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Un tribuno confuso e infelice

di

Silvano De Pietro
«Il suo discorso è sempre più ispirato dal risentimento e dall'amarezza per l'esclusione dal Consiglio federale». Il giudizio di Pascal Couchepin, presidente della Confederazione, sul suo ex collega Christoph Blocher, è come sempre tagliente ma azzeccato. In effetti Blocher sarà osannato più che mai dai suoi, che sono accorsi numerosi all'Albisgüetli, e sostenuto dai mass media (cento giornalisti e tre dirette televisive), tuttavia nessuno può negare che il suo discorso di un'ora, con le storielle sul Consiglio federale e le prese in giro dei suoi ex colleghi di governo, sia stato una palese manifestazione di acrimonia. Ma a demagoghi e populisti il popolo concede (o, almeno, loro così credono) questo e altro.

Il punto però non è lo stile del discorso con il quale Christoph Blocher ha voluto sottolineare con la sua solita ruvidezza diverse cose: di essere il vicepresidente di nome ma il capo di fatto dell'Udc, di non essere ancora riuscito ad incassare la botta della mancata rielezione in Consiglio federale, e di non considerarsi più uno della "classe politique" ma «uno di voi». Il punto è il contenuto, vale a dire un attacco scomposto al presunto nemico, l'Unione europea, con una schizofrenica richiesta di negoziare qualcosa che per principio si vuole non negoziabile. Insomma, la guerra per la guerra. Un modo per tentar di dare un'apparente nuova incisività ad un'opposizione politica che in sostanza non è mai mutata.
Cinque sono i temi toccati dall'ex consigliere federale: i bilaterali, l'assicurazione invalidità, l'assicurazione contro la disoccupazione, la scuola e il nucleare. Per ognuna di tali questioni Blocher ha ribadito le posizioni di sempre dell'Udc. Ma è sulla prima che ha attirato l'attenzione generale, affermando che il suo partito lancerà un referendum contro l'estensione della libera circolazione a Romania e Bulgaria se l'Ue non rinuncia «una volta per tutte» a pretendere dalla Svizzera un cambiamento della sua legislazione fiscale.
Come ha prontamente rilevato Pascal Couchepin, chiedere all'Ue di riconoscere formalmente la nostra sovranità fiscale (come se non la riconoscesse già), significa aprire di fatto un negoziato su qualcosa che non è in discussione. «In realtà Blocher va contro gli interessi della Svizzera, poiché di colpo dice: ora bisogna negoziare. Come se dicesse: l'Ue ha ragione di esigere un negoziato. Sarebbe una pugnalata alla schiena per la Svizzera. Fortunatamente non siamo obbligati a seguire la politica di questa opposizione un po' strana», ha concluso il presidente della Confederazione.
Ma l'aspetto politicamente più pericoloso del discorso blocheriano è che il dossier della fiscalità venga messo in un rapporto di dipendenza con la libera circolazione delle persone. Tale abbinamento – ha spiegato in un'intervista alla "Sonntagszeitung" il ministro delle finanze, Hans-Rudolf Merz – comporta il rischio che il dialogo con l'Ue (perseguito in materia fiscale dalla Svizzera) diventi in pratica una trattativa che ci toglie l'autonomia fiscale. Perciò la proposta di Blocher «è incomprensibile. L'Udc provoca proprio quelle trattative che apparentemente vorrebbe impedire. In tal senso, la richiesta di Blocher e dell'Udc è perversa».
Le reazioni più allarmate sono state però quelle della ministra degli esteri, Micheline Calmy-Rey, e del direttore dell'Unione svizzera degli imprenditori, Thomas Daum. Quest'ultimo ha sottolineato che la libera circolazione delle persone ha una grande importanza per l'economia svizzera, e che la rinuncia ad estenderla alla Bulgaria e alla Romania provocherebbe un inasprimento delle relazioni tra Svizzera e Ue. Micheline Calmy-Rey ha da parte sua messo in evidenza la sicurezza degli accordi vigenti, che garantiscono agli imprenditori svizzeri un accesso privilegiato al mercato europeo.
«Una, forse l'unica, possibilità di salvaguardare quanto acquisito con i bilaterali, risiede oggi nell'apertura di negoziati su nuovi dossier», ha sottolineato la ministra degli affari esteri, vale a dire proseguire sulla via bilaterale e «rendere più efficienti le nostre relazioni bilaterali con l'Ue. A tal fine potrebbe essere utile un accordo quadro».
Ma la via bilaterale potrebbe ancora funzionare soltanto a condizione di proseguire il processo della libera circolazione delle persone. Un referendum contro l'estensione comporterebbe rischi molto elevati, ha avvertito Calmy-Rey. Se dalle urne scaturisse un no, gli accordi bilaterali vigenti sarebbero rimessi in causa e ciò «arrecherebbe grossi danni all'economia svizzera», poiché la libera circolazione è «una condizione chiave della nostra crescita economica, del mantenimento e della creazione di posti di lavoro».
Un parere contestato da Blocher, il quale ha dichiarato che la libera circolazione «non ha una grande importanza» per l'economia svizzera: «Riceviamo abbastanza lavoratori stranieri anche senza la libera circolazione». Insomma, Blocher vuole provocare un grosso confronto, un conflitto tra Svizzera e Ue. A dirlo sono diversi osservatori. Il "Tages-Anzeiger" ha avvertito: "Blocher gioca col fuoco". Evidentemente, alla megalomania non c'è limite.

