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L'editoriale

Un (primo) passo storico

di

Claudio Carrer

Accettando la Strategia energetica 2050, il popolo svizzero ha preso una decisione storica e lungimirante, che getta le basi per una svolta, per un futuro energetico all’insegna dell’efficienza, della sicurezza, del rispetto del clima e dell’ambiente. Dopo l’Italia col referendum consultivo del 1987 che sancì la volontà dei cittadini di vivere in un paese senza nucleare, la Svizzera diventa così il primo paese in Europa e nel mondo ad aver deciso per via democratica il definitivo abbandono di questa fonte energetica pericolosa ed economicamente fallimentare.
Una decisione non figlia dell’emotività, ma frutto della ragionevolezza e della maturità raggiunte dopo decenni di confronto e di dibattito nell’opinione pubblica che il movimento anti-nucleare elvetico ha avuto il merito di mantenere sempre vivi. Nulla hanno potuto i milioni (donati da chi non si sa) spesi dall’Udc per la sua solita campagna “terroristica” e menzognera.
Udc che con la votazione di domenica scorsa ha tra l’altro incassato l’ennesima sconfitta, bruciante per il partito e salutare per il paese.


Ma il “sole che ride”, celebre simbolo della causa anti-nucleare a livello mondiale, non splende ancora del tutto, perché la Strategia energetica 2050 non cancella i rischi legati a un parco nucleare fatto di centrali tra le più vecchie al mondo: essa non definisce infatti alcun termine per la messa fuori esercizio degli impianti (Mühleberg chiuderà nel 2019 ma solo perché lo ha deciso il gestore), che potrebbero continuare per decenni a minacciare la nostra salute e il nostro ambiente, oltre che a produrre scorie altamente radioattive da stoccare da qualche parte “provvisoriamente”, visto che nessun paese al mondo ha ancora trovato una soluzione per un deposito finale.


Di qui la necessità e l’urgenza di accelerare i tempi dell’abbandono dell’atomo. Ben venga dunque l’iniziativa popolare lanciata nelle scorse settimane da un gruppo di cittadini che chiede lo spegnimento di tutti gli impianti al più tardi entro il 2029. Un’iniziativa (il cui testo è molto simile a quello bocciato nel novembre 2016 dal 54 per cento dei votanti) sgradita persino a certi parlamentari ecologisti e di sinistra che si erano pubblicamente impegnati a “rispettare la volontà popolare”, ma che è assolutamente ragionevole e giusta. E poi che male c’è a domandare due volte?

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Mercoledì 24 Maggio 2017

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L'editoriale
09.11.2016

di 

Claudio Carrer

All’indomani della catastrofe nucleare di Fukushima in Giappone del 2011, la Svizzera è stata uno dei primi paesi a reagire imboccando la strada dell’abbandono graduale, in particolare con la decisione del Consiglio federale di bloccare la costruzione di tre nuovi reattori pianificati e di fissare un calendario di chiusura delle centrali attive entro il 2034. Decisione dettata da ragioni di sicurezza e di economicità e annunciata, ironia della sorte, dalla ministra dell’energia Doris Leuthard che la potente lobby nucleare aveva a tutti i costi voluto alla testa del dipartimento occupato fino a pochi mesi prima da un nemico dichiarato come Moritz Leuenberger. La svolta della ministra (di Argovia, il Cantone più nuclearizzato della Svizzera, con tre reattori e il deposito intermedio per scorie radioattive), del governo e di molti politici borghesi è stata per certi versi clamorosa, perché fino al giorno prima preconizzavano ancora la costruzione di nuove centrali, ormai certi che il movimento anti-nucleare elvetico dei decenni precedenti si fosse definitivamente spento.
Evidentemente la catastrofe giapponese (che tra l’altro ha interessato un impianto dello stesso tipo e della stessa generazione di quello bernese di Mühleberg) e l’impatto che questa ha avuto sull’opinione pubblica li hanno spinti ad assumere una posizione più ragionevole. Una ragione che oggi, a sei anni di distanza, pare però essere sulla via dello smarrimento visti gli argomenti con cui la stessa Leuthard e i suoi alleati combattono l’iniziativa “Per un abbandono pianificato” in votazione il prossimo 27 novembre.

L'editoriale
17.03.2016

di 

Claudio Carrer

Sono trascorsi ormai cinque anni dalla catastrofe nucleare di Fukushima, ma la Svizzera sembra non aver imparato nulla stando alle decisioni politiche sin qui adottate e alle bugie che la lobby dell'atomo continua a raccontare. Nella cosiddetta “Strategia energetica 2050”, pensata per portarci fuori dal nucleare all'indomani dell'incidente giapponese, non vi è quasi più traccia di questo obiettivo, come confermano le recenti decisioni parlamentari.
Decisioni prese oltretutto in contemporanea con l’avvicinarsi di una catastrofe finanziaria per le centrali nucleari elvetiche, anticipata dalla richiesta di aiuti pubblici avanzata dal colosso energetico Alpiq che ha chiuso il 2015 con una perdita di 830 milioni di franchi che si somma al passivo di 902 milioni del 2014.



L'editoriale
18.12.2014

di 

Claudio Carrer

Scommettere sull’abbandono dell’energia nucleare in Svizzera resta un azzardo, soprattutto dopo le prime decisioni adottate recentemente dal Consiglio nazionale nell’ambito della cosiddetta “Strategia energetica 2050”, un pacchetto di misure elaborate dal governo all’indomani della catastrofe di Fukushima del 2011 che ci dovrebbe portare fuori dall’atomo. La potente lobby nucleare, al di là delle apparenze e delle dichiarazioni di facciata, è riuscita ancora una volta a imporsi e la dichiarata “svolta energetica” resta per ora  solo un vocabolo ricorrente nei titoli dei giornali.

L'editoriale
23.10.2014

di 

Claudio Carrer

Che bello: la prevista liberalizzazione totale del mercato elettrico in Svizzera a partire dal 2018 consentirà a tutti noi di scegliere liberamente il fornitore e di approfittare così dei migliori prezzi. L’ha raccontata più o meno così la consigliera federale Doris Leuthard presentando alcune settimane fa alla stampa il decreto governativo che dovrebbe dare il via libera alla seconda fase di apertura del mercato, di cui i grandi consumatori beneficiano già dal 2009.

L'editoriale
05.06.2014

di 

Claudio Carrer

“Quella di Chernobyl non è stata una catastrofe nucleare, ma una catastrofe sovietica”. Così anni fa una figura di spicco della lobby nucleare elvetica ci spiegava che nulla di simile sarebbe potuto capitare altrove, né per la gravità dell’incidente visto l’abisso tecnologico esistente né per la politica di disinformazione nei confronti dell’opinione pubblica imposta allora dalla censura sovietica, impensabile nei paesi democratici. Il disastro di Fukushima ha già smontato completamente la bizzarra tesi del nostro lobbista. Tesi riaffiorata alcuni giorni or sono alla nostra mente apprendendo che nel novembre 2012, durante i lavori per la circonvallazione autostradale in un quartiere residenziale di Bienne, furono casualmente rinvenuti residui di radio altamente radioattivo ma che le autorità (federali, cantonali e comunali) decisero di non informare la popolazione «per non turbarla».

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