C’è chi si chiede perché in Israele abbiano anticipato le elezioni, visto che Sharon è stato rieletto primo ministro, il Likud rimane il partito più grande (anche se con molti più seggi) e sono riniziate le trattative tra i vari partiti per la formazione di un governo di unità nazionale. L’unica vera novità sembrerebbe quindi la spettacolare ascesa del partito laico – Shinui (cambiamento) che triplica quasi il numero dei suoi seggi, diventando la terza fazione in ordine di grandezza, scavalcando i partiti religiosi ultra-ortodossi e il partito d’orientamento socialista pacifista, Meretz. Voto sorprendente che rispecchia l’inasprimento delle tensioni interne tra religiosi e laici, risalenti ai tempi della fondazione dello stato d’Israele. Da più di cinquant’anni lo status quo caratterizza il legame tra stato e religione. Eredità delle leggi ottomane, poi riprese dagli inglesi, lo stato ebraico continua ad assicurare ai partiti religiosi il monopolio riguardante gran parte delle questioni familiari e il rispetto delle leggi ebraiche. Matrimoni, divorzi e sepolture sono in mano alle autorità religiose. Il rabbinato impone norme alimentari che restringono l’importo o proibiscono la produzione di alimenti vietati dai precetti biblici. I partiti religiosi, giocando un ruolo indispensabile nella formazione di qualsiasi governo a maggioranza parlamentare, fanno sì che, come vuole la tradizione, tutto si fermi per l’osservanza del giorno festivo: lavoro, commercio, trasporti, divertimenti, vietando in molte città l’apertura di negozi, ristoranti, cinema, e addirittura strade di sabato. I partiti ultra-ortodossi e religiosi hanno per anni controllato importanti posizioni di governo, oltre che il ministero degli affari religiosi, anche quello degli interni, del lavoro, dell’educazione e quello della sanità. Dato il loro potere politico, le fazioni religiose riescono ad assicurare agli ebrei ultra-ortodossi privilegi particolari: ottengono facilmente mutui fondiari e sostegni finanziari per le loro scuole, sono esenti dal servizio militare, che per gli altri è obbligatorio e dura ben tre anni, e alta è la percentuale di coloro che non lavorano, dedicandosi unicamente allo studio della Torah (testi sacri), mantenuti, almeno in parte dallo stato. Non sembra quindi molto sorprendente che, dopo più di due anni di crisi economica, crescente disoccupazione e incessante conflitto con i palestinesi, molti israeliani abbiano optato per un voto di protesta. Combattere l’egemonia e l’oppressione religiosa, in favore dell’uguaglianza dei diritti, ma soprattutto dei doveri, è il motto del partito dello Shinui. Si propone come partito di centro, un ponte tra la destra e la sinistra israeliana, comunque il rapporto con i palestinesi, la sicurezza del paese e gli insediamenti colonici non sembrano essere al centro del programma di Yossef (Tommi) Lapid, il leader del partito, bensì la questione della secolarizzazione dello Stato. Lapid, 72 enne, ex-giornalista e conduttore di una delle più popolari trasmissioni politiche televisive del paese, si delinea anzitutto come anti religioso, considerando gli ebrei ultra-ortodossi parassiti della società. Secondo lui si tratta di una guerra culturale, tra le forze progressiste e laiche del bene contro il fanatismo reazionario religioso. Ma Lapid non se la prende unicamente con i religiosi. Si batte con fervore anche contro i lavoratori stranieri, schernisce i poveri, ridicolizza gli ebrei sefarditi (provenienti dai paesi arabi) e più di una volta ha smentito il ricorso alla violenza contro le donne in ambito familiare. Nonostante ciò, Shinui si propone come l’ultimo bastione dell’onestà, l’unico partito in grado di “purificare il governo” dai suoi peccati e dalla crescente corruzione politica. Shinui promette di diminuire il peso delle tasse per il ceto medio, liberare il popolo dalla tirannia religiosa e abolire i privilegi dei quali godono gli ultra-ortodossi. Promette l’istituzione del matrimonio civile, dei trasporti pubblici di sabato, l’abolizione del ministero degli affari religiosi, e l’obbligo d’arruolamento per tutti. E sono proprio i giovani, le giovani famiglie per lo più ashkenazite della classe media, che pagano le tasse, che rischiano di perdere i figli sui campi di battaglia, che sono stufe di credere ai grandi partiti, quelli che promettono pace e sicurezza, che hanno votato per il partito dello Shinui. Ora le carte sono in mano a Sharon. Oserà il primo ministro formare un governo laico, tralasciando per la prima volta nella storia politica dello stato, i partiti religiosi, dando così una speranza ad un processo di secolarizzazione dello Stato? Oppure, Sharon preferirà non deludere gran parte dei suoi elettori, ebrei tradizionalisti, per paura di perdere voti a favore del suo rivale, Biniamin Nataniahu, che già si prepara dietro l’angolo? In fondo si sa, che in Israele le cadenze elettorali sono sempre più corte del previsto.

Pubblicato il 

14.02.03

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