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Italia

"Un primo passo, ma è tutta la filiera agricola che va regolamentata""

Per l'esperto Fabio Ciconte la regolarizzazione dei braccianti è solo un punto di partenza per combattere lo sfruttamento nell'agricoltura italiana

di

Federico Franchini

In Italia, l'emergenza sanitaria ha avuto il merito di rendere più visibili gli invisibili. Ci si è accorti che in fondo alla filiera della frutta e della verdura non solo c'erano braccia, ma donne e uomini. Persone, in gran parte stranieri, che vivono in veri e propri ghetti in condizioni disumane. Senza permessi e senza diritti. Senza la possibilità di muoversi per andare a lavorare liberamente e alla mercé dei caporali. Il fatto, poi, che le misure di confinamento abbiano creato una penuria di braccianti agricoli stagionali, provenienti in particolare da Romania e Bulgaria, ha suscitato un certo allarme. Il rischio era che la verdura e la frutta non potesse essere raccolta.

 

È così che, anche a seguito di una campagna lanciata dal mondo delle associazione e dei sindacati, si è cominciato a parlare di regolamentazione. Nel decreto Rilancio, dopo una lunga trattativa nella maggioranza, è stata introdotta una norma per “favorire l'emersione di rapporti di lavoro irregolari”. Una norma certo fatta per garantire braccia ad un settore agricolo che altrimenti non ce l'avrebbe fatta, ma che potrebbe essere un primo passo verso per mettere fine agli abusi di cui spesso sono vittime lavoratrici e lavoratori del settore agricolo in Italia. Donne e uomini che svolgono un lavoro essenziale, spesso con paghe da fame e con condizioni di vita disastrose nelle baraccopoli informali che pullulano sopratutto al Sud. Luoghi dove vige la legge dei caporali, dove viene reclutata la manodopera per le varie raccolte e in cui i diritti sono calpestati come fossero malerbe.

 

La sanatoria non convince tutti. Lo scorso 21 maggio il sindacato Usb ha indetto uno sciopero delle braccianti e dei braccianti. “Ci si è preoccupati più della verdura e della frutta, che si teme possano marcire, piuttosto che delle persone, i cui diritti stanno marcendo da anni nei campi” è stato detto dai promotori. area ne ha voluto parlare con Fabio Ciconte, direttore di Terra!, un'associazione che si batte contro il caporalato nei campi e che si è fatta promotrice della campagna per la regolarizzazione. Ciconte, insieme al giornalista Stefano Liberti (che abbiamo intervistato qui) anche il coautore del libro “Il grande Carrello” che parla di tutto ciò che si nasconde dietro gli scaffali del supermercato. Con lui abbiamo quindi voluto allargare lo sguardo sul potere della grande distribuzione e lui malfunzionamenti della filiera agro-alimentare in Italia.

 

Fabio Ciconte, il coronavirus ha messo in luce gli aspetti critici del settore agricolo italiano, in particolare quelli legati alla manodopera irregolare. Possiamo dire che questa crisi ha permesso una maggiore presa di coscienza della situazione?

L'opinione pubblica si è resa conto che se la pandemia toccava tutti, non lo faceva allo stesso modo. Nei ghetti dove vivono i lavoratori agricoli, dove è difficile anche lavarsi semplicemente le mani, la situazione è drammatica. Per questo abbiamo deciso di fare campagna su questa situazione e di squarciare quel velo d'ipocrisia attorno al settore agro-alimentare. Il Covid-19 ha dimostrato il fatto che l'agricoltura si regge in piedi anche grazie al lavoro delle persone straniere: i braccianti dell'Est che non sono riusciti ad arrivare e gli irregolari già presenti nei ghetti del Mezzogiorno, ma non solo. Persone che sono un pezzo del nostro settore agricolo, vitale per la vita collettiva, che non può fermarsi nemmeno durante il Coronavirus. Per noi era inaccettabile che i braccianti relegati negli insediamenti informali restassero invisibili di fronte a questa emergenza.

 

Per questo avete deciso di lanciare una campagna per la regolamentazione...

In una situazione come questa non si poteva continuare a fingere che le migliaia di persone costrette a vivere nei ghetti pugliesi e calabresi semplicemente non esistessero. Abbiamo così promosso una campagna che ha avuto un ampio sostegno da parte della società civile, dei sindacati, del mondo cattolico e laico e ha aperto un dibattito politico. L'attenzione che c'è stata ci ha sorpreso: non pensavamo che durante la pandemia avremmo potuto portare all'attenzione pubblica un tema così delicato, cavalcato spesso dalle destre. Cosa che nei fatti è successo e che si è tradotto anche in una risposta del Governo.

 

Già, la regolamentazione nei fatti c'è stata, anche se è stata criticata da più parti. Quale è la sua opinione?

Si tratta senza dubbio di un primo passo. Un passo che può mettere decine di migliaia di persone, soprattutto nel settore agricolo, ma non solo, nella condizione di essere regolarizzate. Ciò significa che queste persone avranno uno strumento in più per difendere i propri diritti e sfuggire al ricatto dei caporali e degli imprenditori agricoli disonesti. È chiaro però che l'avessi scritta io non l'avrei fatta così, ma bisogna tenere conto del particolare contesto politico e di Governo in Italia. Un Governo che ha votato contro il processo a Salvini e che è composto da quei Cinque Stelle che hanno votato il decreto sicurezza. Quindi, dati gli equilibri politici attuali, prendo per buono questo primo passo che garantirà per lo meno un accesso alle cure, al lavoro e ad una vita dignitosa a centinaia di migliaia di persone invisibili.

 

Questa regolamentazione, da sola, non risolverà però tutti i problemi del settore agricolo?

Senz'altro no. Si tratta di un elemento importante, di un primo passo che però non è sufficiente. La questione si risolve togliendo dal mercato tutte le disfunzioni della filiera agro-alimentare nel suo complesso.

 

Da dove derivano queste disfunzioni?

Oggi in Italia c'è un sistema produttivo che è quasi tutto orientato verso la grande distribuzione. I pochi gruppi che controllano i supermercati hanno un potere enorme e registrano ogni anno grossi profitti (ancor di più in questi tempi di crisi). Ciò che schiaccia nei fatti il mondo agricolo, che guadagna poco, ha redditi molto bassi oltre ad cultura imprenditoriale latente. Nei vari anelli di questa filiera che dai campi porta al supermercato ci sono tutta una serie di fattori che generano lo sfruttamento. Per questo dico che il problema lo si deve risolvere a monte e che la sola regolamentazione non sufficiente. Per svuotare i ghetti e ridare dignità al lavoro agricolo ci vorranno altri interventi sul campo e un serio riequilibrio nei rapporti di filiera.

 

Quanto conta la corsa al ribasso dei prezzi dei prodotti agricoli?

Molto, troppo. Se i lavoratori agricoli sono sottopagati e spesso sfruttati è anche perché negli ultimi anni il cibo è stato svalorizzato, anche grazie a chi questo cibo lo fa arrivare nelle nostre case. Pensi che in Italia vige il regime dell'asta al doppio ribasso.

 

Di che cosa si tratta?

Sono un meccanismo che usa la grande distribuzione, soprattutto i discount, per acquistare i prodotti, come ad esempio le passate di pomodoro. Ci sono due partite d'asta: nella prima si determina il prezzo base dell'asta che deve essere il più basso; in un secondo tempo i produttori industriali che partecipano all'asta si ritrovano su un portale online protetto da password e devono rilanciare al ribasso la loro offerta partendo dal prezzo più basso dell'asta precedente. Vi è quindi un doppio ribasso. Un gioco perverso ai quali i produttori sono obbligati a partecipare se non vogliono essere esclusi da quello che è il principale canale di distribuzione dei prodotti agro-alimentare, ossia il supermercato.

 

Una posizione di forza che determina quindi gli squilibri e, infine, anche lo sfruttamento.

I prodotti acquistati tramite doppie aste al ribasso sono quelli che vengono messi in scontistica al supermercato, attirando le persone che vanno a fare la spesa. Questi sconti non gravano sui distributori, bensì sui produttori che però non possono fare a meno di stare al gioco altrimenti saranno esclusi dal 70% del mercato. È questa situazione che in questi anni ha devastato il mercato della filiera agro-alimentare, ripercuotendosi su tutti gli anelli della filiera fino ad arrivare nei ghetti. Proprio per questo abbiamo denunciato questa prassi nel 2016 e, da questa denuncia, è scaturita una proposta di legge già approvata dalla Camera e che ora deve passare al vaglio del Senato. Ecco che questo sarebbe un ulteriore e importante passo in avanti.

Pubblicato

Venerdì 29 Maggio 2020

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