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Un’immigrazione differenziata

di

Veronica Galster
Nell'ultimo decennio il cantone Ticino si è mostrato ostile e timoroso verso l'immigrazione, allineandosi ai discorsi di politica restrittiva portati avanti dalla maggior parte dei cantoni della Svizzera interna. Proprio quel Ticino che una trentina d'anni fa si era opposto alla politica di contingentamento imposta da Berna, difendendo con forza il diritto d'entrata dei lavoratori stranieri in Svizzera. Una delle particolarità della politica svizzera d'immigrazione risiede appunto nella creazione di una politica di contingentamento che definisce ogni anno delle quote massime di stranieri sul mercato del lavoro. Tale misura è stata messa in atto a partire dalla metà degli anni Sessanta come risposta alla paura di "inforestieramento" (o Überfremdung) da parte di una frangia piuttosto estesa della popolazione, ed alla serie d'iniziative xenofobe che essa produceva. Ma davvero il Ticino era più aperto in passato verso gli stranieri di quanto non lo sia oggi? Spulciando i Rendiconto annuali del governo cantonale qualche dubbio è lecito…

Tra il 1965 e il 1974 sono state lanciate ben cinque iniziative volte a limitare il numero di stranieri in Svizzera, la più conosciuta tra queste è quella che prese il nome dal suo ideatore, James Schwarzenbach. L'iniziativa Schwarzenbach, lanciata nel 1969 e appoggiata da 70 mila firme, chiedeva che il numero di stranieri non superasse, in nessun cantone, il 10 per cento della popolazione totale (fatta eccezione per Ginevra, al quale si accordava il 25 per cento in ragione dell'alto tasso d'immigrazione). In caso d'accettazione, Berna avrebbe dovuto inoltre garantire che nessun cittadino svizzero venisse licenziato finché dei lavoratori stranieri della medesima categoria professionale fossero presenti nella stessa impresa. In pratica il datore di lavoro sarebbe stato costretto, a parità di categoria professionale, a licenziare tutti i dipendenti stranieri prima di uno svizzero. L'iniziativa venne respinta dal popolo svizzero nel 1970 con il 54 per cento dei no e una partecipazione alle urne da record: 74 per cento.
Il Consiglio di Stato e il Gran Consiglio ticinesi, come la maggior parte dei governi cantonali in Svizzera, si lanciarono in una fitta campagna contraria a Schwarzenbach, mettendo in guardia la popolazione dai rischi di declino economico che l'accettazione di quest'ultima avrebbe comportato per il Cantone. La stessa cosa la fecero tutti i partiti: sia da sinistra che da destra, con motivazioni differenti, i politici ticinesi scesero in campo compatti per il "no". Sicuramente il forte fabbisogno di manodopera del dopoguerra ha giocato un ruolo fondamentale nella presa di posizione delle autorità ticinesi: l'imposizione di contingenti massimi era giudicata dannosa per l'economia cantonale e quindi non andava accettata, così come tutta la serie d'iniziative xenofobe lanciate a livello nazionale. Le ragioni d'ordine economico non sono però le sole ad aver facilitato l'accoglienza dei lavoratori stranieri in quegli anni. Infatti, tra il 1948 e il 1998, in seguito all'accordo italo-svizzero per il reclutamento di manodopera, la popolazione straniera più numerosa nel Paese era quella di origine italiana, la quale condivideva lingua e cultura con la popolazione ticinese ed era quindi facilmente assimilabile (e meno visibile) rispetto a quanto avveniva nei cantoni d'oltre Gottardo. In un periodo di politica federale sempre più restrittiva in materia d'immigrazione, il nostro cantone faceva inoltre prova di una certa apertura, proponendo a Berna una politica di naturalizzazione più elastica, in modo da assimilare il più gran numero di immigrati possibile e ridurre così il rischio di sovrappopolazione straniera.
