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Una balena nel formicaio cinese

di

Sonya Mermoud
Interminabili giornate di lavoro pagate miseramente; lavoratori cui è facile imporre corvée senza che possano difendersi, nessuna libertà associativa: in numerose aziende tessili della Cina – il più grande atelier di confezione al mondo – la situazione è tale da mobilitare di continuo ong e sindacati attivi nel settore. Conosciuta per il suo impegno in materia di responsabilità sociale, l'azienda svizzera di abbigliamento Switcher si sforza dal canto suo di offrire ai propri impiegati condizioni di lavoro decenti. Incursione nelle fabbriche cinesi con il marchio della balena, il logo della marca, e faccia a faccia con una militante dei diritti dei lavoratori.

Zona industriale di Xiamen, nel sud della Cina. I blocchi di cemento dominano il paesaggio a perdita di vista. Circondati da larghe strade, fabbriche e alloggi formano un insieme rettilineo. Una geometria ripetitiva, monotona, dettata unicamente da imperativi utilitaristici. In questa città-dormitorio, costruita negli ultimi 18 mesi, alloggiano decine di migliaia di lavoratori del settore tessile. Oltre 30mila, secondo K.S. Tang, proprietario di Bassington, una fabbrica che da quattro anni confeziona giacche a vento e pail per l'azienda Switcher. «Le autorità di Xiamen non volevano altre fabbriche nel centro città, ecco perché è sorta questa zona che conta già 200 fabbriche. E si continua a costruire…», spiega Tang che nel marzo 2007 ha lui stesso traslocato nella zona.
In questa gelida mattina di fine febbraio, l'austero formicaio ha piuttosto l'aria di una città fantasma. La spiegazione è semplice: gli operai sono al lavoro. Al di fuori delle catene della fabbrica, la vita sembra non esistere. Soltanto all'ingresso della "città-industria" è possibile trovare un po' di animazione grazie ai nuovi arrivati raggruppati davanti ai pannelli delle offerte di lavoro delle aziende e intrattenuti dagli addetti al reclutamento. In questa singolare "agenzia" all'aperto gli annunci di certo non mancano. E il dato non stupisce. La penuria di manodopera e le importanti rotazioni del personale caratterizzano questo settore. Un fattore che si spiega soprattutto con i bassi salari e il profilo degli operai: nella maggior parte dei casi si tratta di migranti provenienti dalle campagne, in particolare giovani donne tra i 16 e i 25 anni.

Segnale positivo

Benché sia costantemente alla ricerca di personale, K.S. Tang non ha messo alcun annuncio per la sua società. Quest'anno molti dei suoi operai partiti  per festeggiare il Capodanno cinese nelle loro province natali sono poi ritornati. «Quasi l'82 per cento! Questo significa che gli operai da noi stanno bene», ha dichiarato Tang con molta fierezza davanti ai suoi ospiti, Daniel Rüfenacht e Danièle Buoncuore. Responsabili degli aspetti sociali presso Switcher, i due delegati in sono in visita da più di una settimana nelle fabbriche con cui lavorano. Questo viaggio li ha già portati a Ningbo e Changzhou dove, così come faranno ora a Xiamen, hanno verificato che i loro fornitori operino rispettando le condizioni di lavoro dettate da Switcher. Attenta all'applicazione di un management sociale sin dai propri esordi, l'azienda svizzera con la balena esige infatti dai propri partner l'adozione un codice di condotta molto severo.

Severo codice di condotta

Questo documento, tradotto in cinese e consegnato a tutti i collaboratori insieme al loro contratto di lavoro, regola in particolare gli aspetti salariali, l'orario di lavoro e le modalità di pagamento delle ore supplementari (vedi box sotto). Un organismo indipendente, la Fair wear fondation (Fwf), che raggruppa le associazioni professionali, i sindacati e le ong tra cui la Clean clothes campaign, controlla l'applicazione del codice attraverso verifiche indipendenti. Parallelamente Switcher esercita il proprio controllo. Non solo l'azienda forma i propri fornitori in materia etica ma, in ogni fabbrica, viene dato mandato a dei collaboratori locali di vegliare all'applicazione del regolamento e, se del caso, a introdurre i giusti correttivi.

