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Un sindacato tutto da inventare

di

Veronica Galster
La caduta del muro di Berlino è, per l'Europa, il simbolo condiviso degli avvenimenti del 1989. In quel momento però la Romania stava vivendo un periodo di particolare isolamento: mentre in quasi tutti i paesi comunisti dell'Europa dell'est il processo di riforme democratiche era avviato, in Romania tutto sembrava bloccato.

In realtà, solo un mese dopo la caduta del muro di Berlino (la cui notizia era stata censurata dal regime), con la prima manifestazione di piazza a Timisoara il 16 dicembre, iniziò la rivoluzione che avrebbe visto la fine del regime di Ceausescu.
A vent'anni da quei fatti molte cose sono cambiate nella società rumena, ad esempio il ruolo dei sindacati nella tutela dei diritti dei lavoratori. In un'intervista ad area, Bogdan Hossu, presidente dell'unione sindacale rumena Cartel Alfa, racconta com'è cambiato il modo di lavorare dei sindacati.
Bogdan Hossu, cos'è cambiato nel mondo sindacale rumeno dopo il 1989?
Per prima cosa, dopo la rivoluzione del 1989, sono apparsi dei nuovi sindacati. Oggi c'è un pluralismo sindacale molto ben sviluppato, forse pure troppo: abbiamo 19 unioni sindacali ufficilmente registrate, ma di queste praticamente solo 5 sono rappresentative. C'è stato anche un cambiamento importante rispetto alla mentalità comunista, che non dava nessuna responsabilità ai datori di lavoro nei rapporti con i lavoratori. Durante il regime di Ceausescu, il sindacato non trattava questioni di protezione dei posti di lavoro o di politiche salariali, non faceva negoziati, era semplicemente l'istituzione che trasferiva le direttive del partito sul piano delle relazioni industriali. Sulla questione della responsabilità sociale il lavoro da fare è ancora molto, perchè i cambiamenti non vanno fatti solo a livello dei salariati, ma anche dei datori di lavoro, e purtroppo ce ne sono ancora molti che pensano che i propri dipendenti siano degli schiavi che devono solamente soddisfare le loro richieste.
Siamo invece soddisfatti per la buona integrazione del movimento sindacale rumeno a livello internazionale: abbiamo un'intensa attività ben focalizzata sullo sviluppo della democrazia in ambito di relazioni industriali, ma anche a livello del cittadino. Inoltre il tasso di sindacalizzazione nel nostro paese è piuttosto buono rispetto alla media europea e raggiunge circa il 50 per cento. Questo ci permette di creare delle politiche meglio integrate nello spazio europeo.
La trasformazione del ruolo del sindacato è oramai accettata da tutta la società rumena?
Chiaramente abbiamo ancora qualche problema, nel senso che le mentalità non si cambiano così velocemente quanto a volte si spera, e nella struttura della classe politica, ma anche di alcune organizzazioni padronali, abbiamo ancora una mentalità che non considera il dialogo sociale come uno strumento per costruire una pace sociale reale e delle relazioni industriali normali. Bisogna riconoscere però che le cose stanno migliorando: l'integrazione di una buona parte dei datori di lavoro nella struttura europea ha migliorato il dialogo sociale, nella misura in cui hanno capito il ruolo di questo strumento nella costruzione normale e democratica di relazioni industriali.  
Qual è oggi il livello di legittimità, o la credibilità dei sindacati in Romania?
Dalla vecchia struttura sindacale della cosiddetta "epoca d'oro" di Ceausescu, abbiamo parzialmente ereditato la mentalità che un implicazione politica molto forte possa risolvere le responsabilità del movimento sindacale. In quest'ottica, abbiamo avuto ancora diverse organizzazioni e unioni sindacali che hanno creato dei patti con i partiti, dei patti che non hanno nulla a che vedere con la costruzione normale di un dialogo sociale. L'implicazione dei leader sindacali nella struttura politica da un lato, e della struttura politica nell'apparato sindacale dall'altro, non sono un buon metodo per creare quella credibilità che i lavoratori si aspettano.
Quanto la corruzione è un problema?
Capita a volte che i leader sindacali si lascino tentare dalle offerte che vengono fatte loro dai datori di lavoro o dall'amministrazione statale, e questo da l'impressione generale che sia tutto l'apparato sindacale, e non solo alcune persone, ad essere corrotto da queste istituzioni. Se succede oggi, le persone interessate vengono sanzionate in modo efficace e relativamente rapido dalla struttura sindacale. Comunque, se si guardano i sondaggi che sono stati fatti nella popolazione, risulta che la credibilità dei sindacati è piuttosto buona. Questa credibilità è stata rinforzata, e continua ad esserlo, dal lavoro quotidiano svolto da ogni singolo militante e da ogni sindacalista.
Qual era concretamente il ruolo del sindacato prima del 1989?
Prima della rivoluzione, tutta la struttura sindacale era utilizzata unicamente per far uscire i lavoratori nei giorni festivi, per regolare il lavoro supplementare e per dire, ad esempio, «il partito ha deciso che il piano quinquennale va superato, dobbiamo lavorare meglio per farlo in 4 anni e mezzo». Questa era tutta l'attività del sindacato, che si occupava anche della distribuzione degli appartamenti nei palazzi per i lavoratori. Praticamente fungeva da legame tra il partito comunista e i lavoratori, e se non rispettavi le direttive, finivi direttamente in prigione.
Oggi le libertà sindacali sono garantite in Romania?
Oggi chi svolge un'attività sindacale non viene più messo in prigione, ma può incontrare qualche problema sotto un'altra forma. I militanti sindacali a volte sono ancora vittime di vendette da parte dei datori di lavoro, che li licenziano perchè scontenti della loro attività sindacale. Tra il 1996 e il 2002 abbiamo avuto parecchi militanti sindacali licenziati per questo motivo. Ora le leggi sono cambiate e tutelano maggiormente i diritti sindacali, il dialogo è migliorato e il diritto all'attività sindacale è riconosciuto e rispettato nel 70 per cento dei casi. Malgrado ciò, abbiamo ancora dei problemi con alcuni datori di lavoro, in particolare stranieri (piccole e medie imprese o multinazionali che vengono dall'esterno dello spazio europeo), che non rispettano la legislazione rumena e continuano ad avere atteggiamenti scorretti nei confronti dei loro impiegati. Ma abbiamo anche qualche problema con imprese europee, è
il caso ad esempio dell'industria tessile e del cuoio italiana, o della catena di negozi francese Carrefour.
Quali sono oggi le relazioni tra i vostri sindacati e quelli degli altri paesi dell'Est? C'è una strategia comune?
Sì, abbiamo dei programmi in comune. Abbiamo, ad esempio, dei contatti regolari tramite l'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) per creare una politica più unitaria sulla questione delle raccomandazioni internazionali. Si tratta principalmente di progetti che sono sviluppati a livello transfrontaliero, anche sulla base degli aiuti che vengono dati ad ogni singolo paese per questo genere di progetti.

Pubblicato

Venerdì 6 Novembre 2009

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