Ventidue giocatori si disputano il pallone. Undici cercano la rivincita, gli altri tentano di conservare una supremazia guadagnata appena un anno prima. Quel 25 maggio 1979 allo stadio Wankdorf di Berna (nel frattempo demolito) si è giocata molto più di una partita. La Fifa celebrava i suoi 75 anni, l’Argentina e l’Olanda erano state convocate per la partita del giubileo. Nella capitale svizzera andava in scena la “rivincita” della finale dei mondiali dell’anno precedente che sul campo del River Plate a Buenos Aires aveva visto la squadra sudamericana imporsi per 3 a 1 sull’Olanda e laurearsi campione del mondo in un paese “schizofrenico”, diviso tra fanatismo calcistico, prigionieri politici, campi di concentramento e desaparecidos. Ma la serata del 25 maggio 1979 a Berna è diversa. La partita è appena incominciata e le televisioni che la trasmettono in Argentina e in molti altri paesi non possono evitare i cartelli di denuncia. Ogni volta che le telecamere seguono il pallone quando si avvicina alla tribuna “argentina”, da quest’ultima viene issato un ritratto del dittatore Videla, accompagnato da altri 13 cartelli, ognuno dei quali con una lettera sollevata da altrettanti volontari che mostrano un chiaro “V-I-D-E-L-A A-S-E-S-I-N-O” (“Videla assassino”). E la fortuna volle che il capriccioso pallone si avvicinasse più volte alla metà campo argentina... Migliaia di rifugiati argentini, cileni, uruguaiani, boliviani, ecc. venuti da tutta l’Europa si erano dati appuntamento al Wankdorf, dove c’erano anche molti svizzeri solidali: tutti assieme, con consegne virulente, volantini di denuncia e la rabbia accumulata per il calvario di questo paese sudamericano preso in ostaggio tre anni prima, il 24 marzo 1976, da una delle dittature più brutali che il continente e il mondo intero abbiano conosciuto. Sul campo una partita timida, senza entusiasmo. Sulle tribune, lo stesso ripetitivo esercizio di alzare ed abbassare i cartelli. Malgrado il pronto intervento, non preannunciato, di decine di poliziotti e di agenti di sicurezza privati – la maggior parte in civile – che tentano di confiscare i cartelli. In seguito si venne a sapere che i rappresentanti dell’ambasciata argentina presenti allo stadio diedero un ultimatum agli organizzatori: se i cartelli non venivano confiscati, avrebbero obbligato la squadra argentina a ritirarsi. Un’offensiva condotta a tambur battente. A colpi di gas e pepe, muniti di manganelli, poliziotti e agenti di sicurezza si lanciano contro le persone che issano i cartelli. La reazione dei militanti esiliati non si fa attendere: pugni chiusi, “i cartelli o la morte”. Scene dantesche di un duello impari tra coloro che “eseguono gli ordini” (come i militari latino-americani) e i militanti esiliati. La sconfitta degli aggressori è brutale quanto la loro traditrice entrata in scena, di fronte a una tribuna latino-americana che celebra un gran trionfo a 10 mila chilometri dal continente martirizzato. Sul terreno da gioco la partita si trascina stancamente. Tutto ciò successe una sera di maggio del 1979. Tre anni prima i militari si resero protagonisti di un colpo di stato che cambiò la fisionomia e il destino dell’Argentina: 30 mila desaparecidos, circa 15 mila prigionieri politici e più di un milione di esiliati all’estero e in patria, un paese trasformato in un campo di concentramento e in paradiso per la “patria finanziaria”, predecessore diretto – o forse punto di partenza – del modello neoliberale che porterà il paese sul lastrico. Un’Argentina condannata durante 7 anni a un martirio quotidiano, malgrado la dignità di una resistenza minoritaria da parte di numerosi settori sociali. Il 24 marzo era il 30esimo anniversario del colpo di stato. E la memoria collettiva rivive: “No all’impunità, no al perdono”, esigono le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, Hijos – che raggruppa i figli delle vittime della dittatura – gli ex prigionieri e i rifugiati rientrati in patria. No all’oblìo, urlano le nuove generazioni. 25 maggio 1979. Al Wankdorf la partita termina. Una partita contro l’oblìo e l’impunità. Il risultato non interessa a nessuno, nemmeno ai giocatori: l’Argentina vince 8 a 7 ai calci di rigore. Ma l’essenziale lo si è visto sulle tribune. All’alba del 24 marzo 1976, la Giunta militare diretta dal generale Jorge Rafael Videla prende il potere. Il golpe scaccia Isabel Perón, presidente dalla morte del marito, Juan Perón, il 1. luglio 1974. Politicamente incapace, compiacente nella sua maniera di governare e completamente allineata sull’estrema destra, “Isabelita” aveva accettato i gruppi paramilitari (Alleanza anticomunista argentina, AAA) promossi da alcuni dei suoi collaboratori. Durante il suo breve mandato, si era già convertita in uno strumento nelle mani dei militari. Per questi ultimi, tuttavia, l’esistenza di uno stato di diritto fragile era un ostacolo ai loro obiettivi strategici che sarebbero stati svelati dopo il golpe. Il 24 marzo 1976, solo tre anni erano passati dalle elezioni generali dell’11 marzo 1973 che segnarono un ritorno alla democrazia con l’arrivo alla presidenza del