Con una memorabile cena nel sontuoso palazzo dell’Alcàzar trasmessa in diretta tv, i 15 premier dell’Europa di serie A (chi più, chi meno) ospiti del re di Spagna hanno festeggiato la svolta a destra dell’Unione. Fuori dalla porta, più probabilmente in una trattoria di Siviglia con menù a base di cozze e fagioli, i dieci premier in lista d’attesa dell’Europa di serie B, soprattutto dell’Est. In perenne lista d’attesa, nella speranza che alla buonora si aggiunga qualche posto alla tavola reale, o anche solo in un tavolinetto all’angolo del salone (a Napoli direbbero: ‘na tavulella aspartata). Per tutto il 2002 continueranno i negoziati di adesione tra Ue e i singoli paesi candidati, nel 2003 dovrebbero esserci le ratifiche parlamentari, nel 2004 i cittadini dei dieci paesi dovrebbero poter partecipare alle elezioni europee. Non avverrà, per la semplice ragione che le nuove adesioni avranno un costo: i finanziamenti per l’agricoltura e le infrastrutture, che i 15 non hanno alcuna intenzione di mettere sul tavolo, destinati ad aiutare i nuovi paesi aderenti per evitare che vengano annientati dall’ingresso nell’Unione. L’immigrazione Irrisolto il problema dell’allargamento dell’Ue, il vertice dei Quindici che si è tenuto la scorsa settimana a Siviglia ha affrontato due nodi spinosi: l’immigrazione e i vincoli economico-finanziari. Cominciamo con l’immigrazione, affrontata com’è ormai prassi come problema e non come risorsa. In effetti i migranti sono una risorsa, prima ancora che per ragioni etiche o umanitarie per ragioni economiche, come testimoniano gli imprenditori delle regioni ricche e demograficamente sterili d’Europa che, senza i lavoratori stranieri, chiuderebbero bottega. Ma per la politica gli immigrati sono un problema, naturalmente di ordine pubblico. A essere ottimisti si potrebbe dire che i falchi sono stati sconfitti: l’asse Berlusconi-Aznar-Blair s’è rotto per la retromarcia all’ultimo minuto del leader inglese, cosicché non sono state varate le richieste sanzioni ai danni dei paesi terzi che non collaborano con l’Ue militarizzando le loro frontiere per impedire fughe di aspiranti «clandestini» verso le coste europee e che non vogliono riprendersi i loro fuggiaschi espulsi dall’Unione. È passata la linea «morbida» sostenuta da Francia e Svezia, cosicché per bastonare i paesi poveri poco collaborativi servirà l’unanimità dei Quindici, come richiedono le regole comunitarie. In realtà, però, di morbido nell’orientamento e nelle scelte politiche dell’Ue nei confronti dei paesi poveri c’è ben poco. Si va infatti, con un’accresciuta base di consenso a una politica dura con le persone e i paesi meno fortunati, a un rafforzamento e a una militarizzazione delle frontiere che resta di competenza dei singoli paesi, in quanto l’ipotesi di costruzione di una polizia europea non è uscita dal cassetto. Quel che uscirà dal cassetto, anzi dalla cassaforte europea, sarà invece una bella mazzetta di euro per sostenere le spese sostenute per blindare i valichi e i bagnasciuga dei paesi di frontiera, quelli più «a rischio invasione». Sorride soddisfatto il più piccolo (nel senso dell’altezza) dei 15 premier, Silvio Berlusconi, che qualcosa da rivendere ai giornalisti amici l’ha raggranellata. Un Berlusconi che in Europa non rappresenta più, politicamente parlando, un’anomalia ma – se non ancora un modello da imitare causa l’impresentabilità del soggetto – la norma. Il terzo punto oggetto di dibattito nelle cene sivigliane, ma prima ancora nella colazione madrilena di lavoro dell’Ecofin, il patto di stabilità, cioè le regole di ferro imposte con il trattato di Maastricht ai paesi aderenti all’Unione. Quelle regole sul rapporto debito/ pil e deficit/pil che sono costate salate ai cittadini europei, mentre ai centrosinistra che governavano quasi per intero il Vecchio Continente di serie A è costato il consenso dei cittadini. Quelle regole che hanno imposto una politica economica e sociale antipopolare, neoliberista, basata sui tagli al welfare state, sulle privatizzazioni, sull’attacco al potere d’acquisto dei salari e ai diritti delle persone, a