Lavoro

Un sistema marcio che riduce le persone alla schiavitù e che le uccide

La morte del bracciante indiano di un’azienda agricola di Latina vittima di un padrone infame e di un sistema di fare impresa diffuso in tutta Italia

Lavorano come schiavi sotto il sole che picchia a 40 gradi, a luglio e agosto anche a 50. Se va bene vengono pagati dal padrone aguzzino o dal caporale 5 euro l’ora, spesso anche meno. Sono privi di visto di soggiorno grazie a una legge fascista targata Bossi-Fini che li trasforma in clandestini, una legge che nessun governo successivo, di destra di centrosinistra o variopinto ha mai abolito o modificato.


Vivono come animali in insediamenti non autorizzati, casolari, baracche, capannoni, tende, roulotte, insomma non luoghi, ghetti. I clandestini devono essere invisibili, i documenti glieli trattengono i caporali così anche chi avrebbe la possibilità di richiedere l’asilo non può farlo. E chi ci riesce deve aspettare non mesi ma anni per avere una risposta dalle prefetture, risposta molto spesso negativa e allora c’è lo spauracchio del rimpatrio forzato. In molti casi vengono picchiati, defraudati persino del loro misero salario, tanto sono costretti al silenzio perché per la legge non esistono. Nei campi del Viterbese si versa sudore a 3 euro e 1 centesimo l’ora, come racconta un reportage della Stampa, il padrone Danilo Camilli si arricchisce finché 150 braccianti-schiavi si ribellano, parte l’inchiesta giudiziaria e il padronazzo finisce sotto accusa per sfruttamento.

Gli schiavi chini sui campi nel sud del Lazio, più di 12mila gli irregolari, sono ragazze e ragazzi indiani che parlano solo la loro lingua, il punjabi. Sono arrivati da così lontano attraversando mille fatiche e pericoli, molti trattati a guisa di merce avariata da mercanti senza pietà, fatti schiavi in paesi con cui l’Italia ha stretto patti demoniaci pagando in soldi e navi stati canaglia a condizione che si tengano quell’umanità sofferente. Poi una parte di quell’umanità sofferente, imprigionata, seviziata, violentata, viene messa a caro prezzo su barconi già semiaffondati e buttati in mezzo al Mediterraneo. Partono sognando l’Europa, la terra promessa, il lavoro agognato. Chi riesce ad arrivare sulle nostre coste, grazie al lavoro di associazioni di volontariato – gli angeli del Mediterraneo, ostacolati e penalizzati dal governo Meloni – finisce perlopiù schiavo nei campi e nelle serre di Fondi, Latina, Sabaudia, Pontinia a coltivare e raccogliere frutta, a mungere bufale, loro stessi sono bestie da mungere per i padroni dell’Agro Pontino. Chi ha il coraggio di alzare la testa, o addirittura di fare sindacato, rischia grosso: il lavoro innanzitutto, la baracca in cui dorme, la vita persino. Qui come in tutti i luoghi di coltivazione di frutta e verdura, o di allevamenti, dal Veneto all’Emilia, dalla Puglia alla Calabria alla Campania, a nord come a sud. Sumaila Sacko, bracciante del Mali, è stato ucciso nel 2018 a fucilate nella piana di Gioia Tauro, la sua colpa era di lottare per i diritti. L’omicidio del rifugiato sudafricano Jerry Masslo, raccoglitore di pomodori e militante sociale a Villa Literno, risale addirittura al 1989. È nel suo nome che è cresciuto in Italia un movimento in difesa della dignità e dei diritti dei migranti, contro leggi disumane che ormai l’intera Europa ci invidia, i nostri governi hanno fatto scuola nel rifiuto dell’accoglienza come nell’autorizzazione allo sfruttamento come nella deportazione in altri stati (l’Albania) di parte dei bot people sopravvissuti ai marosi e alla guardia libica.

