Un viaggio nel regno di Saba

«Qui può essere pericoloso», aveva detto la nostra guida. «Nel dicembre del 2005 sono stati rapiti degli italiani». Siamo nella regione di Ma'rib, nell'antico regno della regina di Saba, dove si trova il tempio di Bilqis. La regione è sotto il controllo dell'esercito perché, si dice, ci vivono delle tribù costantemente in guerra e per visitarla è consigliabile pagare una scorta armata. All'entrata dell'area c'è un forte protetto da due carri armati dove si svolgono le trattative per l'accompagnamento. A pagamento avvenuto, una jeep con i militari armati, munita di un mitragliatore di grosso calibro, si piazza in testa ai fuoristrada. Un'altra jeep chiude la colonna. Le auto che non pagano la scorta rimangono indietro ed entrano sole nella regione. Senza la protezione dell'esercito, sono subito individuate dai membri delle tribù. Non c'è l'obbligo di pagare la scorta, bisogna solo notificare l'entrata nell'area. Ci sono delle agenzie turistiche che in nome della concorrenza, speculano sulle spese legate alla sicurezza e propongono dei viaggi nello Yemen a prezzi competitivi e mettono in pericolo i clienti. I turisti italiani rapiti nel 2005 viaggiavano con una di queste agenzie. All'interno dell'area di Ma'rib i turisti sono stati superati da un'auto che si è messa davanti a loro e ha rallentato la corsa. Poi, al momento giusto, gli uomini seduti sul retro dell'auto hanno puntato i kalashnikov contro l'autista che non ha potuto fare altro che fermarsi. Dietro ai kalashnikov c'erano i membri di una delle tribù che vivono nell'area di Ma'rib. Tra le tribù non c'è nessuna collaborazione, anzi, il pagamento di un riscatto per un rapimento, diventa una preoccupazione per i rivali, perché i soldi intascati possono portare dei vantaggi all'avversario. Il codice è piuttosto primitivo, ma in fondo non così lontano dal nostro.
I rapitori hanno avvisato subito l'ambasciata italiana. I rapimenti di turisti nell'area di Ma'rib,  hanno come unico obiettivo la richiesta di un riscatto in denaro che serve a finanziare la costruzione di scuole e di opere di utilità pubblica per la tribù, come le strade o la rete elettrica. Altre volte la richiesta tocca il rilascio di detenuti. I negoziati, anche in questo caso, si sono svolti abbastanza in fretta. Il rilascio degli ostaggi è avvenuto nel giro di pochi giorni. A questo punto è intervenuto l'esercito che, scoperta la tribù colpevole del sequestro, ha assediato il villaggio e ha catturato il capo tribù che si era nascosto sulle montagne. Trascinato fino al centro della piazza principale, il capo è stato ammazzato di fronte a tutta la popolazione. Gli altri membri del commando sono stati condannati all'ergastolo. L'indebolimento del clan ha procurato un vantaggio ai rivali.
Gli yemeniti dicono che le tribù sono in lotta per questioni di prestigio e per il possesso dei territori e del loro sfruttamento. Le guerre tribali sono alimentate da vendette che si perdono nel passato, si rinnovano per una sciocchezza che causa un morto e innesca l'odio. Quando il membro di una tribù viene sorpreso nel territorio di un'altra e viene ucciso, la tribù del defunto tende un agguato o attacca il villaggio dei rivali e rinnova il meccanismo della vendetta. Questo spiega perché non c'è mai tregua ma solo lunghi periodi senza morti, dove si riprende fiato. È però solo dal 1991 che sono iniziati i rapimenti di turisti e con essi l'introduzione della pena di morte per i colpevoli di sequestro. I duecento turisti rapiti fino ad oggi sono sempre stati trattati con riguardo dalle tribù. I rapitori non hanno avuto lo stesso trattamento dall'esercito. C'è chi sostiene che le lotte tra le tribù sono uno specchio per le allodole. Nella regione ci sarebbe qualcos'altro che si chiama petrolio ed è meglio lasciare la miccia accesa per tenere lontano i ficcanaso. La situazione è misteriosa e complicata comunque la si guarda e la si rivolta. Diventa ancora più complessa quando si viene a sapere che l'esercito non può intervenire nelle carneficine tra tribù. Se l'esercito si mischia alla lotta, le tribù si alleano e combattono contro l'esercito. Non si capisce se questa è vera follia, oppure un film concepito perché nessuno entri in quel cinema. Difficile trovarne il senso. La tensione a Ma'rib è forte, ci sono soldati ovunque, mentre i visitatori ammirano i siti archeologici, i militari salgono sui monumenti e osservano ogni cosa che si muove. Lontano si sentono gli spari e molte guide sono piene di paura. Dal 2 luglio scorso lo sono ancora di più, dopo l'attentato alla comitiva spagnola alle porte del tempio di Bilqis, che rende ancora più enigmatica l'area di Ma'rib.

