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Un viagra chiamato maggioritario

di

Pietro Martinelli
I vecchi partiti storici ticinesi sembrerebbero soffrire dei sintomi di una crescente impotenza che li spingerebbe alla ricerca ansiosa di una cura efficace. Scartato il rimedio dello “scodinzolamento”, sembrerebbero aver intravisto nel sistema maggioritario ciò che fa al loro caso. È probabilmente per questo motivo che hanno utilizzato ben 45 minuti (parola del moderatore) dell’ultimo dibattito preelettorale televisivo di lunedì scorso per convincere il pubblico della necessità di questa riforma. Un osservatore meno addentro nella politica ticinese potrebbe pensare che i veri problemi sono altri. Per esempio come creare le condizioni per rendere il Cantone più competitivo e più equo. Più competitivo grazie ad un’elevata professionalità e capacità di adeguarsi ai cambiamenti in atto, grazie alla rinuncia alle tradizionali attese di facili guadagni provenienti da rendite di posizione oramai tramontate, grazie alla disponibilità ad affrontare le sfide di una accresciuta concorrenza nazionale e internazionale, grazie alla promozione della qualità del paesaggio e dell’ambiente ed evitando i tentativi di aggiramento di disposizioni federali che altrove in Svizzera vengono rispettate, grazie a un ricupero di quella immagine che gli scandali e la Lega hanno offuscato, grazie a Enti pubblici resi più trasparenti, efficaci ed efficienti senza demonizzare, dove sono possibili, forme di gestione più flessibili. Più equo proseguendo con quella socialità moderna e mirata che rappresenta uno dei pochi aspetti del Ticino che a volte viene persino preso a modello a livello federale e combattendo quanto è rimasto di clientelismo, di interferenza tra pubblico e privato, di amicizie sotterranee, di politica dello scambio. Invece no, il problema più importante, almeno stando al tempo utilizzato in quella trasmissione dai presidenti dei partiti, sembra essere quello di cambiare sistema elettorale. Vengono in mente quelle persone insoddisfatte, abituate a dare la colpa agli altri delle proprie insoddisfazioni, che, per risolvere tutto, progettano di partire senza essere capaci di farlo, senza sapere bene per dove e senza capire che i problemi sono soprattutto dentro di loro per cui, anche partendo, se li porterebbero dietro. Comunque per parlare seriamente di maggioritario bisognerebbe tenere presenti almeno alcuni insegnamenti della nostra storia e della storia altrui: 1. Il maggioritario nell’800 in Ticino fu causa di disordine e di clientelismo sfrenato. L’ideologia serviva per il seguito popolare; per gli apparati per contro servivano i posti e i favori e non credo che in questi 100 anni il codice genetico dei ticinesi sia cambiato di molto. 2. La democrazia diretta, che giustamente è uno dei nostri vanti, richiede in ogni caso la ricerca di un largo consenso, tanto più che i Partiti hanno perso molto del loro potere, quindi della loro autorità. Non a caso in nessun Cantone svizzero viene effettivamente applicato il principio di un governo maggioritario. 3. Il maggioritario richiede perlomeno un leader o una leadership (che oggi in Ticino scarseggiano) capaci di tenere assieme la maggioranza. Il disordine creato da una maggioranza che litiga è certamente più nefasto delle lungaggini di un sistema basato sulla concordanza. 4. Il maggioritario arrischia di instaurare quello che già Toqueville indicava come uno dei pericoli della democrazia: la dittatura della maggioranza. Uno stato dal quale poi è difficile uscire, come da tutte le dittature. Si potrebbe continuare e probabilmente varrà la pena di riprendere l’argomento. A meno che tutto il discorso si riduca a una squallida questione di potere, per esempio alla volontà di buttar fuori i socialisti dal governo del paese.

Pubblicato

Venerdì 4 Aprile 2003

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