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Un omaggio agli attardati moralisti

di

Giuseppe Dunghi
“Mi è capitato un incidente automobilistico con un tale le cui capacità intellettuali mi sono sembrate terribilmente limitate. Ho avuto perciò la fortuna di riuscire a fargli sottoscrivere una constatazione di sinistro che mi è particolarmente favorevole. Spero che sarete d’accordo.” È una frase autentica estratta dalla corrispondenza fra un assicurato e la sua casa d’assicurazione. Insieme con altre simili perle, forma una piccola antologia comica pubblicata sul numero del dicembre 2003 di Trait d’Union, il bollettino dell’Associazione romanda delle correttrici e dei correttori di tipografia. Se isolata dalle altre, la frase rivela però qualcosa di poco divertente: nella sua allegra assenza di morale costituisce un concentrato di cinismo, con in più la sfrontatezza di ritenere che un’azione riprovevole abbia la possibilità di essere giudicata positivamente. Dunque è diventato normale considerare la società come il campo in cui ciascuno realizza i propri interessi personali. E normale che si faccia politica per difendere i propri interessi. Solo qualche attardato moralista ha ancora dei dubbi sulla legittimità di governi, eletti peraltro democraticamente, che fanno della competizione fra individui il fondamento dell’economia e della vita associata. «Se scoprono che sei onesto sei rovinato», scriveva Angelo Alimonta in una bellissima riflessione per il duecentesimo anniversario della morte di Immanuel Kant (12 febbraio 1804) apparsa il 21 di febbraio su un quotidiano cantonale. C’è da rimanere smarriti. Poi capita di leggere altre cose. Per esempio su Corrier Economia di lunedì 26 gennaio, “Argenta, la coop ha fatto crac”, la storia del fallimento per debiti della Cooperativa costruttori di Argenta (Ferrara), la quarta impresa italiana del settore. Disoccupazione per 1750 dipendenti, blocco dei cantieri, cessione della squadra di calcio (la gloriosa Spal). La vicenda si presta pure a una piccola divagazione di natura sociologica. Uno dei tanti pensionati che hanno investito i risparmi in quote della cooperativa dichiara alla corrispondente del Corriere: «A bruciare non è solo la perdita patrimoniale, ma anche la delusione per il fallimento di un modello sociale. Mio padre è stato uno dei fondatori di Terra e Lavoro, la storica cooperativa… che assieme ad altre ha dato vita a Coopcostruttori. Per lui investire nel prestito sociale era un punto d’onore, quasi gli dispiaceva ritirare lo stipendio a fine mese. Io, mia sorella e mia madre abbiamo seguito il suo esempio.» Ecco: “Quasi gli dispiaceva ritirare lo stipendio.” Esistono ancora persone, nonostante il bombardamento ideologico di chi vuole far pensare il contrario, che si pongono il problema della dimensione sociale delle proprie azioni e osano avere un criterio morale. Forse queste modeste considerazioni possono costituire un piccolo omaggio, anche su queste pagine, al grande di Königsberg.

Pubblicato

Venerdì 26 Marzo 2004

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