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Spazio Amnesty

Un’iniziativa temuta dalle imprese senza scrupoli

di

Sarah Rusconi

Non è certo un segreto: fuori dai confini svizzeri alcune multinazionali dimenticano il rispetto di regole fondamentali in materia di diritti umani e protezione ambientale. Enormi miniere di carbone a cielo aperto che, in Colombia, contaminano l’aria e l’acqua, causando gravi malattie alla popolazione locale; contadini costretti con la forza a lasciare le proprie terre in Perù; nubi di diossido di zolfo che causano gravi malattie e decessi in Zambia: gli esempi di scandali che hanno coinvolto imprese con sede in Svizzera non mancano. Per questo l’Iniziativa per multinazionali responsabili, in votazione il 29 novembre, chiede regole vincolanti valide all’estero come in Svizzera.


L’iniziativa è costruita attorno a un principio ovvio: multinazionali che inquinano l’acqua potabile oppure avvelenano i bambini con metalli pesanti devono rispondere delle proprie azioni. Vogliamo che le multinazionali con sede in Svizzera siano responsabili, in virtù del diritto civile, delle violazioni dei diritti umani o delle norme ambientali causate dalle loro attività commerciali anche fuori dai confini svizzeri. Questo a meno che non dimostrino di aver messo in atto tutti i meccanismi di controllo e prevenzione necessari.


La maggior parte delle multinazionali non ha nulla da temere: per loro il rispetto delle leggi, delle persone e dell’ambiente è già una realtà. L’iniziativa preoccupa invece alcune multinazionali senza scrupoli. Nomi già noti perché al centro dei principali scandali che hanno colpito imprese svizzere negli ultimi anni: Glencore, Syngenta, Lafarge-Holcim. Queste imprese temono l’iniziativa perché nelle proprie attività all’estero, in paesi con una governance fragile, hanno ampiamente dimostrato di sentirsi al di sopra della legge, di ritenere di poter causare danni ambientali e/o alla salute della popolazione locale rimanendo impunite.


Il gigante dell’industria agrochimica Syngenta, per esempio, continua a esportare prodotti vietati da tempo in Svizzera perché pericolosi per la salute e per l’ambiente. È il caso del Polo. Nel 2017, in India, questo pesticida ha contribuito alla morte di circa 20 contadini, intossicando diverse centinaia di loro colleghi impegnati a spargere sui campi di cotone un cocktail di pesticidi tra cui anche il Polo. Nel 2017 l’azienda ha esportato verso l’India 75 tonnellate di questa sostanza, nonostante ne conosca bene la pericolosità.


Per la prima volta nella storia della Svizzera siamo chiamati ad esprimerci su un’iniziativa promossa e voluta con determinazione dalla società civile. Grazie al sostegno popolare, alle volontarie e ai volontari delle 130 organizzazioni, associazioni e sindacati che sostengono l’iniziativa abbiamo la possibilità di scrivere una pagina di storia e far sì che le imprese svizzere siano tenute ad essere più rispettose delle persone e dell’ambiente, ovunque nel mondo.

Pubblicato

Giovedì 22 Ottobre 2020

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