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Italia

Un nuovo protagonismo di massa

di

Loris Campetti

Il “saldatore della patria” Maurizio Landini ha guidato un’irruzione potente nel plumbeo scenario italiano. La manifestazione sindacale unitaria di sabato scorso a Roma segna un’inversione di tendenza e invia un messaggio a una società colpita dalla crisi, priva di credibili rappresentanze politiche e dunque frammentata, ignorata dunque rancorosa: una rappresentanza sindacale, pur tra mille contraddizioni e debolezze, esiste e da essa può ripartire un protagonismo di massa sotto la bandiera della solidarietà, contrapposta a quella che tiene insieme egoismi, nazionalismi, ingiustizia fiscale. Il nemico non è l’immigrato ma le politiche che aumentano le diseguaglianze, la competizione tra lavoratori è un inganno da svelare e combattere riunificando il mondo del lavoro sulla base dell’universalità dei diritti. Landini è stato il valore aggiunto dell’unità sindacale ritrovata almeno per un giorno, almeno su obiettivi concreti, sul lavoro. Che a rimettere insieme Cgil, Cisl e Uil dovesse toccare al sindacalista reduce da battaglie troppo spesso solitarie contro lo strapotere padronale, l’uomo accusato di estremismo e radicalismo, è un altro segno importante. Dice che l’unità non va ricercata tagliando tutte le ali intorno a un compromesso al ribasso. La strada, per dirla con la matematica, non è il comun divisore ma il comun multiplo, che valorizza differenze e soggettività. In piazza San Giovanni l’unità era tra le persone. Cisl e Uil hanno capito che il tornado Landini imponeva il cambiamento anche della piazza scegliendo la più grande e simbolica e hanno avuto uno scatto organizzativo contribuendo a riempire San Giovanni fino all’inverosimile. «Non diamo i numeri, lo fanno in troppi – ha detto dal palco Landini rivolto a chi vorrebbe cancellare ogni intermediazione con un discorso populista – contateci voi».


È interessante la considerazione che mi suggerisce al lato del palco un predecessore di Landini nel ruolo di segretario generale, quel Sergio Cofferati che aveva salvato dall’attacco di Berlusconi l’art.18: «La presenza massiccia della Cisl dice che il mondo cattolico si è rimesso in movimento». Forse, aggiunge il predecessore di Landini al vertice della Fiom, Gianni Rinaldini – «il messaggio del papa che invita alla solidarietà e all’accoglienza sta aprendo una breccia». Fatto sta che in una piazza in alcune sue componenti attratta dal sovranismo e non sempre attenta ai rischi della guerra tra poveri, il grido dal palco non solo di Landini sulla natura antifascista e antirazzista del sindacato è risuonato con forza e ha raccolto applausi convinti. L’ambito in cui forse è ancora possibile ricostruire valori solidali è il mondo del lavoro, di chi ce l’ha, di chi lo cerca, di chi a fatica si è conquistato la pensione, di chi è precario, sfruttato da caporali e padroni, dei senza diritti e senza contratto. Per creare lavoro servono investimenti pubblici e privati, non i navigator precari di Di Maio, e il governo pentaleghista non fa nulla in questa direzione. E serve non un lavoro qualunque ma un lavoro di qualità per prodotti di qualità, per un diverso modello di sviluppo che ha riconquistato la sua centralità nel confronto sindacale. A Salvini, piazza e palco hanno ricordato che sono più gli italiani costretti a espatriare per trovare lavoro che gli stranieri che vengono da noi a cercarlo, se riescono a varcare il Mediterraneo e a scalare i muri dell’odio alzati in Italia e in Europa.


Il governo, qualunque governo dovrà fare i conti con questa ripresa sindacale che chiede eguaglianza e salari giusti, una legge democratica sulla rappresentanza sindacale e pretende di dire la sua sulle scelte strategiche. Il messaggio è arrivato in uno dei momenti più gravi per l’economia e il lavoro: chiudono i cantieri mentre il governo si spacca sul Tav e su tutto il resto e sfiora la dichiarazione di guerra alla Francia, crollano settori centrali trainanti come l’auto e il suo indotto, i pullman, l’Alitalia e la Pernigotti sacrificata dal padrone turco in nome dei profitti. Mentre il governo condiziona ogni scelta strategica alle elezioni europee la sinistra non si sa dove sia, ammesso che esista. Non nelle urne: il voto in Abruzzo dice che mezza Italia non va più a votare e che Salvini vince anche nel centro Italia e si ricompatta con fascisti e berlusconiani, che il Pd crolla ancora, che i 5 Stelle sono ormai il bacino elettorale di Salvini. Inseguire la Lega premia la Lega, non i grillini.


Sarà una navigazione difficile quella di capitan Landini e del sindacato, una traversata tra i marosi dall’esito incerto come quello dei migranti. Ma almeno, una nave con 12 milioni di passeggeri ha preso il largo. Chissà che un giorno non riparta qualche barchetta spiaggiata. Qualche barchetta di sinistra.

Pubblicato

Giovedì 14 Febbraio 2019

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