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Brasile

Una crisi mai vista e prospettive inquietanti

di

Maurizio Matteuzzi

Una «pequena gripe», una piccola influenza, come la liquidò ai primi di marzo il presidente Jair Bolsonaro, il Trump tropicale, anche lui assatanato negazionista del lockdown e sostenitore del fuori tutti a lavorare come se niente fosse (al massimo provare con la clorochina e poi lasciar fare al darwinismo sociale). Da allora la «piccola influenza» da coronavirus è diventata prima una epidemia poi una irrefrenabile pandemia che sta facendo a pezzi il Brasile e, intrecciandosi con “virus” di altra natura, lo sprofonda fin sull’orlo della rottura.

Crisi sanitaria (29.341 morti al 1° di giugno, quarto paese al mondo dopo Usa, Regno Unito e Italia, con stime più realistiche che parlano di cifre 10, 15, 20 volte superiori), più crisi economica (-5,3% secondo l’Fmi), più crisi sociale (12,6% di disoccupazione), più crisi istituzionale (magistratura contro governo federale, governo federale contro i governatori degli stati più importanti, in genere ex alleati di Bolsonaro), più crisi ambientale (Amazzonia che brucia e “si apre allo sviluppo”, indios a rischio di un nuovo genocidio), più crisi politica (guerra per bande dentro il governo, ministri che saltano come birilli, vedi i due della sanità). Un’atmosfera di odio, rabbia e frustrazione che rischia di esondare nelle strade, un cocktail esplosivo. Cosa ci vuole di più per far saltare il banco? Ma come? E per mano di chi? E verso dove?
Una situazione così non si era mai vista. Mai in Brasile qualcosa aveva potuto fermare il sacro rito della telenovela delle 8 e mezzo. Ora il Covid-19 ha colpito anche le inossidabili soap.
Con una eccezione che sembra una telenovela e non lo è: il video della burrascosa seduta di governo del 22 aprile che ha portato alla clamorosa rottura con successive dimissioni del super-ministro della giustizia Sergio Moro (rimpiazzato da un pastore evangelico), l’ex-magistrato discusso protagonista dello scandalo di corruzione che aveva tagliato le gambe alla rielezione di Lula e aveva spianato la strada, nel 2018, al trionfo “anti-establishment” del carneade Bolsonaro.  


In quel video di oltre due ore si vede e si sente lo show-down fra Bolsonaro e Moro: uno che vuole nominare un nuovo capo della polizia federale che si tenga lontano dalle indagini in corso sui suoi tre figli – Flavio (senatore), Eduardo (deputato) e Carlos (consigliere comunale a Rio de Janeiro) –, tutti inquisiti per corruzione e legami con mafie e milizie paramilitari; l’altro che accusa il presidente di «inaccettabili interferenze», si dimette e sporge immediata denuncia al Supremo Tribunale Federale, che, altra mossa rivelatrice del clima, dopo un mese decide di diffondere il video coram populo. Uno spettacolo penoso ma avvincente che tiene incatenate davanti alla tv decine di milioni di persone, tante che il sito web dell’Stf dopo un po’ va in tilt.


Ma non basta. Alla fine di maggio ancora l’Stf ordina alla polizia federale una raffica di perquisizioni di una trentina di abitazioni e uffici di personaggi legati all’estrema destra bolsonarista accusati di alimentare “il racket criminale delle fake news” e “la macchina dell’odio” contro i nemici di Bolsonaro (e qui tornano in ballo i figli del presidente). Sullo sfondo c’è una ipotesi di impeachment, al momento improbabile: sarebbe il secondo dopo il golpe blando che destituì Dilma Rousseff nel 2016.
Tutte mosse e contromosse al limite della legalità, e tutti contro tutti. L’eroe della destra giustizialista Moro contro l’eroe dell’estrema destra giustizialista Bolsonaro; Bolsonaro contro gli eroi della tradizionale destra mediatica, come i giornali O Globo e A Folha, che gli hanno tirato la volata al palazzo di Planalto e ora vengono accusati di essere “venduti” e addirittura “comunisti”.


Perché è vero che i sondaggi danno Bolsonaro in caduta con un indice di rigetto del 64%, ma un solido terzo dell’elettorato è ancora con lui.
In mezzo, ago della bilancia, ci sono i militari di cui sono infarciti il governo e i ministeri. Dopo i ripetuti e sfrontati appelli degli ultrà, che lui fomenta, per «la chiusura del Supremo Tribunal Federal e del Congresso» – in sostanza un autogolpe o un golpe militare classico come fu “la Rivoluzione” del ’64 che l’ex capitano non perde occasione di magnificare –, il 5 maggio il ministro difesa, generale Fernando Azevedo e Silva, ha diffuso un comunicato in cui si legge che le forze armate compiranno «la loro missione costituzionale» e «saranno sempre al lato della legge, dell’ordine, della democrazia e della libertà». Un richiamo per tutti. Che fa venire i brividi. Finora gli onnipresenti militari in qualche misura hanno tenuto pragmaticamente a bada il “louco” trincerato a Planalto, ma che succederà di qui alle prossime elezioni del 2022? Da una parte Bolsonaro e i suoi ultrà, in mezzo i militari a fare da improbabili “garanti”, dall’altra Moro che smarcandosi a tempo, dopo essersi sputtanato prima in funzione anti-Lula poi entrando in un governo fascistoide, ha lanciato un chiaro messaggio per il domani. Una prospettiva inquietante e una domanda ancor più inquietante: dov’è finita la sinistra?

Pubblicato

Mercoledì 3 Giugno 2020

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