Spuntano come fiori, anche sulla crisi, notizie di eccezionalità elvetiche. Un noto gruppo di ricerca americano (Deep Knowledge Group), su duecento paesi passati al vaglio, pone la Svizzera tra i paesi che meglio hanno reagito alla pandemia. Seconda in Europa dopo la Germania. Il prestigioso istituto mondiale Imd (International Institute for Management Development) nella sua ormai classica e attesa indagine annuale pone la Svizzera al terzo posto nel mondo, nel 2020, per livello di competitività, dopo Singapore e Danimarca. Precisando: «Per un’economia vigorosa sostenuta da un commercio internazionale robusto», «grazie all’infrastruttura scientifica e ai sistemi di salute e di educazione». L’organizzazione padronale Usam (Unione svizzera arti e mestieri) annuncia che la produttività delle imprese dall’inizio della pandemia è aumentata del 16 per cento, normalmente sarebbe stata solo dell’uno per cento. La produttività è data dal rapporto tra la quantità di prodotto ottenuto e la quantità  di lavoro utilizzato per ottenerlo. Nonostante la quantità di lavoro in meno (per le misure di confinamento),  non si è prodotto meno. Conclusione trionfante: «L’economia è più flessibile di quel che si pensi e la produttività può essere aumentata in maniera importante». Con un invito pressante al parlamento ad «alleggerire la legge sul lavoro e facilitare il telelavoro (nota: con tutti i vuoti giuridici che comporta, già rilevati dal sindacato), così che un impiegato dovrebbe poter lavorare, a seconda delle circostanze, da 50 a 67 ore alla settimana».  Nelle altre notizie economiche campeggia sempre la parola “crescita”, intesa soprattutto come crescita dei consumi, motore della ripresa.
 
Torno a sfogliare un saggista specializzato nella gestione dei rischi e dell’incertezza, tale Nassim Taleb. Ha scritto un libro in inglese intitolato “Antifragile” (traduciamo Antifragilità). Vi sostiene che la Svizzera ha nel sangue l’«antifragilità». Che non è tanto la capacità di resistere ai contraccolpi, quanto piuttosto la capacità di approfittarne. C’è la spiegazione politica: il merito va alla struttura istituzionale costruita dal basso verso l’alto, dal cittadino verso lo Stato, dall’assenza di un governo forte o dalla necessità di avere persone carismatiche, dal rifiuto dei tribuni, da «una superba protezione contro il romanticismo delle utopie» (si sottolinea persino). C’è poi l’aspetto economico, intrecciato al primo: il pragmatismo, l’abilità nello sfruttare ogni opportunità o ogni contrarietà, l’assenza o quasi di interventismo statale «ingenuo» (così definito). La Svizzera subisce invidia e pressioni, ma è proprio questo continuo stress politico-economico che ne rafforza il sistema immunitario.
 
In buona parte è vero o ci si crede. L’Unione sindacale svizzera ci dice però anche che mezzo milione di lavoratori, con famiglia, vive con meno di 4mila franchi al mese. È un elemento di fragilità emerso in modo impressionante in questi giorni. Cifre ufficiali ci dicono che una parte essenziale della domanda, motore della crescita sperata, è data dall’immigrazione. Fragilità demografica, quindi. La creazione di maggior valore aggiunto (o di ricchezza) risulta dalla produzione di servizi che riguardano la salute, le attività sociali, l’amministrazione pubblica che assieme contribuiscono a quasi la metà della crescita. Interventismo pubblico, quindi. Quasi la metà del maggior valore delle esportazioni svizzere è dovuta a prodotti semifiniti importati. Dunque, non ci sono esportazioni possibili e crescita senza... importazioni.
 

Nell’eccellenza svizzera emerge quindi molta dipendenza dagli altri e quindi anche parecchia fragilità.

Pubblicato il 

26.06.20..
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