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Una concorrenza granitica

di

Stefano Guerra
Sono i primi di novembre del 2004. Un cavista della Riviera riceve una telefonata dall’Italia. Un imprenditore di un gruppo proprietario di una segheria di grosse dimensioni in provincia di Verona gli chiede se è in grado di fornire 200 metri cubi di blocchi di granito sull’arco di un anno. Richiama qualche giorno dopo. Questa volta chiede se è possibile caricare il tutto su un treno. «Sì, si può fare. Si tratta solo di trovare i containers adatti e capire in che modo caricarli», risponde il cavista ticinese. Che poi, incuriosito, indaga: «Ma perché dei treni? Per Verona non sarebbe meglio un trasporto su strada?» «Sì, è che il granito va a La Spezia, non a Verona», ribatte l’imprenditore. Al porto di La Spezia, pronto per essere imbarcato alla volta della Cina dove pochi anni fa il gruppo veronese ha costruito una segheria: lì i blocchi vengono tagliati, ridotti in lastre e rispediti in Europa, nel caso specifico a Bonn, in Germania. Agli imprenditori italiani far fare al granito mezzo giro del mondo via mare conviene: i costi del trasporto sono largamente compensati dal maggior guadagno ottenuto dalla lavorazione della pietra in Cina piuttosto che in Italia. E a risparmiarci sarà ben inteso anche il cliente. I costi di trasporto irrisori giocano un ruolo non trascurabile nell’internazionalizzazione del mercato delle pietre naturali: non solo stimolando la delocalizzazione di una parte della produzione nei paesi asiatici (come nell’esempio appena citato), ma anche contribuendo a mantenere la concorrenzialità del granito asiatico – di quello cinese e vietnamita in particolare – sul mercato europeo. «Stiamo assistendo a un enorme trasferimento di lavoro verso i luoghi dove questo costa meno: è questa la realtà di una globalizzazione che oggi ci sta distruggendo, un contesto realmente drammatico», ha detto l’economista Christian Marazzi a una giornata di studio sul granito ticinese lo scorso novembre a Manno. La concorrenzialità della pietra asiatica poggia in primo luogo sull’impiego di manodopera da sfruttare a piacimento o quasi, disposta a lavorare in condizioni indegne che sfuggono a qualsiasi controllo, come ha riconosciuto di recente un importatore svizzero di granito asiatico interpellato dall’agenzia Swissinfo. Lo sfruttamento della manodopera – unito all’alta qualità della pietra smerciata, all’ampia disponibilità di materiale da estrarre, alle tecnologie d’avanguardia utilizzate nell’estrazione e nella lavorazione, ai costi irrisori del trasporto via mare, eccetera – ha spianato la strada verso l’Europa al granito asiatico. Praticamente assente dal mercato elvetico fino alla metà degli anni ’90, il temuto e vituperato granito cinese oggi è secondo per quantità solo a quello importato dall’Italia e può costare fino a un 50 per cento in meno di quello estratto in Svizzera. A rincorrere il minor prezzo non sono solo i privati (vedi box sotto). Sempre più anche gli enti pubblici optano per la pietra proveniente dall’Estremo Oriente. In Ticino ha suscitato polemiche il caso – per ora isolato – del comune di Chiasso, che ha scelto di pavimentare la principale via del centro con del granito rosa proveniente dalla Cina. Nella Svizzera tedesca casi del genere si moltiplicano, soprattutto quando si tratta di forniture per la pavimentazione di strade, segmento di mercato che fino a una decina di anni fa in Ticino assorbiva ancora circa il 90 per cento della produzione e che oggi è appannaggio dei fornitori asiatici (Tages Anzeiger, 6 gennaio 2005). La concorrenza cinese e vietnamita sta mettendo a dura prova i cavisti ticinesi, eredi di una tradizione secolare. Il presidente dell’associazione di categoria Mauro Bettazza si rifiuta però di cedere al pessimismo (vedi intervista sotto). Le statistiche gli danno parzialmente ragione: in calo dalla prima metà degli anni ’90, il numero di ditte attive nel settore del granito e delle pietre naturali negli ultimi anni si è stabilizzato, anzi è aumentato leggermente passando da 50 a 54 fra il 2000 e il 2003. Benché non paragonabile a quello dell’inizio degli anni ’90 (quando nel settore erano impiegati circa 800 persone), il numero dei dipendenti negli ultimi anni è anch’esso cresciuto toccando quota 523 nel 2003. A sud delle Alpi, però, il 2005 è cominciato male: con l’annuncio del licenziamento cautelativo