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Un grido di denuncia

di

Damiano Realini
«Babbuino di merda tornate in Senegal», «qui non ti vogliamo negro di merda», «ti spaccherei tutte le ossa». Alla pioggia di insulti, beceri e slabbrati, si sarebbe presto aggiunta una pioggia di calci e pugni. Attori di tanta violenza, verbale e fisica, sarebbero alcuni poliziotti della Cantonale e alcuni agenti della Securitas. I motivi? La pelle mulatta. Ricardo Bizzozero, un ventenne di origini brasiliane ma svizzero d’adozione e di passaporto, è provato, fisicamente, moralmente. Ai polsi, del resto, sono ancora ben visibili i segni delle manette. Emblemi di una notte che il giovane non dimenticherà mai. La storia di Ricardo Ricardo Bizzozero si è spontaneamente presentato nella nostra redazione per denunciare delle violenze che lui reputa ingiustificate. Per chiarezza ricordiamo subito che il ragazzo ha la fedina penale sporca. Due anni or sono infatti si è macchiato di un serio reato penale che la giudice Agnese Balestra Bianchi ha punito con 14 mesi sospesi condizionalmente per un periodo di prova di tre anni. Proprio per questo Ricardo, che sta scontando la condanna, e che è intenzionato, secondo lui, a saldare ogni debito con la società, non si capacita dell'atteggiamento della Polizia, di chi cioè dovrebbe assicurare la giustizia. E di certo non è con le botte e gli insulti razzisti che la si applica, neppure con un pregiudicato. Tutto è capitato nella notte tra venerdì e sabato al carnevale di Bellinzona. Ricardo ci era andato con due altri amici. Sennonché…«vicini ad una bancarella che vendeva alcolici, in un vicolo largo tre metri non lontano da un capannone, stavamo parlando quando si sono avvicinati due securitas che dopo aver controllato la situazione si sono allontanati. Sono però ritornati poco dopo con tre altri colleghi e con due poliziotti che hanno immediatamente estratto le manette, senza chiederci nulla. Ho cercato così di divincolarmi da un fermo incomprensibile, e senza colpire nessuno. Non capivo il perché della loro azione. Noi non stavamo combinando nulla di male. Mi hanno poi buttato a terra tenendomi per il collo tanto che mi sentivo soffocare. Ho allora dovuto chiedere scusa, sennò mi ammazzavano». E poi cosa è successo? «Mi hanno spinto in macchina a calci. Lì dentro un poliziotto ha cercato di rassicurarmi che non sarebbe successo nulla di grave. Ma proprio in quel istante qualcuno, non mi ricordo se un Securitas o un poliziotto, mi ha colpito violentemente con un pugno alle costole. Ho cercato pertanto di liberarmi dall'oppressione tirando dei calci alla portiera della macchina. Da quel momento ho poi perso conoscenza. Devo essere svenuto». Ma la disavventura non è finita qui. Anzi: «Mi sono risvegliato in una cella della centrale di Polizia a Bellinzona. Ero ancora ammanettato. Ho visto allora sopraggiungere dei poliziotti. Io credevo che volessero slegarmi le mani, ormai tutte insanguinate e tagliate dalle manette. Invece mi hanno disteso per terra sulla schiena. Due mi tenevano le gambe, un altro le braccia, il terzo mentre mi insultava a ripetizione negro bastardo, negro bastardo, mi tirava dei calci all'addome, sia di punta contro le costole, sia di suola sul petto. Inoltre ero assetatissimo, mi bruciava la gola, ma non mi hanno lasciato bere che qualche bicchiere d'acqua ogni mezzora. E tutto questo per cosa? Non ero armato, non stavo spacciando droga né fumavo marijuana. Non ero nemmeno ubriaco. L'esame dell'urina per rilevare tracce di stupefacenti, volontariamente da me richiesto, è risultato negativo. Ho bevuto solo qualche birra, e l'esame del tasso alcolemico non ha superato lo 0,7 per mille. E addirittura questi esami gli ho dovuti pagare io. Ma questo è il meno! Incredibile si è dimostrato il medico della polizia, che non si è preoccupato delle mie