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Un massacro dimenticato

di

Tommaso Pedicini
Quell’isola maledetta Elmar Thurn non riesce proprio a dimenticarla. L’ottantaduenne giudice federale a riposo è uno dei pochissimi reduci a rompere il silenzio omertoso dei Gebirgsjäger (le truppe di montagna della Wehrmacht) sui crimini di guerra compiuti da quel corpo durante il secondo conflitto mondiale. Dalla Francia ai Balcani, alla Grecia, alla Russia lunghissima è la scia di sangue che gli alpini di Hitler si sono lasciati alle spalle in sei anni di guerra. Anche il massacro di oltre 5 mila soldati italiani della divisione Acqui, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si erano rifiutati di cedere le armi ai tedeschi, va sul loro conto. Nella tarda estate di quell’anno il ventiduenne Thurn, allora sottotenente dei Gebirgsjäger, si trovava in Grecia in qualità di ufficiale addetto alle comunicazioni. All’indomani dell’armistizio il comando tedesco di Atene lo inviò a Cefalonia. Il suo compito era quello di consegnare alla guarnigione tedesca dell’isola l’ordine di disarmare rapidamente la divisione italiana, come stava avvenendo quasi ovunque nel resto della Grecia. «L’ordine che avevo ricevuto – ricorda Thurn – parlava chiaro, ma era impensabile che il piccolo contingente di Gebirgsjäger presente a Cefalonia fosse in grado di mettere fuori combattimento i quasi 12 mila soldati della Acqui». Qual’era la situazione sull’isola al suo arrivo? Nell’aria si respirava una grande tensione, noi allora non sapevamo nulla delle difficoltà della Acqui. Non immaginavamo che il generale Gandin, dopo aver ricevuto ordini contraddittori da Brindisi e da Atene, avesse lasciato decidere ai suoi soldati se arrendersi o resistere. L’impressione era che gli italiani stessero temporeggiando in attesa di rinforzi. Poi però la situazione precipitò improvvisamente per colpa di un tragico equivoco. Un tragico equivoco? Sì, le batterie costiere italiane aprirono il fuoco contro tre zatteroni carichi di armi destinate ai soldati tedeschi di stanza sull’isola, affondandoli. In realtà si trattava di materiale che la guarnigione tedesca di Cefalonia aveva richiesto da mesi e che arrivava proprio nel mezzo di quella crisi. Gli italiani, pensando che fossero rinforzi giunti per dar loro battaglia, si sentirono provocati e spararono. A quel punto i Gebirgsjäger tentarono di attaccare il comando italiano di Argostoli, capoluogo dell’isola, ma furono facilmente respinti e molti di loro vennero catturati. Un bello smacco per i “superuomini” della Wehrmacht… I nostri comandi non potevano certo tollerare di essere stati sconfitti da quello che avevano considerato sempre un “esercito di pezzenti” e ora anche “traditori”. Tra il 16 ed il 17 settembre giunse a Cefalonia dalla costa greca la spedizione punitiva tedesca, un contingente forte di migliaia di Gebirgsjäger armati di tutto punto e appoggiati massicciamente dall’aviazione. La resistenza italiana fu travolta in brevissimo tempo. E contemporaneamente giunse anche un esplicito ordine di Hitler. Sì, fui io stesso a riceverlo e a decifrarlo. Era un messaggio breve e inequivocabile, diceva di non fare prigionieri tra gli italiani. Quale fu la sua reazione? Non rimasi particolarmente colpito dalla violenza di quel comunicato. So che per le giovani generazioni è difficile da comprendere, ma noi eravamo stati abituati ad eseguire gli ordini, qualunque fosse il loro contenuto, non a riflettere sulle loro conseguenze. E poi, a dire il vero, tra noi tedeschi vi era un diffuso sentimento anti-italiano. Ci sentivamo traditi da quelli che fino a pochi giorni prima erano stati nostri alleati. Tutti, sia noi ufficiali che la truppa, ritenevamo che meritassero una dura lezione. Prese parte anche lei alle esecuzioni sommarie dei prigionieri italiani? No, come addetto alle comunicazioni rimasi ai margini della battaglia e non vidi nessuna fucilazione. La portata del massacro mi fu chiara solo alcuni giorni dopo, quando ad Argostoli incontrai un mio vecchio compagno di scuola che, in qualità di soldato semplice, aveva preso parte all’azione. Il mio amico era disperato, aveva visto come gli italiani, una volta arresisi e dopo aver consegnato le armi, erano stati falciati dalle nostre mitragliatrici, i feriti finiti a calci e bastonate, centinaia e centinaia di cadaveri bruciati o affondati in mare per cancellare le prove della strage. Erich – così si chiamava il mio amico – aveva visto i suoi commilitoni trasformarsi in belve assetate di sangue, in molti si offrivano volontari per le fucilazioni. Mi raccontò che i pochi italiani che si erano salvati lo dovevano ad alcuni sottufficiali che, forse impietositi, avevano reclutati i più robusti tra loro come portatori. A 60 anni di distanza quali sono i suoi sentimenti quando ripensa a quella strage? Mi vergogno profondamente per quella strage, come per gli altri innumerevoli misfatti compiuti dalla Wehrmacht. La mia generazione è stata allevata nella fede cieca a un tiranno sanguinario, tutti, dalla famiglia, alla scuola, alla chiesa, all’esercito hanno contribuito a fare di noi ragazzi degli esseri non pensanti. E le conseguenze si sono viste. La Procura di Dortmund ha riaperto di recente un’inchiesta su Cefalonia archiviata in fretta negli anni ’60. Cosa ne pensa? Da ex giudice ritengo importante che la magistratura torni ad interessarsene. Io stesso sono già comparso di fronte al Procuratore Ulrich Maaß per rendere una dichiarazione spontanea. Ma sono altre le iniziative che mi stanno maggiormente a cuore. Per esempio? Cercare il dialogo coi giovani, raccontare loro come un intero popolo possa contribuire con entusiasmo a un progetto criminale, aiutarli a non ripetere gli stessi errori. E poi anche i gesti simbolici hanno molto valore. Se il Presidente federale Rau si recherà a Cefalonia per rendere omaggio a quei morti senza tomba, come già ha fatto per Marzabotto, mi piacerebbe poterlo accompagnare e incontrare i reduci italiani.

Pubblicato

Venerdì 19 Settembre 2003

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