Pezzo per pezzo

Ingurgitato rapidamente un caffè, Daniel Rüfenacht e Danièle Buoncuore sono pronti ad affrontare il giro. Accompagnati da alcuni collaboratori della fabbrica, la coppia esplora i vasti padiglioni dove incessantemente risuona il ticchettìo degli aghi, frammisto al ronzare delle macchine da cucire. Il loro sguardo si fissa sulla segnaletica delle uscite di sicurezza, sul sistema anti-incendio o su piccoli "dettagli" come l'assenza di una manovella in una macchina: un difetto che comporta alcuni rischi. I visitatori pongono domande, si compiacciono dei miglioramenti già apportati pur reclamandone altri. Ricurvi sul loro lavoro, ricoperti di montagne di lavoro, gli operai gettano sguardi incuriositi. Ma tutti si guardano bene dall'interrompere il lavoro. Qui come altrove si lavora pezzo per pezzo. La confezione di ogni parte dell'indumento è stata cronometrata. E viene effettuata sotto l'occhio vigile di supervisori che, percorrendo a grandi passi i corridoi di lavoratori, controllano la qualità e la quantità. Danièle Buoncuore si ferma un momento. Su una delle catene ha intravisto delle lavoratrici ai suoi occhi molto giovani. Tra i suoi compiti anche quello di verificare nei registri i certificati di nascita delle impiegate.

Attenzione ai minimi dettagli

I delegati approfittano della loro visita per informarsi del progredire del programma di formazione di Switcher. L'azienda offre infatti a tutti i suoi impiegati tra i 16 e i 25 anni la possibilità di seguire, parallelamente al loro lavoro, dei corsi di informatica, di inglese e di educazione alla salute. A Bassington, le classi iniziano alla fine del mese. Prima di lasciare la fabbrica, i due responsabili si assicurano che i distributori di preservativi – altro regalo dell'azienda impegnata in un programma di "salute riproduttiva" – siano riforniti. Affermativo. Restano da controllare i dormitori – delle camere con sei letti a castello – e la cantina. Pulizia, partecipazione finanziaria della fabbrica agli alloggi, ai pasti, alla composizione del menu… I viaggiatori si informano su ogni dettaglio. E segnalano un estintore non in regola qui, e uno sforzo da fare per la manutenzione dei pianerottoli delle scale, là. A Changzhou hanno persino richiesto che il loro fornitore installi all'esterno delle barre fisse per gli amanti dello sport e che pianti degli alberi. Così da rendere l'ambiente più conviviale. Una richiesta inizialmente considerata da Fanny Lee, la proprietaria, come un lusso ma che oggi la rende particolarmente fiera. Questo spazio verde di certo non mette in ombra il suo business. Anzi.

Codice di condotta

«Amo confezionare abiti. Inoltre qui c'è un bell'ambiente». Con addosso giacca a vento e guanti per resistere alle basse temperature, Zhou Haixia, 19 anni, lavora da sei mesi nella fabbrica Switcher di Ningbo. «È un buon lavoro. Mediamente guadagno, grazie alle ore supplementari, tra le 1'400 e le 1'600 Yuans al mese (210-240 franchi svizzeri, ndr). La metà di questa somma la verso ai miei genitori e il resto lo metto in banca». Il codice di comportamento favorisce queste buone condizioni? La ragazza esita, è a disagio. È chiaro che non sa di che cosa stiamo parlando. La traduttrice tenta di farle comprendere di che cosa si tratta. «Ho letto quei documenti; ma non ricordo più il contenuto», dichiara desolata prima di affermare d'un tratto «Ah! Sì. Credo che si tratti di regole sugli standard di qualità e sui giorni festivi». Migrante, la ragazza alloggia nella fabbrica, in una camera che divide con quattro colleghi; per i pasti va alla mensa. «Il cibo è buono. I pasti costano 3 renmimb l'uno (circa 45 centesimi). L'azienda copre la metà della spesa». Zhou Haixia segue inoltre i corsi di informatica offerti dall'azienda elvetica. E sogna di diventare «un leader» nella fabbrica. Un'ambizione che nutre anche il suo vicino, Lin Shijie. Lui proviene dalla provincia di Jingxi «a nove ore di treno da qui». È partito per «avere una vita migliore». Felice del suo lavoro non è tuttavia molto più a suo agio della sua collega quando viene interrogato sul codice di comportamento aziendale. «L'ho letto. Ma non mi ricordo molto». Quantomeno, il giovane Lin, 19 anni, conosce il signor Wu, il rappresentante sindacale. «Il suo lavoro consiste nel risolvere i problemi di intendenza , come quando la televisione non funziona più. È sempre lui che organizza i viaggi per Capodanno (giorni festivi ufficiali in cui i lavoratori rientrano nelle loro case, ndr). Inoltre presta del denaro». Una descrizione dei compiti che può sorprendere ma che in fondo non è così discosta dalla realtà. Una discussione con l'uomo in questione non porterà a informazioni supplementari degne di nota.  A Changzhou, in un'altra fabbrica Switcher, l'informazione sul regolamento è passata con maggiore successo. Molti operai, che tengono a precisare di essere felici del loro lavoro, conoscono il documento e sanno evocare le questioni relative al salario minimo e alle ore supplementari «che non sono obbligatorie». Un giovane di 21 anni, preso in giro per il fatto di svolgere un lavoro da ragazza, ribatterà prontamente che «non si può fare nessuna discriminazione in materia».

Raramente solidali

In due tempi, tre movimenti: il due locali e mezzo che viene utilizzato come appartamento serve anche da ufficio. Jenny Chan sistema il tavolo e le sedie ed estrae diversi documenti da una pila di dossier mentre respinge gentilmente i suoi due gatti. L'ong per cui lavora la ragazza è basata a Hong Kong e raggruppa studenti, ricercatori e militanti del diritto del lavoro. Questa organizzazione indaga sulle condizioni di lavoro all'interno delle aziende e sul loro impegno in materia di responsabilità sociale. L'ong si è soprattutto fatta conoscere per aver pizzicato la marca di tessili Giordano di Hong Kong, Wal-Mart e anche Walt Disney. «È molto raro poter lavorare per industrie solidali», afferma senza troppi giri di parole la militante prima di presenziare un quadro assai oscuro che rappresenta purtroppo la normalità: una durata di lavoro mensile che oscilla tra le 320 e le 380 ore, ore supplementari sottopagate, lunghi periodo di lavoro senza giorni di riposo, salari versati con settimane di ritardo per mantenere la manodopera al suo posto o per mancanza di liquidità in azienda. E questo malgrado i salari siano a dir poco miserabili. «La media mensile si aggira attorno ai 680 e 850 yuans, ossia 100-125 franchi». Jenny Chan evoca anche il prezzo spropositato degli squallidi alloggi, i problemi di salute che affliggono i lavoratori – mal di schiena, di stomaco, cicli mestruali irregolari per le donne… – le sanzioni che subiscono quando arrivano in ritardo o quando interrompono il lavoro per andare in bagno… Penalità che si traducono con delle deduzioni sul salario mensile. Senza dimenticare l'assenza, in moltissimi casi, delle coperture sociali. Tutte violazioni che colpiscono una popolazione già di per sé vulnerabile composta essenzialmente da migranti con scarsi diritti e spesso strappati alle loro campagne a causa della povertà. I codici di comportamento dovrebbero proteggere gli operai ma molto spesso non ne sono nemmeno a conoscenza. A volte questi documenti non sono nemmeno tradotti nella loro lingua. E a complicare il quadro vi è spesso la mancanza di rappresentanti ufficiali per i lavoratori che non hanno così alcuno strumento per esigere l'applicazione di questo documento o per apportare migliorie al suo contenuto. E questo proprio perché la libertà di associazione in Cina non è garantita. Se gli scioperi non sono illegali, non sono nemmeno protetti. E per quel che ne è dei rappresentanti della Federazione cinese dei sindacati – organo che dipende dal potere – molto spesso accumulano la loro funzione con quella di supervisori: da capo del personale a dipendenti del management. Inutile dire che sono più interessati a fare abbassare i costi di produzione e a esigere una maggiore produzione dei lavoratori piuttosto che a difendere i diritti degli operai.

