La campagna menzognera portata avanti dagli ambienti antiabortisti non ha impedito alla Svizzera di dotarsi di norme sull’interruzione di gravidanza degne di un paese civile. Dopo il voto inequivocabile di domenica scorsa, le circa 12 mila donne che ogni anno in Svizzera sono confrontate con una gravidanza indesiderata non verranno più trattate come delle criminali. Popolo e Cantoni hanno infatti emesso un «verdetto» chiaro: il regime dei termini (che prevede la non punibilità dell’aborto fino alla dodicesima settimana di gestazione) è stato plebiscitato con il 72 per cento dei voti e l’iniziativa integralista detta «per madre e bambino» è stata spazzata via dall’81,7 per cento dei cittadini. Si tratta indubbiamente di una vittoria significativa. Lo è per le donne, a cui è stato riconosciuto il diritto all’autodeterminazione e dunque a decidere autonomamente se avere o no un figlio. Ma lo è anche per l’intera società di questo paese, che ha dovuto vivere trent’anni di lotte prima di raggiungere una qualità legislativa in materia di interruzione di gravidanza paragonabile a quella dei nostri vicini europei. La Francia, per esempio, ha scelto il regime dei termini (in una forma molto simile al modello elvetico) già nel 1974. A dire il vero, quella che entrerà in vigore il primo di ottobre è una legge che non soddisfa ancora le rivendicazioni del movimento femminista, visto che l’aborto resta pur sempre una fattispecie penale e che la donna dovrà pur sempre far valere (per iscritto) uno stato di angustia. Ciononostante si tratta di un primo passo verso la decriminalizzazione totale, verso la fine della messa sotto tutela della donna. E questo è un risultato certamente apprezzabile in un’epoca storica contraddistinta dalle tante paure che regnano sul posto di lavoro, a casa, per strada, a scuola, eccetera. Paure che generano caos e confusione e che portano le persone a cercare rifugio nei valori della famiglia patriarcale. Un pericolo questo accentuatosi durante la campagna vergognosa degli ambienti integralisti, che hanno fatto uso di parole cariche di odio e di immagini scioccanti e offensive per tutte le donne di questo paese. Queste circostanze devono dunque indurci a considerare che il regime dei termini rappresenta il massimo che si poteva ottenere. Bene hanno fatto dunque le militanti dell’Unione svizzera per la decriminalizzazione dell’aborto (che da trent’anni chiede la depenalizzazione totale) a sostenere il modello uscito da otto anni di lavori parlamentari. L’esperienza di lotta che hanno vissuto ha sicuramente insegnato loro quanto lenti siano i cambiamenti di mentalità di un popolo. Un popolo che vive nella nazione più ricca del mondo, ma che avrà ancora bisogno di anni per riconoscere fino in fondo i diritti della donna. Sarà dunque importante vigilare che le nuove norme in materia d’interruzione di gravidanza vengano realmente applicate su tutto il territorio nazionale, Appenzello Interno compreso. Citiamo questo cantone della Svizzera centrale proprio perché all’indomani della votazione ha praticamente fatto valere il diritto di non applicare la legge, ipotizzando la prosecuzione di un accordo con l’ospedale di San Gallo, dove abitualmente si praticano gli aborti chiesti dalle donne appenzellesi, da anni costrette ad un umiliante «turismo ginecologico». C’è da augurarsi che la Confederazione provveda a far rispettare la nuova legge, che impone ai Cantoni di designare le cliniche e gli ambulatori nei quali può essere praticata l’interruzione di gravidanza. Bisognerà poi avere particolare riguardo nei confronti delle donne straniere che potrebbero incontrare difficoltà nel far valere per iscritto lo stato di angustia. Guai se questa clausola venisse utilizzata per creare un’ulteriore discriminazione di una categoria di persone che già ne subisce tante. In attesa di vedere e apprezzare i risultati del regime dei termini, vale infine la pena sottolineare che per evolvere in questo campo bisogna guardare a nord, a paesi come l’Olanda o la Svezia, che vantano le leggi più liberali d’Europa e dei tassi di aborto fra i più bassi al mondo. Un successo che si spiega con l’esistenza di una cultura della pianificazione familiare molto evoluta e dunque di una mentalità che considera l’aborto come un evento da evitare in tutti modi. Evidentemente tutto questo non è frutto della casualità, ma di una precisa strategia delle autorità, che promuovono un’educazione sessuale sotto forma di dialogo aperto e non come imposizione di una morale, garantiscono la gratuità degli anticoncezionali e facilitano l’accesso alla pianificazione familiare. Il risultato è un comportamento sessuale responsabile, che si può leggere anche nei numeri: in Olanda per esempio il 95% delle prime nascite sono pianificate e solo il 2% sono assolutamente indesiderate. L’esempio faccia scuola!

Pubblicato il 

07.06.02

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