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Un voto frutto delle mobilitazioni

di

Loris Campetti
Più che Prodi potè Berlusconi. Tradotto, la straordinaria partecipazione dell’Italia democratica alle primarie promosse dal centrosinistra dice che del Cavaliere di Arcore non se ne può più. Dunque, le opposizioni si rimbocchino le maniche, si uniscano smettendo almeno fino a primavera di far vittime nel proprio campo – fuoco amico – e producano finalmente un programma alternativo con cui archiviare l’anomalia italiana. Se 4 milioni e 300 mila votanti sono un’enormità, 3 milioni e 200 mila preferenze raccolte da Romano Prodi rappresentano un’investitura popolare. Trattandosi dell’inaugurazione del sistema delle primarie a livello nazionale, gli italiani all’estero sono stati coinvolti in minima parte, come testimoniano gli appena 4’500 votanti nella Confederazione elvetica. I Ds che più hanno lavorato per la riuscita della consultazione speravano che alle urne di recassero un milione e mezzo di cittadini, due milioni sarebbe stato un trionfo. Ciò vuol dire che l’elettorato di centrosinistra si è mosso in gran parte spontaneamente e ha preteso di dire la sua; anche se la decisione di candidare Prodi alla guida dell’Unione era già stata presa e dunque la consultazione era finalizzata in primis a stabilire i rapporti di forza tra i partiti; anche se con un golpe Berlusconi ha stravolto il sistema elettorale reintroducendo il proporzionale con trucco cancellando il bipolarismo e aprendo la porta, in un futuro non molto lontano, alla possibilità di costituire un grande centro post-democristiano. Il 74 per cento ha votato per Prodi per liberarlo dai ricatti dei suoi alleati, Rutelli in testa che ha dovuto ingoiare il rospo che si chiama Ulivo, cioè la lista unitaria con i Ds alla Camera guidata da Prodi. Ci sono diverse letture del risultato delle primarie dell’Unione. Il voto esprime una domanda inequivocabile di partecipazione e anche i più irriducibili pessimisti e gli ipercritici di sinistra devono prendere atto che quattro anni di mobilitazioni democratiche – dal G8 di Genova alle manifestazioni oceaniche in difesa dello Statuto dei lavoratori e contro la precarizzazione, contro la guerra e per il ritiro delle truppe dall’Iraq, per l’indipendenza dei magistrati, contro le leggi liberticide ai danni dei migranti, contro il conflitto d’interessi e la berlusconizzazione della Rai, ecc. – hanno lasciato il segno. L’affievolirsi più recente della protesta popolare, scoraggiata dalla totale assenza di sponde nella sfera politica, non ha prodotto la pacificazione del paese. L’opposizione al liberismo all’italiana si è radicata nella coscienza popolare (sabato in 50 mila hanno comunque sfilato a Roma contro la Bolkestein, senza Prodi che è uno dei padri di quell’orrenda direttiva), tra i ceti medi impoveriti dalle politiche della destra. Al tempo stesso la forma della protesta si è spostata dalle piazze alle urne e il terreno elettorale ha avuto il sopravvento sulla partecipazione diretta. Ciò non vuol dire che l’opinione pubblica di sinistra deleghi con un voto ai partiti il suo futuro: un voto li ha incoraggiati, il prossimo potrebbe punirli. E comunque, il plebiscitato Prodi dovrà fare i conti con una minoranza radicale di sinistra tutt’altro che marginale, come assicura il 15 per cento di preferenze raccolte da Fausto Bertinotti.

Pubblicato

Venerdì 21 Ottobre 2005

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