peronista Héctor Cámpora. Al termine di sette anni di un’altra dittatura, si apriva allora una breve “primavera democratica” di qualche mese, una congiuntura favorevole nella quale la Gioventù peronista – cioè i settori progressisti del peronismo legati ai Montoneros – occuperà posizioni di rilievo nello Stato, promuovendo il rafforzamento delle organizzazioni sociali e preconizzando un “socialismo all’argentina” che entusiasmerà migliaia di giovani militanti. Con il golpe del ’76 si riproduceva una volta ancora lo schema iniziatosi nel ’55 in occasione della sconfitta di Juan Perón: lunghe dittature militari, forti e repressive, seguite da governi democratici fragili e brevi. L’obiettivo esplicito del golpe fu di frenare l’avanzata dei movimenti sociali e di distruggere qualsiasi tipo di opposizione, cominciando da quella della marina. Importanti organizzazioni politico-militari come i Montoneros e l’Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) erano attive nel paese dalla fine degli anni ’60 grazie all’appoggio di una solida base sociale. Costituivano un potere inaccettabile per le forze armate, storicamente legate all’oligarchia. A livello economico i militari cercarono di ridurre e concentrare la ricchezza. In poco tempo liquidarono un terzo dell’apparato produttivo – in particolare le piccole e medie imprese nazionali – puntando sulle importazioni. Parallelamente annullarono buona parte delle conquiste sociali ottenute dai lavoratori negli ultimi 50 anni e in pochi mesi ridussero della metà il salario reale. Il settore finanziario illustra al meglio il fenomeno della denazionalizzazione dell’economia ed è uno degli esempi più chiari del fallimento della logica militare. Il debito estero è cresciuto dai circa 8 miliardi di dollari del ’76 a oltre 45 miliardi nell’‘83, alla fine della dittatura. Dall’inizio della dittatura fino al 2001 il debito estero si è moltiplicato per 20, arrivando fino a 160 miliardi di dollari. Un ciclo diabolico si era instaurato poiché durante questo periodo l’Argentina ha rimborsato 200 miliardi di dollari, ovvero 25 volte l’ammontare del debito nel marzo ’76. Va detto poi che durante la dittatura buona parte dei prestiti contratti all’estero non finivano nelle banche argentine ma servivano ad alimentare gli investimenti all’estero dei militari, dei gruppi economico-finanziari a loro legati e dell’oligarchia. Ma l’aspetto più drammatico della dittatura è stata l’atroce repressione ispirata alla “dottrina della sicurezza nazionale” inventata a Washington, dottrina secondo la quale l’Argentina e l’America latina vivevano sotto la minaccia del comunismo internazionale. I militari hanno considerato come nemici da reprimere tutti coloro che non erano esplicitamente per il colpo di Stato – cioè l’immensa maggioranza dei settori sociali – con il silenzio complice della classe politica. Secondo le principali organizzazioni di difesa dei diritti umani, oltre 30 mila cittadine e cittadini sono “scomparsi” dopo aver patito atroci sofferenze in centinaia di “campi di concentramento” illegali. Circa 15 mila prigionieri politici sono stati detenuti in “prigioni legali” ma con regimi carcerari in tutto e per tutto simili a quelli vigenti in questi campi. Diverse fonti parlano di 500 mila persone costrette a lasciare un paese che all’epoca contava circa 25 milioni di abitanti. box Eletto con un debole sostegno popolare nel maggio 2003, il presidente Nestor Kirchner ha consolidato la sua situazione durante i primi due anni del suo mandato. Alle elezioni legislative dell’ottobre 2005 ha ottenuto il 40 per cento dei voti, il doppio del sostegno iniziale. Tuttavia la situazione economica e sociale è tutt’altro che rosea, anzi. I dati ufficiali segnalano 37 mesi ininterrotti di crescita, crescita che nel 2005 ha raggiunto il 9,1 per cento. Nonostante ciò, a metà marzo dei contadini della provincia di Misiones hanno incendiato la sede del municipio di San Vicente per reclamare i sussidi promessi e non versati dal governo dopo la grave crisi economica che colpì la regione lo scorso anno. Altre proteste sociali scoppiano in varie parti del paese. Secondo Claudio Lozano, economista della Centrale dei lavoratori dell’Argentina (Cta) che sostiene criticamente il governo Kirchner, il “progetto K” (da Kirchner appunto) è un progetto orientato verso l’esterno, di «posizionamento a buon mercato sul mercato mondiale». D’altra parte si tratta di «un modello rivolto verso l’alto» che considera prioritarie le domande dei settori più favoriti della popolazione. In poche parole, il tema fondamentale della ridistribuzione della ricchezza resta in sospeso e non costituisce una priorità per Nestor Kirchner. Bisogna comunque riconoscere i progressi sostanziali raggiunti sin qui nel suo mandato: diritti umani, sostituzione di autorità militari e della polizia, riorganizzazione del potere giudiziario, cui va aggiunto sia il “perdono” ufficiale chiesto dallo Stato alle vittime della repressione, sia il riconoscimento ufficiale dei desaparecidos.

Pubblicato il 

31.03.06

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato