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Un pomeriggio luganese

di

Alberto Nessi
Al Museo cantonale vedo gli acquarelli di Hermann Hesse: ma il Ticino non era così. Queste sono cartoline. Il Ticino era così solo per chi ci veniva in vacanza, in esilio o in fuga dalla civiltà industriale, in cerca dell'Eden. D'accordo che la pittura è "cosa mentale" e non è lo specchio della realtà, questo si sa: è un mondo parallelo, come la poesia. Ma il reale, con il suo chiaroscuro e i suoi conflitti, deve lasciare una traccia nel nostro animo e dunque nell'opera d'arte. Qui c'è solo paesaggio e colore, come se Hesse cercasse  conforto nel balsamo della natura che, allora - allora ! - nel nostro cantone, incantava il visitatore. Solo bellezza, negli acquarelli ticinesi.  Il grande scrittore forse cercava di medicare le sue ferite con vedute solari e vegetazione mediterranea. Pittura come autoterapia, come cura dell'anima.
"Mi dai un franco per il biglietto del treno?". Mi guarda con il viso disperatamente candido, il romeno, davanti alle gioiellerie di via Nassa. Si è sempre imbarazzati davanti a qualcuno che ci chiede dei soldi. Talvolta si dà, talvolta si fa finta di niente, consapevoli che non è la nostra monetina a risolvere i problemi. Eppure, il povero diavolo va aiutato… Da queste parti, tempo fa, fu mandata via dai generosi luganesi - ma il Ticino non è Terra d'asilo? - una famiglia di profughi, perché davano fastidio ai gioiellieri, gli rovinavano l'immagine, gli offuscavano le pietre preziose. E poi, questi qui soggiornavano addirittura in una pensione... C'è tutta una storia, dietro lo sguardo del mio romeno. Ma lui sa che ho altro da fare, non ho tempo di pensare alla sua storia. È abituato. A me bastano trenta secondi di solidarietà e un franco. Anzi, novanta centesimi in moneta: mi scuso per l'ammanco.
Nell'atrio del Palazzo comunale un pubblico modesto segue un poeta che, dal podio, parla sottovoce al microfono. Sono in fondo all'atrio e non capisco niente; sono qui, accanto ai fantasmi dei liberali ottocenteschi e allo Spartaco che libera gli schiavi. Un manifestino rosso affisso all'entrata dice: Piazzaparola. Ci dev'essere un equivoco: il poeta non è un piazzista e neanche un piazzaiolo (o un pizzaiolo), uno che fa le piazzate. Non piazza le parole, ma le pronuncia come se fosse la prima volta. Forse è un po' pazzo, ma non si rivolge alla piazza. Parla all'individuo. Questa manifestazione - tutti dicono "evento", parola magica - mi sembra un segno dei tempi: più parole piazzi, più vali. Almeno agli occhi degli sprovveduti. In sé, proporre poesia è una bella cosa; ma si ha l'impressione che queste letture, a parte eccezioni, vengano seguite solo da organizzatori, parenti, amici e aspiranti poetesse/ poeti. Fuori, turisti ben abbronzati stravaccati in poltroncine fanno l'aperitivo. Se ne fottono della poesia.

Pubblicato

Venerdì 28 Settembre 2012

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