Da circa tre anni non esce più di casa perché il contatto con l'aria aperta accentua i suoi disturbi respiratori. Luigi Riso, 81 anni di cui 35 trascorsi in fabbrica a Niederurnen a diretto contatto con le polveri di amianto, ci riceve  nella sua abitazione a pochi passi dal centro di Corsano, dove vive con la moglie e una figlia. Seduto al tavolo del soggiorno, con davanti il girello che gli garantisce ancora un minimo di mobilità, inizia subito a parlare del suo corpo malato.

«Ho problemi ai bronchi e ai polmoni. Ho sempre l'asma e forti dolori di schiena, soprattutto di notte. A volte mi devo alzare dal letto perché in posizione seduta sto meglio».  Di preciso non sa cos'ha perché non si è mai sottoposto a visite approfondite: «Non mi hanno mai chiamato. Mi visiteranno quando sarò morto forse...», commenta.
Luigi Riso conosce invece bene l'origine dei suoi mali: le polveri respirate per decenni dentro l'Eternit di Niederurnen, dove ha lavorato ininterrottamente dal 1957 al 1991. In vari reparti: da quello dei tubi a quello dove venivano aperti (a mano con l'ausilio di un coltello) i sacchi di amianto. «Erano i reparti peggiori -ricorda- perché girava molta polvere e si lavorava senza protezione, a viso scoperto. Le mascherine arrivarono molto tardi, quando ormai eravamo già condannati a morire». Fino alla metà degli anni Settanta, quando l'arrivo di Stephan Schmidheiny alla testa dell'Eternit al posto di suo padre Max portò all'introduzione di alcune migliorie. Gli operai in mezzo alla polvere della fabbrica erano pure costretti a mangiare: «mangiavano pane e amianto. Solo in un secondo tempo venne creato un locale separato», ricorda oggi con rabbia Luigi Riso.
Ci mostra dunque alcune fotografie che ritraggono molti suoi ex colleghi e amici: Donato, Pietro, Domenico. E poi Salvatore («era il mio migliore amico»), tutti emigranti di questa regione d'Italia già morti di mesotelioma dopo essere stati esposti per anni al pericolo. Oltretutto a loro insaputa. Di volantini informativi su come ridurre i rischi per la salute che la direzione di Eternit sostiene di aver distribuito agli operai, Luigi Riso non ne ha mai visti: «se avessi saputo della pericolosità dell'amianto me ne sarei andato. Gli italiani di sicuro non ne sapevano nulla. Ma nemmeno gli svizzeri, perché ne sono morti tanti anche di loro». Si ricorda per esempio di due fratelli, entrambi uccisi dal mesotelioma: «Uno era anche diventato capo. Era un bravo cristiano».
Quando gli chiediamo dei controlli sulla qualità dell'ambiente di lavoro che effettuava la Suva, risponde con un sorriso amaro: «Cosa vuole? quando arrivava la Suva ci avvertivano e ordinavano di pulire la fabbrica e di indossare le mascherine. Ritengo che fossero tutti d'accordo: Eternit, Suva e anche i medici che regolarmente ci visitavano e ci dicevano sempre che andava tutto bene». «La verità -prosegue Riso- l'abbiamo scoperta dopo. Ma ormai era troppo tardi per correre ai ripari».
«Del resto, all'epoca, nelle condizioni economiche in cui ci trovavamo, noi operai non ci ponevamo troppe domande. Eravamo tutti contenti di andare a lavorare in Svizzera. Quando attraversavamo la frontiera a Chiasso eravamo "nudi" come mamma ci ha fatti, non avevamo nulla. Il fatto di avere un posto di lavoro e dunque i mezzi per crescere i figli mi rendeva l'uomo più felice del mondo. E poi a me piace lavorare, perché quando uno lavora vuol dire che sta bene. E io sono sempre stato bene, nonostante abbia vissuto per diaciassette anni in baracca. Diciassette anni nella baracca 2213. Vede? Le dico anche il numero».
Per lui questa fu una scelta abitativa obbligata, perché nel 1973 si ritrovò solo in Svizzera: la moglie che lo aveva raggiunto nel 1959 decise infatti di rientrare in Puglia con i figli per consentire loro di frequentare le scuole nella loro terra. «Fu una decisione dolorosa, fatta per il bene della famiglia», spiega oggi la signora Riso, a sua volta una vittima dell'amianto. Come molte altre immigrate, lavorava in una delle fabbriche di camicie della regione glaronese ma a casa ogni fine settimana le toccava lavare le tute da lavoro piene di polvere d'amianto: «Si lavava a mano, nel lavandino di casa perché all'epoca non ci spoteva certo permettere la lavatrice», puntualizza. E non lavava solo le tute del marito, ma pure quelle dei suoi tre fratelli (due morti di mesotelioma a 67 rispettivamente 68 anni) e dei due cognati (uno morto di mesotelioma) e quelle di altri giovani senza famiglia che lavoravano all'Eternit: «Ricordo questi ragazzini che a dozzine scendevano dal treno alla stazione Niederurnen il giovedì sera dopo un viaggio iniziato ventiquattro ore prima a Lecce. A me piangeva il cuore perché li vedevo soli e spaesati e dunque cercavo di aiutarli lavando i loro vestiti. Solo molti anni dopo ho saputo che con questi gesti di generosità mi portavo in casa ancora più polvere d'amianto, mettendo così a rischio anche la salute dei miei figli. La ragazza ha per esempio sempre sofferto di irritazioni alla pelle e penso che sia dovuto a questo contatto con l'amianto. Speriamo non le succeda nulla di peggio, perché a me l'Eternit, oltre ad aver fatto ammalare mio marito, ha già ucciso un cognato e due fratelli».  
«Povera donna. Quanti sacrifici ha fatto!», interviene nuovamente Luigi Riso, riprendendo il suo racconto dagli aspetti positivi della sua esperienza all'Eternit: «Dal punto di vista salariale si stava bene: se facevi bene il tuo lavoro ogni anno arrivava un premio così come al raggiunimento di un giubileo».
Ci mostra dunque una fotografia che lo ritrae davanti ad un vaso di fiori (in amianto) che gli era stato regalato in una di queste occasioni. «Vede come ero in forma qui? Mamma mia quanto lavoravo», ci dice con gli occhi lucidi.
Gli scende anche qualche lacrima quando a intervista quasi conclusa inizia a parlare a ruota libera dei luoghi di quell'angolo di Svizzera dove per tanti hanno ha vissuto e lavorato: parlando del grande freddo, gli viene in mente quando nel 1963 gli giunse da casa una telefonata che annunciava la morte imminente di suo papà: «Era sera e a Niederurnen non c'erano più treni. Nevicava e con grande fatica andai a piedi fino a Ziegelbrücke dove potevo prendere il treno per Zurigo e da lì partire per Lecce. Purtroppo arrivai troppo tardi...» E ancora: «Mia mamma morì invece nel 1965 e anche lei non feci in tempo a vederla».
Ma oggi Luigi Riso, da 81 enne sofferente a causa dell'amianto respiranto come lavoratore in Svizzera, cosa pensa di questo paese? «È un paese che devo ringraziare e al tempo stesso odiare».