condizioni, ma mi ha chiesto qual era il mio reato. Però io non ne avevo commessi, tanto che sabato mattina sono stato rilasciato, senza neanche un'accusa a mio carico. Infatti il procuratore che ha letto il verbale ha costretto la polizia a lasciarmi andare. Erano circa le nove. Fino a quell'ora dunque sono stato picchiato ed insultato. Per quali motivi? Rispondo senza dubbi: per razzismo! Nessuno ha diritto di insultare la gente per il colore della pelle o per la nazionalità, ma questo è successo, e i testimoni non mancano». Le ore in ospedale Dopo i ricordi, sempre lucidi, Ricardo allenta la tensione, e fumando una sigaretta, prosegue parlando del buon trattamento di cui invece ha potuto usufruire al Pronto soccorso dell'Ospedale italiano di Lugano (Ricardo abita a Pregassona), dove è stato curato a dovere dai vari ematomi e contusioni provocati dalle percosse di quelle persone che Ricardo saprebbe riconoscere a vista. «All’ospedale sono giunto dopo un viaggio in treno e in bus. Tremavo tutto, e sotto le radiografie sono ancora svenuto. Poi mi sono ripreso e mi hanno confessato che un caso come il mio non era di certo l’unico». Nel frattempo, Ricardo non può lavorare come manovale in cantiere, perché le fitte al costato e al braccio non glielo consentono. Tuttavia il certificato di infortunio non viene riconosciuto dall’agenzia di lavoro interinale (presso la quale lavora) Adecco, che non sarebbe disposta a coprire un infortunio causato dalla Polizia. Non meno grave è lo stato di shock (diagnosticato), che si è portato addosso e che ancora adesso lo attanaglia. Le reazioni. «No comment» Sarà anche per questi motivi che il grido di indignazione di Ricardo darà seguito a delle denunce nei confronti di chi nella notte fra venerdì e sabato scorso ha confuso degli uomini con i babbuini. «Sono deciso, molto deciso, perché quello che è successo a me, non dovrà mai più accadere. Molti stranieri non denunciano i soprusi subiti dalla polizia per il timore di perdere il permesso di soggiorno o quant’altro. Ma io sono svizzero, attinente di Lugano, anche se ho la pelle scura! Queste minacce, quindi, con me non valgono». Ricardo, che già deve portarsi sulle spalle un passato, scontato a San Paolo, fatto di strada, orfanotrofi e adozioni, non si capacita che la Polizia ticinese potesse raggiungere dei livelli così barbari. Abbiamo interpellato così la polizia cantonale a Bellinzona, per chiedere delucidazioni al riguardo. Risultato? «La polizia non usa metodi che non si confanno alla situazione, ma in essa sempre agisce». Le dichiarazioni, vagamente enigmatiche, dell’addetto stampa Mario Ritter, in seguito sono entrate più nel merito della questione: «Attendiamo la denuncia del ragazzo prima di verificare il caso, sul quale, è quindi prematuro pronunciarsi». E la Securitas? Cos’ha da dire sul comportamento di alcuni suoi agenti, che secondo Ricardo, avrebbero spalleggiato i poliziotti nell’azione xenofoba? Un suo portavoce, sbrigativamente, ci liquida così: «Noi ci atteniamo alla legge». Ed è proprio tramite la legge che Ricardo intende agire prossimamente. La sua testimonianza non è la prima del genere, ma anzi va ad aggiungersi a quella dell’algerino lanciata in televisione (Tsi) qualche giorno fa. Anche lui avrebbe subito delle intimidazioni a sfondo razzista dalla Polizia. Inoltre vanno ricordate quelle testimonianze che hanno mosso il Consultorio giuridico del Soccorso operaio, ad inviare due raccomandate al comandante della Polizia cantonale Romano Piazzini per far luce su certi atteggiamenti razzisti. Piazzini, non si degnò neppure di rispondere. Un silenzio che non serva a niente e che soprattutto non aiuta a dissipare certi dubbi su certi poliziotti. Dubbi che hanno i contorni, maleodoranti e tristi, del razzismo.

Pubblicato

Venerdì 15 Febbraio 2002

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