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Un miraggio chiamato Las Vegas

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Immigrati messicani, ma anche donne e giovani senza formazione sognano di andare a lavorare a Las Vegas, una città che, a 100 anni dalla nascita, è sempre in forte espansione. Molti di quelli che li hanno preceduti hanno trovato qui una buona paga, una bella casa e la possibilità di far studiare i figli. Dietro a questo successo c’è anche il lavoro dei sindacati, che nella capitale mondiale del divertimento sono riusciti a crescere e a conquistare condizioni salariali e sociali ben superiori alla media nazionale. Il successo dei sindacati è evidente soprattutto nel settore alberghiero e della ristorazione, dove opera il “Culinary Workers Local 226”. È una filiale di Unite Here, un importante e combattivo sindacato americano del terziario (conta 450 mila membri attivi e 400 mila pensionati nel Nord America), che da mesi sta conducendo una decisa campagna in vari alberghi americani, in particolare in California. Il successo del “Culinary Workers Local 226” è cominciato negli anni ’80, quando ha preso avvio la grande trasformazione di questa città. La mafia che aveva dominato fino agli anni ’70 si era ritirata per lasciar posto alle grandi catene di alberghi. Negli ultimi 25 anni Las Vegas, che domenica festeggia 100 anni di esistenza, è cresciuta molto. Se nel 1980 12 milioni di turisti venivano a divertirsi qui, adesso la città accoglie ogni anno almeno 37 milioni di persone (vedi anche articolo sotto). Questa città ha conosciuto un incredibile sviluppo urbanistico. Lo “Strip”, la grande strada sulla quale si affacciano i maggiori casinò, è da anni un continuo cantiere. Proprio poche settimane fa ha aperto i battenti il “Wynn Las Vegas”. Dietro a questo progetto di 2,7 miliardi di dollari c’è Steve Wynn, un uomo che ha contribuito a cambiare la città con le sue idee di alberghi tematici. Il suo primo grande progetto è stato il “Mirage”. Poi sono venuti l’”Isola del tesoro” e il “Bellagio”. Adesso c’è anche un albergo che porta il suo nome. Mentre Wynn cominciava a realizzare giganteschi progetti, il “Culinary Workers Local 226” cercava di rilanciare la sua immagine, offuscata dall’assassinio nel 1977 in circostanze poco chiare di Al Barmett, un noto sindacalista che aveva convinto tanti lavoratori, soprattutto neri, a venire a cercare fortuna a Las Vegas. Alla fine degli anni ’70 i sindacati perdevano terreno e vari casinò ne approfittarono per metterli alla porta. Il “Culinary” decide allora di rinnovare quadri e strategie. Non mancarono gli scioperi come quello del 1984: è durato 75 giorni. Novecento lavoratori sono stati arrestati. L’immagine della città ne soffrì molto. In quegli anni il sindacato del terziario si prefigge l’obiettivo di concludere un contratto per i lavoratori del Mirage, il primo mega albergo sulla Strip che viene inaugurato alla fine del 1989. Per ragioni diverse, le due parti decidono di scendere a patti. Wynn è consapevole che uno sciopero, magari prolungato nel tempo, non può che far male all’immagine del suo albergo e della città. I sindacati sanno che i datori di lavoro possono impedire l’entrata dei sindacati con l’arma delle intimidazioni. I rappresentanti dei lavoratori chiedono a Wynn di accettarli se la maggioranza dei suoi dipendenti firma un documento in favore del sindacato. In cambio, i rappresentanti dei lavoratori sono disposti a rivedere l’obsoleto regolamento sul lavoro che prevede 130 categorie di mestieri e a sostenere alcune rivendicazioni che gli albergatori stanno portando avanti a Washington. Per i sindacati comincia la rimonta. Dopo il Mirage, accordi analoghi vengono conclusi con vari altri grandi alberghi della città. Anche i lavoratori del “Wynn Las Vegas” avranno presto un contratto di lavoro. Ma non tutti sono stati disposti a trattare con i sindacati. Tra di loro c’è stato il Frontier, di proprietà della famiglia Eliard. Nel 1991 quattro sindacati, tra cui il Culinary, decidono di ricorrere allo sciopero: 550 lavoratori incrociano le braccia. La vertenza durerà la bellezza di sei anni e mezzo. Sarà la più lunga azione della storia americana. Alla fine la famiglia Eliard venderà l’albergo e il nuovo proprietario firmerà subito un accordo. Oggi il Culinary vanta quasi 50 mila soci (tra di loro vi sono molte donne o persone di colore) e il 90 per cento dei lavoratori dei grandi alberghi di Las Vegas sono rappresentati da sindacati. Questo successo è tanto più significativo se si pensa che in altre città, i sindacati del settore alberghiero hanno vissuto un calo degli iscritti: sono passati dal 16 per cento del 1983 al 12 per cento del 2000. I lavoratori di Las Vegas sono poi ben pagati. Un lavapiatti, per esempio, riceve 12 dollari all’ora contro una media nazionale di 7,3 dollari. Un cuoco di un fast food guadagna 15 dollari all’ora, contro una media nazionale di soli 7 dollari. I lavoratori di Las Vegas godono poi di buone prestazioni sociali, come copertura sanitaria e cassa pensione. Anche in altri settori economici, come quello edile, le paghe qui sono spesso superiori alla media nazionale, come