In realtà però, quando si trattava di accogliere persone con lingua e cultura diverse da quella autoctona, anche il Ticino si mostrava ostile e chiuso, come si può leggere nei rendiconto del Consiglio di Stato degli anni sessanta, quando i lavoratori immigrati provengono oramai sempre più frequentemente da paesi definiti "lontani" (come il Portogallo, la Turchia, la Grecia, la Jugoslavia, ecc.). Ad esempio, nel rendiconto del Dipartimento di polizia del 1962 si legge: «L'ammissione sempre più frequente di lavoratori provenienti da paesi lontani, ove vigono condizioni politiche, sociali, economiche e religiose diverse dalle nostre, ha d'altra parte creato particolari problemi. Questi lavoratori faticano ad adattarsi al nostro modo di vivere e possono facilmente entrare in conflitto con la popolazione. Le difficoltà linguistiche che incontrano sul posto di lavoro e fuori e nei contatti con l'autorità aumentano tali rischi». (p.168).
Qualche anno dopo, in merito all'arrivo dei rifugiati cecoslovacchi, nel rendiconto dello stesso Dipartimento si legge ancora: «La Svizzera accolse oltre 9 mila persone. Il Ticino provvide per mezzo degli Uffici della pubblica assistenza, del lavoro e degli stranieri a organizzare l'accoglimento dei profughi destinati al nostro Cantone. Difficoltà particolarmente linguistiche resero arduo il lavoro. Il nostro Cantone concedette quindi l'ospitalità solo ad una trentina di persone, alle quali in parte, prestò nei primi tempi debita assistenza». (p.195).
Il fattore culturale/linguistico ha quindi giocato un ruolo importantissimo già in passato nell'accettazione o meno dei lavoratori stranieri, ma allora cos'è cambiato negli ultimi quindici anni? A partire dagli anni Novanta, il tipo d'immigrazione cambia anche in Ticino (a livello svizzero, questo cambiamento inizia già a metà degli anni Sessanta), abituato ad accogliere principalmente lavoratori di origine italiana. I paesi di provenienza si diversificano, i motivi di emigrazione non sono più solo economici e il numero delle domande d'asilo è aumentato considerevolmente già a partire dagli anni ottanta. Sempre più persone che arrivano da paesi definiti "lontani", o addirittura da altri continenti, giungono nel nostro Cantone, persone che parlano un'altra lingua, che a volte hanno un altro "colore" di pelle, che spesso portano con sé un bagaglio di sofferenza non indifferente, dovuto per la maggior parte alla guerra dalla quale sono fuggiti (ad esempio la grande ondata proveniente dai paesi della ex-Jugoslavia).
Lo straniero è oramai diventato più visibile, più difficile da assimilare e, anche se in realtà l'immigrazione è calata, la sensazione guardandosi intorno mentre si passeggia in città è che sia aumentata. Questo ha dato spazio alla costruzione, principalmente da parte di movimenti e partiti politici di destra (ma non solo), di un discorso d'insicurezza legato agli immigrati ed ai richiedenti l'asilo. Discorso che, facendo leva sulle paure della popolazione, ha portato anche una buona fetta di ticinesi a legittimare una politica sempre più restrittiva in materia d'entrate.
I discorsi sulla criminalità legata agli stranieri prendono sempre più piede: se ne discute attraverso i media, in politica, al bar… e anche nei Rendiconto del Consiglio di Stato, a partire dagli anni novanta, la questione centrale sembra essere questa. Infatti in quello del Dipartimento delle istituzioni del 1998 si può leggere: «Il primo aspetto da considerare è rappresentato da un certo aumento del sentimento soggettivo di insicurezza legato ad una crescente microcriminalità ed alla forte pressione delle migrazioni all'origine di una sempre maggiore presenza di stranieri non integrati sul nostro territorio» (p.45).
A causa di questo accresciuto sentimento d'insicurezza, dovuto alla sensazione di una presenza massiccia di stranieri, aumentano anche le denunce di atti illeciti commessi da questi ultimi rispetto a quelli commessi da svizzeri. Infatti, secondo uno studio statistico fatto nel 1990 da un gruppo di lavoro formato dal Dipartimento federale di giustizia e polizia e dalla Conferenza dei capi dipartimento cantonali di giustizia e polizia, le infrazioni commesse da stranieri sembrano attirare maggiormente l'attenzione e sono più suscettibili di mediatizzazione. Questo crea un circolo vizioso che, autoalimentandosi, porta ad una visione sempre più negativa e di diffidenza nei confronti degli immigrati e dei richiedenti l'asilo ed al sentimento sempre più forte di "essere invasi" e quindi minacciati nella propria identità di ticinesi o svizzeri.

Pubblicato

Venerdì 14 Dicembre 2007

Edizione cartacea

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