dei 19 dipendenti della storica Antonini Graniti Sa di Castione, schiacciata da carenza di commesse e problemi di liquidità. A questa realtà – difficilmente spiegabile solo con l’abituale calo delle attività che caratterizza il periodo invernale, preludio alla ripresa primaverile – sono confrontati anche gli altri imprenditori. Uno di loro, attivo in Riviera, dice: «È un inizio di anno tragico. Da novembre le commesse sono regredite, fino quasi a scomparire. Le cause? Stagnazione economica generale, tagli nel settore delle strade e nelle opere pubbliche, importazioni. Il cattivo tempo gioca un ruolo importante, ma non si tratta solo di questo». "Gli enti locali sono insensibili" «Il Dipartimento finanze ed economia da anni promuove i vini e i formaggi “nostrani”, non vi è dunque alcun motivo per cui il granito ticinese non debba essere promosso alla stessa stregua». Da quando ha assunto cinque anni fa la presidenza dell’Associazione industrie dei graniti marmi e pietre naturali del Ticino (Aigt), Mauro Bettazza ha tentato in tutti i modi di dare maggior visibilità a un settore in perdita di velocità. Nell’intervista che segue il presidente dell’Aigt parla della scarsa sensibilità che continuano a dimostrare politici, enti locali e progettisti nei confronti del granito ticinese, e spiega le ragioni del suo ostinato ottimismo circa il futuro del settore. Lei ancora lo scorso mese di novembre si era detto ottimista circa il futuro del settore delle pietre naturali in Ticino. Su quali basi? La situazione è difficile, come d’altronde lo era già all’inizio degli anni ’90, prima dell’esplosione del mercato asiatico e cinese in particolare. La tendenza a una forte importazione di pietre naturali e a una bassa esportazione va avanti ormai da un decennio. Quello che siamo riusciti a salvare è un nostro mercato di nicchia, che guarda con interesse ai materiali ticinesi. Molti tra noi hanno fatto sforzi importanti per riuscire a trovare nuovi mercati e quindi allargare il volume di affari. La Svizzera d’oltralpe rimane comunque il nostro mercato di riferimento. Il fatto di essere produttori svizzeri e cari rimane uno scoglio difficilmente superabile, ma lo stesso si riscontra su molti altri prodotti “swiss made”. A qualche mese di distanza, e dopo l’annuncio dei 19 licenziamenti cautelativi alla Antonini Graniti di Castione, è sempre così ottimista? Dopo quest’inverno e dopo aver parlato con i nostri associati lo sono meno. Il caso Antonini meriterebbe un’analisi dettagliata. Altri imprenditori si trovano in difficoltà per analogia: hanno fatto grossi investimenti, spesso di tasca propria, ma i loro prodotti devono ormai competere con altri che escono da macchinari molto simili, hanno spesso la stessa qualità ma prezzi decisamente inferiori. Così in pratica il valore aggiunto derivante dagli investimenti tecnologici è stato annullato in tempi troppo brevi. Spero che il sentimento odierno di pessimismo sia in larga parte da accreditare alla stagionalità. Non c’è dunque ragione d’essere ottimisti? Io ritengo che nonostante tutto una parte del settore delle pietre naturali in Ticino vada bene. Si tratta di quegli imprenditori in grado di estrarre dalle proprie cave del materiale di prima scelta che sul mercato continua ad essere molto richiesto e relativamente ben pagato. L’arrivo dei graniti asiatici non ci ha estinti proprio perché in Ticino abbiamo materiali unici, sebbene oggi sia difficilissimo essere competitivi. A suo avviso i politici, gli enti pubblici, i loro progettisti e gli architetti in Ticino hanno la necessaria sensibilità riguardo l’utilizzo della pietra naturale indigena? Noi siamo rimasti per troppo tempo assenti dalla scena politica, sottovalutando l’importanza del lavoro di “lobbying”. Il politico oggi è reattivo di fronte a chi lo sollecita, per cui chi non si fa sentire scompare. Una parte di responsabilità dunque è nostra. D’altro canto noi abbiamo sempre guardato oltre i confini cantonali, non abbiamo mai avuto una predilezione particolare per il mercato indigeno. Una quindicina di anni fa ci siamo però accorti che lentamente la disaffezione nei nostri confronti – o perlomeno l’inadeguato riconoscimento dei nostri materiali – stava cominciando ad avere effetti negativi per il settore. Torniamo alla domanda. Politici, enti pubblici e architetti in Ticino prestano la sufficiente attenzione alla pietra naturale indigena? In generale