pure il grado di sindacalizzazione. Nel 2001, a Las Vegas il 16,4 per cento dei lavoratori del settore privato erano sindacalizzati, contro una media nazionale del 9 per cento. Dopo i successi sindacali, il Culinary ha investito molta energia nella formazione professionale dei soci. A Las Vegas infatti arrivano molte persone, soprattutto immigrati e donne, senza formazione, mentre gli alberghi hanno bisogno di personale con specifiche conoscenze. Chi è iscritto al sindacato può seguire corsi gratuiti di formazione, che sono in parte finanziati anche dai datori di lavoro. Per molti lavoratori andare a scuola ha aperto nuove opportunità professionali, perché quasi sempre le persone che frequentano i corsi trovano lavoro negli alberghi. E successo a Alma Lugo Escobar. Per anni ha fatto la baby sitter guadagnando 350 dollari la settimana. Invano ha cercato di farsi assumere in un albergo. Poi è andata a scuola e subito dopo ha trovato un lavoro in un grande albergo. Riceve una paga di 12 dollari all’ora. La speranza dei sindacati americani è che il modello di Las Vegas si faccia strada anche altrove e che il settore alberghiero e della ristorazione garantisca ai lavoratori buone paghe e non, come spesso succede, solo paghe da fame. Cento anni fa il terreno dove oggi sorge Las Vegas era solo un pezzo di deserto di poco valore. È stato l’arrivo della ferrovia, diretta verso Los Angeles, a dar vita a quella che ormai è diventata la città mondiale del divertimento. Oggi, a Las Vegas si va per giocare, per sposarsi e per divorziare, ma anche per assistere a spettacoli fantasiosi, per mangiare nei migliori ristoranti del mondo e per fare shopping nei negozi di Prada, Fendi, Versace o Armani, solo per citarne qualcuno. Lo Strip è il cuore della città. È una lunga arteria super trafficata con ampi marciapiedi, dove la gente passeggia ammirando le stravaganze della città e respirando un po’ di aria prima di rintanarsi nelle ampie sale dei casinò dove non ci sono finestre, non ci sono orologi e dove il numero delle macchine mangiasoldi, le slot machine, non si contano. C’è sempre qualcuno che gioca. Uno spettacolo impressionante è la vista dall’alto della città di notte. Arrivando in aereo, grazie alle tante luci, si ha l’impressione di atterrare in un immenso lingotto d’oro. Las Vegas è una città in forte espansione. Se negli anni ’40 qui abitavano solo poche decine di migliaia di persone, adesso la popolazione è di circa 1,5 milioni di abitanti. La gente arriva per lavorare negli alberghi, nel settore edile e in quello dello spettacolo. Anche sempre più anziani decidono di venire qui a trascorrere gli ultimi anni perché il clima è secco e la vita non è troppo cara. Un tempo questa era la città della mafia, come ben raccontano i film “Casinò” con Robert de Niro e “Bugsy” con Warren Beatty, adesso i “padroni” sono le grandi catene d’alberghi. Proprio il 28 di aprile ha aperto i battenti l’ultima attrazione di Las Vegas, il “Wynn Las Vegas”, un albergo di super lusso che è costato 2,7 miliardi di dollari e oltre a stanze, ristoranti, sale per convegni, negozi, ville private, cappelle e 1960 slot machine offre ai suoi clienti anche un campo da golf. La gente viene a Las Vegas non solo per giocare. Qui arrivano ogni anno oltre 37 milioni di persone. Intere famiglie americane vi trascorrono le vacanze, perché dormire e mangiare costano relativamente poco. Solo il 42 del reddito dei casinò proviene dalle giocate. Il resto è frutto delle tante altre attività e attrazioni che offre questa città, sempre più assetata d’acqua e di energia elettrica, che arriva dalla diga di Hoover. Molta gente viene a Las Vegas per vedere grandi spettacoli, come il Cirque du Soleil, o artisti famosi che regolarmente fanno tappa in questa città o che qui propongono spettacoli unici come è il caso della cantante Celine Dion. La città poi viene scelta sempre più spesso da imprese e organizzazioni per tenervi convegni o congressi. A Las Vegas i grandi party non mancano mai, ciò che attira giovani in carriera con soldi in tasca e voglia di divertirsi. Chi resta anche solo pochi giorni ha l’impressione di aver “visitato” il mondo. Un albergo è a forma di piramide e dentro si possono vedere sarcofaghi e statue egizie, un altro propone le attrazioni della città di New York e un altro ancora quelle di Parigi con tanto di mongolfiera e torre Eiffel. Al “Bellagio”, che ha fatto da cornice al film “Ocean’s 11”, non ci sono solo gli spruzzi d’acqua ad attrarre i turisti, ma anche l’ampia serra piena di fiori e, per gli appassionati d’arte, in questi giorni c’è una mostra dedicata a Monet. Si può persino fare un giro in gondola su un canale riprodotto al secondo piano del Venetian, una piccola Venezia dove mancano solo i tipici odori delle calli. In questi giorni la città festeggia con una torta gigantesca i primi 100 anni di vita. Molte città americane, ma non solo, guardano con una certa invidia a questo esempio di successo e vorrebbero poterlo imitare. La concorrenza aumenta e per Las Vegas ciò significa che non è tempo di dormire sugli allori.

Pubblicato

Venerdì 13 Maggio 2005

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