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L'editoriale

Un padronato ingordo

di

Claudio Carrer

Orari di lavoro senza limiti e fuori controllo. È questo l’obiettivo che le forze politiche borghesi e il padronato vorrebbero realizzare attraverso una duplice revisione della Legge sul lavoro in discussione a livello parlamentare e che si potrebbe concretizzare nei prossimi mesi.

Si tratta di un attacco frontale alla protezione della salute e ai salari del 40 per cento delle lavoratrici e dei lavoratori, circa 1,4 milioni di persone. Un attacco di una brutalità che non si vedeva da anni e organizzato in modo estremamente subdolo, perché si cerca di nasconderne la gravità e l’impatto reale sui salariati giocando con le parole.


Il primo intervento prevede essenzialmente l’abolizione della durata massima settimanale del tempo di lavoro (oggi tra le 45 e le 50 ore a seconda del ramo professionale), una deregolamentazione degli straordinari e del diritto al riposo, nonché una liberalizzazione di fatto del lavoro notturno e festivo. Tali misure, figlie di una mozione del senatore ed esponente popolare democratico (del “partito della famiglia”) Konrad Graber si possono applicare a lavoratori che «esercitano funzioni direttive» e agli «specialisti che dispongono nel loro ambito di notevoli competenze decisionali; e dispongono di un’ampia autonomia nel loro lavoro; e sono prevalentemente liberi di stabilire i propri orari di lavoro e non lavorano secondo piani d’impiego prestabiliti», recita l’avamprogetto di legge.

Per questa medesima categoria di salariati il padronato e la destra vorrebbero anche sopprimere l’obbligo di registrazione delle ore lavorate, così come chiede una mozione di Karin Keller-Sutter, nel frattempo brillantemente eletta in Consiglio federale (anche con i voti di quella sinistra un po’ sinistra che ne apprezza il «pragmatismo»), presentata nel 2016.

 

Proprio in concomitanza con l’entrata in vigore di una revisione legislativa che introduce la possibilità di rinunciare alla registrazione se il lavoratore vi acconsente, se è sottoposto a un contratto collettivo ed ha un salario superiore ai 120.000 franchi. Ora si vogliono far cadere anche questi paletti per estendere ulteriormente il campo di applicazione dell’“eccezione”, di cui tra l’altro le imprese svizzere già fanno largo uso.

In realtà, grazie a definizioni vaghe senza alcun significato giuridico, si lasciano al datore di lavoro ampi spazi d’interpretazione nel definire il profilo dell’impiegato non più tutelato. All’interno delle imprese le “funzioni direttive” sono assunte anche ai piani gerarchici più bassi e molti lavoratori hanno un’ottima formazione e sono specializzati.    

 

Queste persone continuerebbero dunque a percepire un salario inferiore a quello dei quadri dirigenti dell’azienda ma, come loro, non dovrebbero più registrare le ore di lavoro e perderebbero tutta una serie di tutele oggi previste in termini di durata massima della giornata e della settimana lavorativa e di tempo minimo di riposo. Con tutte le conseguenze che ciò comporta sul piano della salute psichica e fisica. Ma anche sulla qualità della vita familiare e sociale in un’epoca già di crescente difficoltà a porre un confine tra lavoro e tempo libero.


Di fronte a questo attacco ai diritti di migliaia di lavoratori, che salvo sorprese dovrebbe avere i numeri per superare lo scoglio parlamentare, sarà inevitabile ricorrere al referendum (come peraltro ha già annunciato l’Unione sindacale) per fermare questi piani di una destra ingorda, che non si accontenta di una delle legislazioni sul lavoro più favorevoli al padronato di tutta Europa e che non a caso è stata presa a modello da Matteo Renzi in Italia e da Emmanuel Macron in Francia nell’ambito dei loro piani di deregolamentazione del diritto del lavoro.

Pubblicato

Giovedì 14 Febbraio 2019

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