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Un sindacalista prestato alla politica

di

Gianfranco Helbling
Domani il congresso di Locarno del Partito socialista (Ps) eleggerà Saverio Lurati alla carica di presidente. Suo vice sarà Nenad Stojanovic, dopo che quest'ultimo ha rinunciato a contendergli la carica. Lurati è un sindacalista prestato alla politica: fino alla fine dello scorso anno era infatti segretario regionale della sezione Ticino e Moesa di Unia. Che cosa l'ha indotto ad assumere la presidenza del Ps? Glielo abbiamo chiesto.

Saverio Lurati, lei lascia la direzione di un sindacato di successo per assumere la presidenza di un partito che nelle ultime tornate elettorali ha accumulato gli insuccessi. Chi glielo fa fare?
Ho fatto qualche riflessione. Credo con la mia esperienza di poter dare qualcosa al Ps, ma credo anche di poter continuare ad arricchire la mia persona con questo tipo di impegno.
Quindi la politica è un piacere?
Sì, mi piace la politica ma soprattutto mi piace incarnare quella parte dell'anima socialista capace di coniugare i sogni con le necessità contingenti. Credo di esserci più o meno riuscito nel sindacato, ora ci provo nel partito.
Il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà: siamo nella tradizione di Antonio Gramsci?
Sì, anche se la mia grandezza non è paragonabile alla sua…
Ma c'è anche un'altra tradizione che lei incarna, quella di importanti personalità del socialismo ticinese, a cominciare da Guglielmo Canevascini, che avevano salde radici nel sindacato. Una tradizione che negli ultimi decenni è venuta meno, tanto che oggi il Ps non ha più una forte relazione con il sindacato.
Il Ps nei decenni passati ha avuto la fortuna di vivere un periodo storico sulle ali di un intellettualismo progressista che riusciva anche ad attecchire fra i lavoratori. Questo periodo è finito. Gli intellettuali di oggi fanno più fatica a parlare alla gente comune, e questa non si dà la pena di approfondire i problemi, si accontenta di guardarli in superficie. La difficoltà del Ps è spiegare che le soluzioni ci sono, ma che sono forse un po' più complicate di quel che potrebbe sembrare in apparenza.
Grande avversario nella conquista dei voti delle lavoratrici e dei lavoratori è la Lega dei ticinesi. Come ci si rapporterà da presidente del Ps? Combatterà la Lega con le sue stesse armi, cioè il populismo?
La mia non sarà una linea di attacco frontale alla Lega. Cercherò di essere razionale, perché se faccio qualcosa mi impegno fino in fondo perché abbia successo in quanto ci credo. Credo però anche che le storie del Psa e del Ps hanno insegnato che in certe occasioni il populismo può essere indispensabile per riuscire ad avere i numeri per ottenere dei risultati concreti.
Su cosa non è disposto a fare compromessi con la Lega?
Sul piano del razzismo, della xenofobia, dell'utilizzo dell'odio come strumento di crescita elettorale.
Molti nel Ps sono ex: ex Psa, ex Pst, ex Psl ecc… Lei ha una targa da ex?
No, perché mi sono iscirtto al Ps quando il Ps era già nato. Prima ero un simpatizzante del Psa, ma non sono mai stato iscritto. La mia formazione politica è avvenuta dapprima nella comunità locale di Canobbio con il mio impegno nel Gruppo della sinistra, per poi moltiplicarsi in maniera esponenziale al momento in cui sono arrivato al sindacato.
Negli ultimi anni c'è stata una certa diffidenza fra il Ps e i sindacati. Come se la spiega?
Ad un certo punto si è cominciato a credere che vi fosse concorrenza fra partito e sindacato. Forse anche perché il sindacato era riuscito ad ottenere degli importanti successi, come il prepensionamento a 60 anni nell'edilizia, che avevano in parte oscurato il lavoro del partito sul piano della solidarietà e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La crescita del sindacato e i suoi successi avevano messo un po' di paura nel partito: non ci si era resi conto che il sindacato non voleva usurpare nulla, ma faceva semplicemente il suo lavoro.