Il prezzo dell'etica

Anche se la legge cinese sul lavoro limita il numero di ore settimanali a 40, con la possibilità di 9 ore supplementari, la pratica risulta essere ben diversa con settimane da 80, 90 ore o anche di più. In questo contesto Switcher, in accordo con la Fair wear fondation, ha fissato un tetto massimo di 56 ore a settimana, ossia un massimo di 224 ore al mese. I fornitori sono inoltre tenuti a pagare correttamente le ore supplementari: una volta e mezzo di più  durante i giorni feriali, il doppio durante i week end e il triplo nei giorni festivi.  Conformemente alla legge in vigore. Switcher esige poi che sia rispettato il salario minimo fissato dalle autorità regionali – mediamente di cento franchi –  e che sia concesso a tutti gli impiegati un giorno di riposo ogni sei giorni di lavoro.  Benché queste condizioni possano sembrare scioccanti ai nostri occhi, lo sono inizialmente state – in senso opposto – anche per i partner dell'impresa svizzera. «All'inizio non sapevamo come limitare la durata del lavoro», ha dichiarato K.S. Tang. «La norma si situava  il più delle volte tra le 320 e 350 ore al mese». K.S. Tang giustifica a questa situazione con una difficile pianificazione del lavoro, visto che numerosi compratori inoltravano le loro ordinazioni all'ultimo minuto, fissando scadenze impossibili; senza dimenticare la forte pressione imposta dalla concorrenza. Tang ha inoltre evocato il malcontento degli impiegati che preferivano a volte accumulare ore per guadagnare soldi più rapidamente. In ogni caso Switcher ha saputo convincere il suo interlocutore. Soprattutto facendo capire che al di là di un certo numero di ore l'efficacia del lavoratore è in calo; e mettendo l'accento sull'interesse di una tecnica globale, rispettosa dei lavoratori. Un volume sufficiente degli acquisti della "balena", pagati tra il 5 e il 10 per cento in più ha poi fatto il resto. Il prezzo dell'etica…

Elezioni interne al personale

Attenti agli interessi dei lavoratori, Switcher ha deciso di compiere un passo supplementare in questa direzione. In collaborazione con la Fair wear fondation, la sua consorella inglese  Ethical Tradig initiative (iniziativa per un commercio solidale) e una ong basata a Hong Kong, prevede infatti di informare e sensibilizzare maggiormente i lavoratori al codice di condotta e, più in generale, ai diritti umani. L'ong impegnata in questa strategia – che vuole mantenere l'anonimato per ragioni di sicurezza – ha già esperienza nel settore. E garantirà la formazione sul campo. Obiettivi a medio termine: organizzare elezioni che permetteranno al personale di designare propri rappresentanti. Resta da sapere se ci saranno dei volontari. La maggiorparte de lavoratori  sono infatti migranti, il loro impegno potrebbe così essere limitato. La paura di rappresaglie rischia inoltre di frenarli. In ogni caso Switcher ha chiesto che le direzioni siano ugualmente istruite. Un modo per smorzare eventuali resistenze e lasciare al progetto tutte le sue chances.


Pubblicato

Venerdì 14 Marzo 2008

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