«Quelli che stavano male venivano licenziati»

Antonio Mariello, 68 anni di età  e venti di Eternit alle spalle, è uno dei primi a presentarsi sul palco dell'auditorium di Corsano per raccontare la sua storia ai giornalisti svizzeri. Armato di certificati medici, referti radioliogici e lettere della Suva si dimostra sin da subito un uomo estremamente risoluto, che ben sa cosa è capitato in quella fabbrica maledetta e che oggi, con forza, pretende un minimo di giustizia.

La sua avventura di migrante in terra svizzera iniziò nel 1964 e si concluse relativamente presto: nel 1983, quando dopo essersi sposato ed aver avuto dei figli decise di ritornare al suo paese. Ma fu un'esperienza che lasciò il segno, soprattutto sul suo corpo minuto. Per darci un'idea, Antonio Mariello inizia a raccontare l'ambiente di lavoro a cui lui e gli altri operai erano costretti: «Ricordo quando dovevamo scaricare i sacchi (di 17 chili) di amianto dai treni. Salivamo in quattro sul vagone e con le operazioni di trasporto si sollevava un polverone tale che addirittura non ci vedevamo più uno con l'altro. La situazione era ancora peggiore nel reparto dove con un semplice coltello si tagliavano i sacchi e con l'ausilio di una pala si miscelavano i vari tipi di amianto».
«Della pericolosità dell'amianto -prosegue Mariello- noi operai non sapevano nulla. Almeno all'inizio, anche se io mi accorsi subito appena arrivato a Niederurnen che c'era qualcosa che non andava, perché i nostri colleghi (o ex) più anziani che avevano lavorato con l'amianto dell'Eternit negli anni Quaranta e Cinquanta morivano presto: la maggior parte prima della pensione e altri poco dopo. Bastava andare al cimitero per rendersene conto». I sospetti più concreti «iniziarono ad affiorare quando mi accorsi che gli operai venivano sottoposti sistematicamente a esami dell'apparato respiratorio: a volte direttamente in ospedale e altre su un camion che veniva davanti alla fabbrica».
Ma per i lavoratori era praticamente impossibile ottenere ragguagli sul loro stato di salute: «Siccome facevo parte di un gruppo di operai che non è che stessero troppo zitti, dopo le visite chiedevamo lumi al caporeparto, che ci dava sempre la stessa risposta: "tutto bene". D'altro canto vedevamo che certi colleghi dopo queste visite venivano trasferiti in reparti meno polverosi o addirittura licenziati. Capimmo presto che questa era la sorte di chi stava male».
E dai medici non ottenevate nulla? «Nessuna informazione nemmeno da loro. Ne ricordo solo uno che si prendeva veramente cura di quelli di noi che stavano male. E per questo non andava molto d'accordo con l'Eternit». E i sindacati non intervenivano all'interno della fabbrica? «Non potevano nemmeno mettervi piede. Se la direzione dell'Eternit veniva a sapere che un operaio era entrato in contatto con un sindacato lo licenziava immediatamente».
Di misure dell'azienda a tutela della salute degli operai non ne ricorda: «Ci dicevano al massimo di portare la mascherina per proteggersi dalla polvere. Verso il '68 credo la direzione dell'Eternit introdusse il divieto di fumare in fabbrica, perché rappresentava una perdita di tempo, dicevano. Ma presto si accorsero che molti lavoratori andavano a fumare nei bagni o all'esterno della fabbrica, per cui il divieto venne revocato poco dopo».