quelli sindacali e di cittadinanza. L’applicazione rigida per rispettare il patto ha rotto il rapporto tra le sinistre e le loro basi sociali. Ora che in Europa governa la destra, che sulla politica del rigore fatta dagli altri ha fondato il suo successo, quei parametri vengono considerati troppo oppressivi. Per recuperare consenso sociale, dunque, gli eurogovernanti aprono la cinghia troppo stretta, nel senso che i patti devono essere rispettati, ma solo fino a un certo punto, il pareggio di bilancio può aspettare. Sono molti i paesi in preda a crisi asmatiche, l’Italia per il rapporto deficit/pil che non vuole scendere sotto il 110%, la Francia il Portogallo e la Germania con un rapporto debito/pil ben lontano dallo 0%, più vicino al 3%. Anche Grecia, Belgio e in fondo tutti gli altri ringraziano per la boccata d’ossigeno che consentirà a molti paesi di evitarsi una manovra correttiva con quel che comporterebbe in termini di sacrifici e consenso. Per l’Italia, per esempio, è consentito un deficit dell’1,5 nel 2002 e dello 0,5% il prossimo anno. Alle sinistre europee non resta che battersi il petto per questo regalo agli avversari politici, il cui costo ricadrà sui lavoratori e sulle fasce più deboli della popolazione europea. Infatti, se fosse stata la sinistra a interpretare in maniera meno rigida il patto di stabilità, avrebbe avuto un po’ di risorse per ridurne l’impatto sociale e salvaguardare un pezzetto di welfare. Ora, invece, la destra utilizzerà quei soldi per ridurre la pressione fiscale sui ceti abbienti, come già gridano i berlusconidi italiani. Il risultato sarà che i ricchi pagheranno meno tasse e i poveracci resteranno poveracci. Lo sciopero e i «no global» Queste nostre considerazioni non sono poi tanto originali. Dobbiamo ammettere che le abbiamo messe in bella copia (si fa per dire), dopo aver ascoltato le ragioni espresse in una settimana di proteste sivigliane. Hanno cominciato i lavoratori spagnoli, protagonisti del primo sciopero generale nazionale dopo anni e anni di botte distribuite senza risparmio da Aznar, che ha trasformato la Spagna nel paese più flessibile d’Europa, dove il lavoro è più precario e le mani dei padroni più libere. Contro il decretazo che colpisce operai dell’industria e braccianti agricoli, lavoratori stagionali e precari si è fermato per 24 ore tutto il paese, con un’adesione di massa allo sciopero assolutamente imprevista in quelle proporzione, data la freddezza con cui i socialisti hanno accolto la protesta, sindacale ma anche fortemente politica contro il governo liberista di Aznar. Anche in Spagna, come in Italia, l’opposizione sociale ha scarsa rappresentanza politica (Izquierdia unida da un lato, Rifondazione comunista dall’altro). Sabato, invece, in campo sono scesi i giovani del movimento antiliberista per la manifestazione forse più importante dopo quella di Genova, un anno fa, in cui perse la vita Carlo Giuliani, ammazzato dai carabinieri. La novità del movimento no-global (o new-global?) è che l’obiettivo non è più la violazione delle zone rosse che proteggono i grandi della terra. Non ci sono stati scontri o incidenti a Siviglia, e questo è un bel risultato. Da questo punto di vista il movimento è cresciuto politicamente, anche se paga l’effetto 11 settembre e il clima innestatosi dopo le twin towers con la dichiarazione dello stato di guerra permanente, che criminalizza e tenta di annientare ogni opposizione sociale. «Un altro mondo è possibile», è vero oggi più di un anno fa. In centomila provenienti da tutt’Europa l’hanno gridato a Siviglia, dietro il grande striscione che dava la parola d’ordine alla giornata di lotta: «Ninguna persona es illegal». È l’unica Europa aperta all’esterno, questa, l’Europa sociale dei lavoratori e dei giovani che un lavoro non hanno, o non hanno più, o l’avranno a mesi alterni. Ed è importante che tantissimi operai delle Comisione Obreras e braccianti del Soc, il sindacato dei contadini, si siano mescolati al movimento dei movimenti. Sono il movimento dei movimenti.

Pubblicato il 

28.06.02..

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