Scosse d'assestamento del dopo-Blocher

Mentre l'Udc di Blocher vaneggia improponibili conflitti con l'Ue, gli altri partiti (Plr, Ppd, Ps e Verdi) cercano di riorganizzarsi per affrontare al meglio il nuovo quadriennio. Il ringiovanimento delle rispettive presidenze è stato in parte più apparente che reale. Il presidente del Plr, Fulvio Pelli, ha riconosciuto che «il rinnovamento è un'esigenza» del suo partito; ma ha subito aggiunto che «il Plr ha bisogno di un presidente saggio e maturo». Modestia a parte, un autoritratto.
L'Udc ha un presidente, Toni Brunner, realmente giovane e brillante, ma l'impressione è che sia soltanto una maschera che copre a mala pena  il volto di Christoph Blocher, vicepresidente e vero capo del partito. Il Ppd sembra soddisfatto di Christophe Darbellay e della consigliera federale Doris Leuthard. Il Ps spera ormai unicamente in Christian Levrat. I Verdi non hanno deciso, ma per loro, che amano le co-presidenze possibilmente femminili, un vero problema in tal senso non esiste.
Sul piano dei contenuti, si vede qualche aggiustamento a livello delle rispettive linee politiche. Nell'Udc, che dice di voler fare un'opposizione dura, in realtà non cambia nulla, né nei contenuti, né nel metodo. Populismo, demagogia e provocazioni rimangono quello che erano. Il Plr dice di voler marcare meglio le proprie differenze dall'Udc: in realtà non cambia nulla sia nell'impegno del Plr a rappresentare i temi classici dell'economia, sia nel ripetuto vago richiamo ai temi della socialità, dell'ambiente e dell'energia (dove però nei fatti si prosegue con le scelte esclusivamente a favore delle imprese, dei ricchi, del nucleare, del mercato).
I popolari democratici sembrano orientati, ancora una volta, a "cambiare cavallo". Se nella scorsa legislatura il loro "leitmotiv" era la politica della famiglia, ora è la sicurezza interna. L'impressione è che vogliano recuperare l'elettorato perso a favore dell'Udc, ma in realtà rischiano di sembrare soltanto opportunisti. Nel Ps toccherà al nuovo presidente, Christian Levrat (cfr. intervista a pag. 5), riuscire a tenere insieme le diverse sensibilità e presentarle come un programma unico, chiaro e coerente. Per i Verdi invece il problema sarà costituito dalla congiuntura: se andrà bene l'economia e male l'ambiente, guadagneranno ascolto, consensi e voti; se calerà un po' l'allarme ambientale e un'eventuale recessione economica renderà più urgenti i problemi sociali, rischiano di perdere seguito a favore del Ps. Ma dovranno guardarsi anche dai verdi-liberali.

Pubblicato

Venerdì 25 Gennaio 2008

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