Il risultato di questo modo di fare impresa Mariello lo ha potuto toccare con mano soltanto molti anni dopo, una volta rientrato nella sua Alessano: «Mi sono fatto visitare e purtroppo mi hanno trovato l'amianto nei polmoni», spiega l'ex operaio Eternit. La sua cartella clinica parla di "insufficienza respiratoria cronica da asbestosi" (vedi anche riquadro), che sovente durante la notte lo fa svegliare di soprassalto: «Ci sono dei momenti in cui mi sembra di non più riuscire a respirare. «È davvero terribile. E pensare che io sono uno dei più fortunati della zona. Forse perché sto attento e non fumo più da 35 anni. L'80 per cento di quelli che lavoravano con me sono invece già morti».  «Cosa vuole -aggiunge Mariello- purtroppo la vita è questa: c'è chi sbaglia e chi subisce». Ma lui non è uno che non si rassegna così facilmente e, quasi ragionando a voce alta, aggiunge: «Certo che è grave che non ci abbiano mai detto nulla». Forte è dunque in lui la sete di giustizia. Talmente forte d'averlo spinto già alcuni anni fa a sottoporre il suo caso al procuratore di Torino Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta penale sfociata nel processo in corso a Torino contro i vertici dell'Eternit per la strage dell'amianto procurata in Italia dagli stabilimenti italiani.
Ma che tipo di giustizia si aspetta? La condanna degli autori? Un risarcimento del danno? «Ormai il danno è stato fatto e indietro non si può tornare. Per me un minimo di giustizia verrebbe fatto se si consentisse alle persone che non sono ancora morte di vivere gli anni che rimangono in maniera dignitosa», risponde Mariello concludendo il lucido e preciso racconto della sua esperienza all'Eternit. Ma prima di congedarsi: «Posso dire ancora un'altra cosa?». Certo. «Io non provo odio per le persone che hanno causato tutto questo disastro. Odio però il modo in cui hanno agito e i loro atti, che tanto male hanno arrecato e stanno arrecando a dei poveri operai».

Ma per la Suva non è malato

«Non vi è dubbio che il paziente abbia subito esposizione professionale a polveri inorganiche di asbesto e che tale esposizione sia stata molto prolungata nel tempo. ...L'esposizione è anche confermata dalla presenza di placche pleuriche in parte calcificate...,che interessano la superficie pleurica laterale e diaframmatica che della esposizione all'asbesto sono patognomoniche» (cioè sono un sintomo caratteristico al punto da permettere la diagnosi certa, ndr). Così scriveva nel 2003 il dottor Sergio Giurgola, specialista in malattie dell'apparato respiratorio dell'ospedale Sacro cuore di Gesù di Gallipoli, nella relazione di visita pneumologica a cui si è sottoposto Antonio Mariello. Una relazione che conferma l'esito di indagini mediche svolte in precedenza e che giunge a questa conclusione: «Per quanto ulteriori indagini diagnostiche specialistiche potrebbero dare ulteriore conferma alla diagnosi, secondo la letteratura internazionale attuale i dati anamnestici professionali, clinici, obiettivi, radiologici e funzionali permettono di porre serenamente la diagnosi di asbestosi polmonare».
Il documento porta la data de 14 gennaio 2003, ma a otto anni di distanza il signor Mariello non è ancora riuscito a ottenere il riconoscimento della malattia professionale (e dunque delle prestazioni assicurative che ne conseguono) da parte della Suva. Ancora pochi mesi fa, nell'ottobre 2010, «i consulenti medici» dell'ente assicurativo elvetico chiedevano «nuovi accertamenti medici», si legge in una lettera della stessa Suva in risposta ad un ennesimo scritto di questo ex manovale dell'Eternit. Una persona a cui quell'esperienza ha rovinato la salute, ma non ha tolto lo spirito combattivo di un tempo, che ancora gli consente di attendere fiducioso una nuova decisione della Suva. Del resto, la legge svizzera dice che sono riconosciute come malattie professionali le patologie causate in maniera preponderante dall'attività professionale o da agenti nocivi (come sono le polveri di amianto).

Pubblicato il 

01.04.11

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