 

Un problema che riguarda tutta l’Italia

A volte qualche invisibile denuncia, come a Viterbo, a volte qualche rara ispezione scoperchia un pentolone dove ribollono odio, sfruttamento, caporali, padroni e schiavi, e così in tutt’Italia ci sono 834 inchieste aperte da ben 66 procure, quasi la metà al sud e il resto suddiviso tra nord e centro. Perché il problema non riguarda solo il sud del Lazio ma l’intera Italia e tocca centinaia di migliaia di indiani, bengalesi, nordafricani, centrafricani. In 150 insediamenti non autorizzati già individuati vivono ammucchiati 10mila immigrati irregolari, chissà quanti altri ce ne sono e in quanti altri ghetti. Le colpe di questa situazione che coinvolge una parte significativa dei 5 milioni di migranti che vivono in Italia è di tutti i governi che si sono alternati negli ultimi trent’anni, e il governo Meloni è il peggiore di tutti. Solo per fare un esempio, ci sono 200 milioni stanziati dal PNRR per superare gli insediamenti abusivi bloccati da mesi, come denunciano i sindaci dei paesi dove lavorano e vivono gli invisibili. Più della metà di quei fondi sono destinati alla Puglia, molti altri alla Campania e al Lazio. “Quando si parla di superare i ghetti – denuncia il segretario della CGIL Maurizio Landinisi intende che va costruito un nuovo sistema. Ora siamo di fronte a un sistema di fare impresa che uccide, siamo di fronte a una strage”. Perché non si tratta di qualche mela marcia, è il sistema che è marcio e sono migliaia i padroni come quello responsabile dello sfruttamento e infine della morte di Satnam Singh.

 

“Una leggerezza del lavoratore”, dice il suo padrone

Satnam è morto perché dopo che la macchina che avvolge i teli delle serre gli aveva troncato un braccio, sotto gli occhi della moglie e dei compagni di lavoro, il padrone non ha chiamato l’ambulanza né l’ha portato in ospedale: ha messo il poveraccio nel furgone dopo avergli tolto il telefonino così come alla moglie per impedire che venissero chiamati i soccorsi, ha messo il braccio troncato in una cassetta della frutta e ha scaricato Satnam, il braccio e la moglie davanti alla loro casa. Poi ha pulito il furgone dal sangue ed è scappato con i due telefonini rubati. È passato un tempo infinito e fatale prima che un’ambulanza potesse essere chiamata e Satnam portato all’ospedale San Camillo di Roma, dove i medici non sono riusciti a salvargli la vita. Il padrone reo di un comportamento così infame, signor Lovato, già incriminato da 5 anni per sfruttamento della manodopera e caporalato, si è giustificato con i giornalisti dicendo che tutto era stato causato da “una leggerezza” del lavoratore, insomma era colpa sua che non avrebbe dovuto usare quel marchingegno che gli aveva staccato il braccio. Il signor Lovato non è una mela marcia, è il degno rappresentante di una fiorente industria agroalimentare marcia, a differenza di quel che dicono Meloni e il suo ministro e cognato Lollobrigida.

 

Quei “regà” che non si alzano in Parlamento

In Parlamento la presidente Giorgia Meloni ha voluto ricordare il povero Satnam condannando le mele marce, tutti i parlamentari un po’ alla volta si sono alzati in piedi applaudendo lo sventurato lavoratore indiano assassinato, tranne i due uomini al suo fianco, i viceministri Salvini e Tajani, allora la presidente ha detto loro: “Ehi, regà, alzateve pure voi”. Proprio così, in puro romanesco confidenziale. Tajani si è alzato per due secondi, Salvini è rimasto seduto. Così siamo messi in Italia, dove la proposta di legge sul salario minimo avanzata da quasi tutta l’opposizione neanche è stata discussa in Parlamento per il rifiuto del governo. Quantomeno ora l’opposizione sembra muoversi, Elly Schlein ce la mette tutta per ridare dignità a un Partito democratico che sui migranti e sul lavoro ha perso l’anima. Il risultato abbastanza positivo delle elezioni europee e soprattutto amministrative (senza dimenticare che meno della metà degli italiani va a votare) ha messo qualche asso nel mazzo della segretaria, ma la partita con il gruppo dirigente PD, frantumato in lobbies e fazioni è ancora tutta da giocare. E i bari non mancano.

Pubblicato il

27.06.2024 15:35
Loris Campetti
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