Gli inizi di Al Qaidah

Gli yemeniti raccontano che nei giorni che hanno preceduto l'attacco dell'11 settembre 2001, la loro televisione stava realizzando delle dirette dagli Usa. Un emigrante intervistato disse: «Saluto tutti i fratelli di Al-Qaida (Al-Qaidah in arabo, ndr) e aggiungo che il giorno in cui Allah ci renderà giustizia si avvicina». Disgraziatamente la dichiarazione datava 10 settembre 2001 e l'intelligence americana scruta i canali televisivi arabi e sviscera gli ipotetici messaggi terroristici.
Il 12 settembre la polizia americana fa irruzione in casa del malcapitato emigrante. La polizia per rassicurare la popolazione mondiale sull'efficienza delle misure di ricerca dei responsabili, informa i media americani che alcuni dei sospettati sono nelle mani della giustizia e aggiungono il nome di un'organizzazione.
I media cominciano a informare la popolazione che dietro agli attentati alle torri gemelle c'è un'organizzazione terroristica chiamata Al-Qaida. Aggiungono che da tempo erano stati intercettati messaggi che facevano pensare ad un attentato di enorme portata. Nel frattempo, il malcapitato dichiara di essere estraneo ai fatti e che voleva salutare gli abitanti del suo paese, Al-Qaida, appunto, nello Yemen, un paesino insignificante con qualche centinaio di abitanti. «Lì – disse – siamo tutti fratelli e diciamo sempre che il giorno in cui Allah ci renderà giustizia arriverà è come per voi dire batti il cinque». Era la verità! Il sospettato non aveva nulla a che fare con gli attentati alle torri gemelle. L'informazione si era però diffusa e per il mondo Al-Qaida era la nuova organizzazione terroristica, anche dopo che il governo americano è stato nello Yemen, ha visitato il paesino di Al-Qaida e ha incontrato la famiglia del malcapitato. Lo yemenita ha ritrovato la libertà e i terroristi si sono ritrovati con un nome e non hanno potuto fare altro che grattarsi la testa.

Un popolo in armi

Si calcola che nello Yemen ci sono 60 milioni di armi, tre per ogni cittadino. Normalmente due Kalashnikov e una pistola. Un vero arsenale superiore a quello dell'esercito che in effetti sembra piuttosto impotente. Nella regione di Ma'rib si incontrano persone armate ovunque anche bambini. Quelli che si macchiano di sangue godono della più alta considerazione dei capi clan. In un ristorante ci siamo ritrovati a pranzare in una saletta con un capo tribù e sei membri della sua famiglia che avevano sette Kalashnikov e 12 pistole, una a sinistra e l'altra a destra del cinturone. Il più giovane del gruppo aveva 14 anni. A un certo punto il padre si avvicina e chiede se uno di noi vuole scambiare qualche parola in inglese con il figlio. Il ragazzo comincia ad agitarsi e accusarmi di aver preso di nascosto una foto della famiglia che in realtà non ho mai scattato. Per fortuna il padre l'ha calmato e non è scattato il suo kalashnikov. A Ma'rib c'è un libero mercato delle armi.

Pubblicato il

14.12.2007 04:00
Massimo De Lorenzi
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