Lei per i ticinesi è ancora una personalità di Unia. Non c'è il pericolo che ora Unia sia assimilata al Ps?
È una delle difficoltà, ma è una difficoltà positiva. Quando combatto battaglie che hanno una valenza sindacale ma sono combattute anche dal partito, non è chiaro per tutti quale giacca sto indossando. Ma lavorando per un obiettivo comune, non credo che il Ps o Unia debbano subire degli svantaggi da questa situazione. Perché poi ci sono ambiti in cui i ruoli sono ben chiari. Ad esempio il partito fa un grosso lavoro istituzionale che il sindacato non potrà mai fare, e viceversa il piano contrattualistico è di per sé prerogativa del sindacato. Poi ci sono le battaglie comuni, come quella sui salari minimi di 4 mila franchi: qui le sinergie possono funzionare benissimo senza che si debbano usurpare ruoli di preminenza dell'uno o dell'altro.
Il Ps con gli anni ha conquistato il ceto medio. Oggi è spesso assimilato al partito dei funzionari. Lei vuole farlo ritornare il partito della classe operaia. Non teme di perdere per strada altre fasce di elettorato, a cominciare dall'ormai vasto e variegato ceto medio?
Il ceto medio, che è una fascia di elettorato relativamente "fortunata", non ha difficoltà a capire perché il Ps debba spendere energie a favore di una fascia elettorale che ora ha molto di meno. Chi ha un po' di più non dev'essere ulteriormente favorito, ma deve semmai impegnarsi a favore di chi ha molto meno. Questo non significa ridurre gli stipendi dell'uno per aumentare quelli dell'altro, ma che ci dev'essere una trasmissione di competenze, capacità e solidarietà a favore di chi è meno fortunato. Le pari opportunità cominciano dalla possibilità per tutti di partire dallo stesso livello: e questo può accadere solo se chi sta più in alto sulla scala aiuta chi parte qualche scalino sotto.
Il presidente del Pss Christian Levrat ha proposto in certe zone particolarmente toccate dal fenomeno del frontalierato, come il Ticino, di introdurre contingenti transitori per proteggere la manodopera locale dalla concorrenza generata dai frontalieri. Significa che i poveri del Ticino devono essere privilegiati rispetto ai poveri che abitano appena di là dal confine?
Levrat ha lanciato un dibattito importante. Anche perché dobbiamo stare attenti a non alimentare la xenofobia, che è presente in quasi tutti noi seppure spesso è solo latente, manifestandosi quando temiamo di perdere delle posizioni acquisite. Ma si deve anche accettare che il mondo del lavoro è enormemente cambiato. La precarietà diffusa ha cancellato una serie di sicurezze, e la provvisorietà è oggi più la regola che l'eccezione. Il problema dei frontalieri è legato all'esplosione di notifiche per permessi di breve durata. Un problema che non si risolve con i contingenti sulle persone, ma combattendo questa metodologia di lavoro. Se noi riusciamo a limitare questo tipo di permessi diamo qualche chance in più ai residenti, e diamo anche ai frontalieri la possibilità di essere trattati non come lavoratori usa e getta, ma come persone con le quali si insatura un rapporto contrattuale che può essere di lungo periodo.
Il destino della nuova Legge sugli orari d'apertura dei negozi non è ancora chiaro. E anche la posizione di Una non è ancora definita: potrebbe decidere di lanciare il referendum contro una legge frutto di un compromesso che di cui lei è uno degli artefici. Rischia di essere difficile spiegarsi con chiarezza.
Il sindacato è indipendente dal partito e non sarò certamente io a condizionarne le scelte. Il sindacato dovrà scegliere fra il lancio di un referendum e l'accettazione di una legge che se ha certamente lati negativi, ha anche aspetti positivi da considerare. E si deve anche capire cosa potrebbe significare per i lavoratori una sconfitta del referendum. Si aprirebbero le porte ad una deregolamentazione molto più ampia e con ritmi molto più serrati. Quando non si può scegliere il meglio, forse è il caso di scegliere ciò che fa meno male.


Pubblicato

Venerdì 2 Marzo 2012

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