«Mai come oggi abbiamo bisogno di un sindacato forte e combattivo»,  così Werner Carobbio, presidente dell'Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa (Uss-Ti) e granconsigliere socialista, riassume le preoccupazioni sulle trasformazioni sociali e lavorative che hanno subìto una forte accelerazione in questi ultimi due decenni. Un tema, quello della precarizzazione del lavoro e delle sfide per i sindacati in balìa della globalizzazione, che sarà centrale anche all'assemblea dei delegati dell'Uss-Ti che si tiene domani sabato 1o dicembre a Bellinzona. Presso la sala multiuso dello stabile Swisscom sarà presente anche il presidente nazionale Paul Rechsteiner. Per contro nessun rappresentante dell'amministrazione cantonale ha ritenuto opportuno presenziarvi, nonostante l'esplicito invito dell'Uss.
Ma quali sono le sfide dell'epoca della globalizzazione e della libera circolazione delle persone che dovranno affrontare i sindacati e quali sono le priorità  per l'immediato futuro? Da più parti ai rappresentanti dei lavoratori si rimprovera insistentemente di "sapersi adeguare ai tempi", accettando cioè ulteriormente la flessibilizzazione del lavoro e rinunciando a storici contratti collettivi (come quello dell'edilizia che è attualmente oggetto di mediazione). Quale potrà essere la risposta dei sindacati a queste pressioni e come dovrà mutare la rete di protezione dei lavoratori per diventare più efficace?

