sinistro: óste mekéti diaméllesthai, “affinché per nessun motivo si indugiasse”.


E i congiurati appunto non perdono tempo: dopo un’ondata di assassinii dei cittadini più coraggiosi e di intimidazione dei giudici per diffondere il terrore e ridurre la gente al silenzio, in appena quattro mesi riescono ad eliminare il potere popolare e instaurano la dittatura dei Quattrocento. Con quel regime sostanzialmente simile a quello spartano non è quasi più necessaria la conquista della città. Sparta comunque impone la demolizione delle mura e una drastica riduzione della flotta con la conseguente dissoluzione dell’impero marittimo. Atene non si riprenderà più da quella catastrofe.


Per definire la composizione sociale del demos ateniese, cioè di quei cittadini che partecipavano regolarmente alle riunioni dell’Assemblea (non genericamente “il popolo”, ma una parte ben precisa di esso), Luciano Canfora riporta l’esordio di un libello coevo ai fatti, Sul sistema politico ateniese, violentemente antidemocratico, ma che tuttavia afferma: «È giusto che i poveri e il demo lì contino più dei nobili e dei ricchi: per questa ragione, che è il demo che spinge le navi, ed è il demo che ha messo la forza intorno alla città. I timonieri, gli addetti al ritmo dei rematori, i capifila per ogni cinquanta rematori, i piloti di prua e i lavoratori degli arsenali: sono questi che hanno messo la forza intorno alla città, non i soldati e i nobili e i buoni». Insomma il demo sono i cittadini consapevoli della propria indispensabilità per la difesa e la prosperità dello Stato.


Esattamente come gli operai delle Officine FFS di Bellinzona, coscienti e orgogliosi di aver costruito uno dei pilastri del benessere della nostra nazione, i trasporti pubblici. E intorno ai quali si aggirano come uccelli rapaci i Pisandri di oggi a proporre “una fabbrica diversa”.

Pubblicato

Mercoledì 27 Giugno 2018

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