«Cittadini, oggi entriamo nel quinto anno della nostra rivoluzione. Abbiamo trascorso quattro anni di lotta; abbiamo lottato per cancellare le tracce del passato, dell’imperialismo e del dispotismo, dell’occupazione straniera e della tirannide interna. (…) Non contiamo che su noi stessi, agendo con forza, per gli obiettivi proclamati dalla Rivoluzione, per l’attuazione dei quali hanno lottato i nostri antenati e i nostri figli si sono sacrificati. Lottiamo e sentiamo che vinceremo sempre, per il consolidamento dei nostri principi di dignità, di libertà e di grandezza, per l’attuazione di uno stato indipendente, di una vera indipendenza politica ed economica. Guardando all’avvenire sentiamo che la nostra lotta non è ancora terminata».
Gamal Abd El-Nasser, discorso per la nazionalizzazione del canale di Suez 26.06.1956

«Le grandi opere da sole non producono il miracolo della ripartenza economica (…) per ottenerlo bisognerebbe che la politica economica adottata si impegni a ricostruire l’apparato produttivo industriale smantellato dalle politiche del liberismo».
Samir Amin, intervista a RFI, 02.10.2015

Le prime testimonianze che ci parlano della volontà umana di ricongiungere il Mar Rosso al Mar Mediterraneo risalgono all’epoca dell’antico Egitto, nel XIX secolo avanti Cristo. Nei suoi testi, Erodoto narra degli enormi sacrifici umani necessari al compimento di un’opera così grande. La scarsità delle fonti storiche rispetto a un periodo così lontano non ci permettono di valutare correttamente la veridicità di queste informazioni. Mille anni più tardi però, il discorso è diverso.


Nella seconda metà del XIX secolo le potenze coloniali stanno per spartirsi l’Africa come farebbero degli adolescenti con la mappa del Risiko, e la possibilità di raggiungere l’Europa partendo dall’Asia senza doverla circumnavigare fa gola a molti.


La Compagnia Universale del canale marittimo di Suez è di proprietà dei francesi, ma il milione e mezzo di operai che scavarono a mano i 192 chilometri dell’omonimo canale erano egiziani. Si stima che più di 100.000 fra loro perirono a causa del colera e delle inumane condizioni di lavoro: era l’avvento della globalizzazione moderna e delle guerre che essa comporta. A fine secolo i britannici occuperanno l’Egitto prendendo il posto degli Ottomani, e durante la prima guerra mondiale l’intero Medio Oriente sarà anch’esso diviso in zone di influenza occidentale.


Bisognerà aspettare il luglio del 1956 perché il canale di Suez torni in mano egiziana grazie al generale Nasser, uno dei leader dei paesi non allineati che affronterà la violenta reazione di Gran Bretagna, Francia e Israele in difesa degli azionisti della compagnia.


La storia del canale di Suez è la storia del commercio mondiale. Nel 2015 il mai abbastanza compianto Samir Amin difendeva la scelta dell’Egitto di effettuare i lavori di allargamento del canale senza ricorrere al mercato finanziario globale, poiché dietro l’innocuo nome di “comunità internazionale” risiedono gli interessi imperialisti.


Alla fine del XIX secolo Joseph Conrad in Cuore di tenebra utilizzava la metafora di una barca che risale un fiume per denunciare le atrocità del colonialismo.


Nel marzo del 2021 una barca arenata che blocca il 12 per cento del commercio mondiale simboleggia una volta di più le derive della globalizzazione e di un sistema che non sa gestire 20.000 container riempiti di stronzate che non ci servono prodotte all’altro capo del mondo, ma pretende di porre fine a una pandemia.

Pubblicato il 

01.04.21
 
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