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Un reddito universale di base per scongiurare il disastro

di

Silvano Toppi

Partiamo da tre spunti: l’elezione presidenziale americana con quanto di “contro” l’economia globalizzata ha suscitato; la consapevolezza diffusa che ciò che capita negli Stati Uniti capiterà da noi; il fatto che poco tempo fa il 77 per cento dei cittadini svizzeri ha respinto un’iniziativa che proponeva un reddito di base incondizionato per tutti. Tre spunti come pretesto per parlare di Andrew Stern, sindacalista già presidente dell’Unione internazionale degli impiegati di servizio (Seiu), uno dei più forti sindacati americani. Dopo aver dedicato più di trentotto anni alla difesa dei lavoratori dei fast-food, dei vigili urbani, dei salariati delle pulizie, dei camionisti, Andrew lascia il sindacalismo con una domanda che lo tormenta: come si può difendere il lavoro se la natura del lavoro non c’è più? Conduce per tre anni un’inchiesta su ciò che chiama “gli Stati Uniti dell’ansietà”. Anticipa temi singolarmente convergenti della campagna elettorale di canditati divergenti: Trump, repubblicano; Sanders, democratico (socialista). Riassumibili in due constatazioni: i lavoratori hanno subito effetti nefasti dalla globalizzazione (disoccupazione, delocalizzazioni, impoverimento, indebitamento, ineguaglianze enormi, crollo dei salari). I rimedi prevalenti sono pure due: maggior protezionismo; isolazionismo (prima noi).


Il sindacalista delinea però un’evoluzione molto più preoccupante. C’è l’essenza nel titolo del libro che pubblica: o ci alziamo (dagli schemi tradizionali), e accettiamo un reddito (universale) di base o non rinnoveremo l’economia né ricostruiremo il sogno americano (Raising the Floor: How a Universale Basic Income Can Renew Our Economy and Rebuild the American Dream). La solita solfa sindacalista-keynesiana, si dirà: più salari, più redditi sociali e tutto riparte. È però la motivazione che sta dietro a quella proposta che interroga: la “grande ondata di sofferenza” (dice proprio così) non è ancora venuta, sta arrivando con la rivoluzione tecnologica. La collera, emersa per le conseguenze della globalizzazione e che mette a repentaglio la democrazia rivitalizzando i fascismi, esploderà. Non tocca solo gli operai. Tocca i “colletti bianchi” (professionisti, avvocati, analisti finanziari, professioni dove i calcoli sono sostituiti dagli algoritmi). Il “mantra tradizionale”(mercato e crescita risolveranno ogni problema) non funziona più. Allora avremo bisogno di un reddito universale di base incondizionato per tutti, pena l’asfissia economica e sociale.


La conclusione è giusta? I mutamenti in atto e in rapida diffusione per quanto riguarda l’automazione dei processi produttivi in ogni settore economico (vedi quanto capita a Posta, Ferrovia, Energia, Banche, Assicurazioni) aumenteranno sicuramente le pressioni al ribasso sull’occupazione e sulle remunerazioni di una parte importante dei lavoratori, a danno dell’intero sistema economico. Tutto ciò ridurrà i consumi e anche i profitti delle imprese nel mercato dei beni e servizi e aggraverà ancora i disavanzi del settore pubblico, senza prospettiva di correzione nel lungo termine. A meno di prelevare delle imposte con una aliquota elevata sui redditi e sulla sostanza dei proprietari dei robot che sostituiscono le persone attive nel mercato del lavoro (e vale pure per l’Avs o le assicurazioni sociali). La conclusione, come capita spesso in Svizzera, è che un’iniziativa anticipatrice sonoramente bocciata, un giorno o l’altro dovremo riprenderla. Capitò anche per l’Avs.

Pubblicato

Mercoledì 9 Novembre 2016

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