gli architetti sono sensibili alle qualità dei nostri materiali, anche se il discorso non vale per tutti. Purtroppo gli enti locali non lo sono, e questo nonostante un costante lavoro di sensibilizzazione da parte nostra che va avanti oramai da parecchi anni. Cosa rimprovera loro? Da quando nel febbraio 2001 è entrata in vigore l’attuale legge sulle commesse pubbliche, noi veniamo considerati sempre più come dei meri fornitori. Ancor oggi la legge tutela le ditte che posano il materiale. In genere sono loro che si aggiudicano gli appalti, sia per la posa che per la fornitura. Esse in fin dei conti sono libere di acquistare il prodotto in pietra naturale da qualsiasi rifornitore – quindi anche da quelli non in regola con oneri sociali, rispetto del contratto collettivo o imposte. Il controllo cade. Negli ultimi sei mesi abbiamo avuto una serie di casi molto, molto negativi, che hanno ulteriormente peggiorato i nostri rapporti con un certo numero di enti locali e progettisti. Si parla di certificazione, di un marchio “doc” da attribuire al granito ticinese. Per imprese di dimensioni medio-piccole come quelle attive nel Cantone è immaginabile un percorso del genere? È un percorso innanzi tutto di tipo mentale. C’è chi ci crede, chi no. Personalmente credo che dovremmo cominciare col metterci in regola, uno sforzo molto onerosa. In tempi brevi dovremmo “rientrare” in tutte le ordinanze federali in materia di depositi di scarti, rumori, emissioni di polveri, gestione del bosco, eccetera. Confederazione e Cantone non possono pretendere che i pochi rimasti incomincino oggi a sanare situazioni vecchie di 50 anni. Per quel che riguarda il marchio di qualità o la certificazione, credo che essi possano dare valore aggiunto al nostro prodotto. Qualcuno, non tutti però, sono disposti a lavorare – e a spendere – in questo senso. L'illusione del minor prezzo Il comune zurighese di Wald ha risparmiato 253 mila franchi comprando in Vietnam invece che in Ticino le lastre di granito con le quali pavimenterà la Bahnofstrasse (Tages Anzeiger, 6 gennaio 2005). Il granito rosa posato su Corso San Gottardo è costato al Comune di Chiasso 150 franchi al metro quadrato, 50 in meno di quanto avrebbe pagato una pietra indigena (Swissinfo, 28 febbraio 2005). Ma il minor prezzo è un’illusione. «A medio e lungo termine gli svantaggi superano abbondantemente il vantaggio immediato», osserva Giuseppe Ongaro. Il titolare della Ongaro Graniti di Cresciano il suo ragionamento lo aveva illustrato con un semplice esempio lo scorso novembre a una giornata di studio organizzata a Manno dalla Supsi. Si consideri un cantiere in un comune X, intenzionato a pavimentare una strada del centro storico con delle lastre di granito. La fornitura (senza posa) di una pietra acquistata e lavorata in Svizzera gli costerebbe 2,5 milioni di franchi, somma che corrisponde grosso modo alla cifra d’affari annua di una ditta che impiega 18 collaboratori. Importando dall’estero il granito già lavorato, il materiale costerebbe invece 1,8 milioni di franchi. Il risparmio immediato sarebbe dunque di 700 mila franchi. Ma questa cifra è uno specchietto per le allodole. Non tien conto del fatto che buona parte dei 2,5 milioni di franchi della commessa aggiudicata a una ditta svizzera rientra direttamente nell’economia locale, in particolare sottoforma di oneri sociali (400 mila franchi), imposte (120 mila), lavoro per altre aziende (1 milione circa ai fabbricanti di macchine e utensili per la lavorazione, alle officine che li riparano, a chi incassa le spese per affitti, elettricità, carburanti) e salari versati ai 18 dipendenti (con le loro famiglie che vivono e consumano in Ticino). Se invece la fornitura venisse appaltata a un rivenditore estero, non vi sarebbero oneri sociali né imposte, non verrebbe creato alcun indotto sottoforma di lavoro per altre ditte ticinesi e non verrebbero versati salari che generano consumi. Vi sarebbe unicamente il risparmio diretto di 700 mila franchi, somma che il Comune può reinvestire in Ticino. In fin dei conti – considerati anche le maggiori spese indirette causate da disoccupazione, relativi problemi psicologici, declino economico delle zone discoste, eccetera – comprare granito all’estero è un vero affare per gli enti pubblici e la società nel suo insieme? Pare proprio di no.

Pubblicato

Venerdì 11 Marzo 2005

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