Werner Carobbio come è mutato il ruolo dei sindacati con l'acuirsi in questi ultimi decenni del fenomeno della globalizzazione?
La globalizzazione e la liberalizzazione stanno ponendo dei nuovi problemi ai sindacati. Dei nuovi problemi che hanno bisogno di nuove risposte. Sono mutate le forme di lavoro e se ne sono create anche di nuove. Penso ad esempio all'aumento del lavoro su chiamata, oppure all'espansione del lavoro a tempo parziale o ancora all'esplosione del lavoro temporaneo che è quasi sempre precario. Queste nuove tipologie sono utilizzate dal padronato per ottenere della manodopera ad un costo minore, una nuova forma di sfruttamento. I sindacati devono reagire a questa situazione. Non credo che la strada giusta sia quella di combattere una certa flessibilità del lavoro a priori. Penso piuttosto che bisogna creare una giusta strategia che permetta di porre i paletti e le regole per fare in modo che questa flessibilità del lavoro non diventi uno sfruttamento mascherato. In ogni caso il lavoro su chiamata va comunque messo in discussione perché non è accettabile.
Da diverse parti si chiede ai sindacati di prendere coscienza delle "nuove esigenze del mondo del lavoro". Quale è la posizione dell'Uss?
Che i sindacati debbano prendere coscienza delle trasformazioni della società mi sembra un fatto normale. Se si vuole avere un ruolo importante nella società, si deve stare al passo coi tempi. Ma credo che per alcuni il messaggio vuol dire piuttosto rinunciare a lottare per difendere le condizioni di lavoro e dei lavoratori. Qualcuno vorrebbe che non lottassimo più per raggiungere un certo livello salariale, che rinunciassimo ai contratti collettivi di lavoro e alla difesa delle conquiste sociali. A fronte della difesa delle conquiste passate il sindacato deve sapersi proiettare sul futuro. Dobbiamo affrontare tematiche nuove come il ruolo delle aziende pubbliche e parapubbliche o come le ho accennato prima sulle nuove tipologie di lavoro. Non vogliamo delle opposizioni di principio al nuovo, ma precise condizioni.
Quali sono i nuovi compiti ai quali bisognerà saper far fronte?
Bisogna tener bene gli occhi aperti e saper difendere gli interessi dei lavoratori. In questo momento c'è un compito preciso: vigilare affinché le misure di accompagnamento degli accordi bilaterali siano effettivi. Il Ticino ha imboccato la strada giusta con l'aumento del numero di ispettori (si veda anche l'articolo a pagina 5, ndr), ma poi bisognerà fare in modo che questi ispettori lavorino nel migliore dei modi. Una seconda priorità per i sindacati è quella di mettere sul tavolo delle proposte precise per ridurre il precariato.
Quali sono le risposte che dovrebbero dare i sindacati per incanalare il fenomeno del precariato?
Una certa flessibilità del lavoro è già accettata anche dai lavoratori. Ma questa non deve diventare una penalizzazione per chi vuole vivere dignitosamente la propria vita. Penso in particolare che è ora di legiferare su norme che regolino le prestazioni sociali, che portino ad una maggiore garanzia e che permettano di preservare il lavoro. Oggi la forza lavoro si prende in prestito quando serve e viene mandata a casa appena gli utili scendono.
Come giudica la realtà lavorativa in canton Ticino?
È una condizione preoccupante. I livelli salariali, come ha mostrato anche il recente rilevamento dell'Ufficio federale di statistica (si veda area n.46, ndr), sono ai piedi della scala per rapporto al resto della Svizzera. Siamo sotto del 18 per cento rispetto al salario mediano elvetico. Questo quando il costo della vita da noi non differisce di molto dal resto del Paese. La seconda condizione preoccupante è l'utilizzazione strumentale che viene fatta in alcuni ambienti padronali della libera circolazione per fare pressione sui salari. È una realtà che non si può far finta di non vedere. I sindacati devono reagire a questa situazione. Se non verrà rafforzato il controllo, che non vuol dire solo aumentare il numero di ispettori, nel 2009 il rinnovo degli accordi bilaterali non sarà così scontato.
Non vi siete pentiti a questo punto di aver sostenuto l'estensione degli accordi bilaterali?
No. L'apertura e la libera circolazione delle persone è una realtà a cui non possiamo sfuggire. Ma questa realtà ha bisogno di regole precise e di chi le fa rispettare. Se la libera circolazione diventa un metodo per sfruttare ulteriormente i lavoratori è chiaro che la reazione dei sindacati non si farà aspettare. Ci sono degli strumenti che possono far sì che a pagare questa libertà dei lavoratori, ma anche delle imprese, non siano altri lavoratori. Il legislatore deve capire l'importanza che hanno i contratti collettivi di lavoro, oppure l'introduzione di un salario minimo legale garantito. Sono delle misure concrete che possono spazzare i cattivi intenzionati della libera circolazione.
Sugli accordi bilaterali e specialmente sulla libera circolazione se ne sentono di tutti i colori. C'è chi afferma che l'effetto per il mercato ticinese è stato positivo e avrebbe addirittura contribuito ad aumentare i salari, mentre per altri la pressione che mantiene bassi gli stipendi ticinesi c'è e non dà segno di placarsi. Quale è la sua posizione?
Dire che i salari siano cresciuti grazie alla libera circolazione mi sembra davvero irrealistico e poco rispettoso. Anche perché i salari non sono cresciuti un granché. È vero che dopo un periodo di stallo economico ora c'è ripresa. Ma di questa ripresa i lavoratori non ne hanno beneficiato molto. Le rivendicazioni salariali dei sindacati vengono puntualmente mortificate, anche da chi fa utili stratosferici. La scusa è sempre la stessa, non possiamo permettercelo perché il futuro è incerto. Poi ti pubblicano la classifica dei salari dei top manager e scopri che per loro gli aumenti ci sono stati eccome. Capisce che questa non è una situazione accettabile.
Non pensa che in fondo i sindacati abbiano una certa parte di responsabilità per il deterioramento delle condizioni lavorative?
Non credo che si possano additare delle colpe ai sindacati dell'Uss. Bisogna però ammettere che abbiamo avuto un certo ritardo nell'affrontare in maniera propositiva le nuove forme di lavoro. Sarà infatti il tema centrale del congresso di sabato. Ci vuole una risposta globale dei sindacati, e non settoriale o per federazioni, per affrontare queste tematiche che stanno diventando sempre più politiche e sempre meno contrattuali.
C'è chi dice che la Svizzera ha prosperato ed è ancora prospera anche grazie alla debolezza storica del fronte sindacale. Cosa risponde a questa provocazione?
Io direi piuttosto che la Svizzera ha potuto prosperare anche perché i sindacati hanno saputo essere dei buoni partner sociali nei momenti in cui c'è stato bisogno di loro. Hanno accettato la pace del lavoro e permesso una stabilità dell'economia per lunghi periodi. Non è una questione di debolezza. Oggi si pone la problematica di un'azione più precisa e globale. Credo che la divisione in federazioni sia la vera debolezza di oggi. Mai come oggi abbiamo bisogno di un sindacato profilato e combattivo.   

Pubblicato il 

30.11.07

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