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Un gigante dal caffè amaro

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Se negli Stati Uniti cerchi un buon caffè allora Starbucks può essere il posto giusto: fanno l’espresso e il cappuccino come in Italia. I giovani americani amano l’atmosfera di questi locali che diventano spesso luogo d’incontro. Ormai in giro per gli Stati Uniti ci sono quasi 6 mila bar con l’insegna Starbucks e altri 2 mila nel resto del mondo. Quello che è poco conosciuto è che negli Stati Uniti i dipendenti non sono ancora riusciti a farsi rappresentare da organizzazioni sindacali. Adesso i lavoratori di un locale di New York hanno colto l’occasione della Convention repubblicana per rivendicare un diritto che in america non è facile ottenere. La Starbucks è un’impresa relativamente giovane. Ha cominciato ad operare a Seattle nel 1971, ma sino alla fine degli anni ’80 il suo marchio era quasi sconosciuto, perché appariva solo in una ventina di locali. Oggi ci sono oltre 8 mila caffè sparsi in tutto il mondo. Nel 2001 è arrivato anche in Svizzera. L’impresa vanta rapidi tassi di crescita che sono accompagnati da un forte aumento degli utili. Recentemente il presidente e Ceo Orin Simth è finito nella lista dei migliori manager stilata dal settimanale “Business week”. Starbucks è inoltre da almeno 4 anni nella lista delle “100 migliori imprese per le quali lavorare” della rivista “Fortune”. Resta il fatto che, almeno negli Stati Uniti, i suoi dipendenti non hanno una protezione sindacale. Conquistarla non è impresa facile. Spesso è un processo che richiede anni di lavoro, come lo dimostra il caso della Wal-Mart, dove i sindacati continuano a restare fuori dalla porta. Il problema Starbucks è venuto a galla in questi giorni a New York. Tra le persone che hanno manifestato nei giorni che hanno preceduto la Convention repubblicana c’era un gruppo di lavoratori di New York di un locale della Starbucks che si trova a pochi isolati dal Madison Square Garden, dove questa settimana si sono riuniti 5 mila delegati repubblicani per nominare George Bush il loro candidato alla Casa Bianca. La Convention è stata preceduta e accompagnata da una serie di manifestazioni di protesta. La più grande è stata quella di domenica scorsa, alla quale hanno partecipato oltre 400 mila persone per dire no ad altri 4 anni di Bush. C’è anche chi ha protestato per difendere l’aborto, i matrimoni tra coppie gay, per condannare il taglio dei sussidi ai poveri e a chi soffre di Aids, ma anche per ricordare che in questo paese 15 americani su 100 sono senza protezione malattia e il numero dei poveri è sempre più alto: quasi 36 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Non c’è da stupirsi se si pensa che molte imprese pagano ai loro dipendenti un salario che supera di poco il limite minimo di 5,5 dollari all’ora. Alla Starbucks c’è chi deve accontentarsi di guadagnare solo 8 dollari all’ora. Per questo sempre più lavoratori sentono il bisogno di godere di una protezione sindacale e quindi di un contratto, come hanno ottenuto i colleghi canadesi di Vancouvers. A protestare sono stati venerdì scorso circa 400 lavoratori e sindacalisti della Industrial Workers of the World, un piccolo sindacato con alle spalle molte importanti lotte sindacali. I manifestanti hanno protestato davanti al locale che si trova sulla 36esima strada e Madison Avenue. I lavoratori vogliono ottenere migliori condizioni di lavoro. Non sono rari casi di baristi che si scottano o si bruciano con le bevande troppo calde. Altri sviluppano infiammazioni ai polsi o ai gomiti, tipico di chi compie lavori ripetitivi. In particolare molti lavoratori auspicano un lavoro più regolare e prestazioni sociali per tutti. Durante la manifestazione di venerdì due lavoratori sono stati fermati dalla polizia e uno adesso rischia di essere processato per resistenza all’arresto. Starbucks per il momento si rifiuta di dialogare direttamente con i sindacati e ha avviato un’azione legale che di fatto rinvia nel tempo la possibilità di giungere ad una soluzione della vicenda. La protesa sta attirando l’interesse di lavoratori di altre città. Questa vicenda è una cattiva pubblicità per il gigante del caffè americano, che deve fare i conti anche con due denunce di lavoratori per il mancato pagamento di ore straordinarie. Ancora una volta si scopre che il miracolo economico americano nasconde ingiustizie difficili da estirpare in un paese con un presidente che ha dato l’esempio togliendo il diritto della protezione sindacale ai dipendenti del nuovo dipartimento per la sicurezza nazionale. Quando la Convention sarà finita lavoratori e sindacalisti valuteranno come andare avanti e sicuramente faranno sentire presto la loro voce. Ci lavorano soprattutto studenti “Il terzo posto più importante nella vita”. Dopo la casa e l’ufficio. Questo vorrebbe essere Starbucks in Svizzera. La catena di bar, in cui il principio è che il caffè, servito in tazze di porcellana, va consumato in maniera piacevole e distesa, è presente nel nostro paese dal 2001 ed attualmente dispone di una ventina di locali a Basilea, Berna, Zurigo, San Gallo, Thun, Lucerna e Zugo. Rispetto agli Stati Uniti però in Svizzera la situazione per quel che concerne i diritti dei lavoratori appare più tranquilla, secondo il segretario centrale del sindacato del terziario unia Mauro Moretto: «non sono finora a conoscenza di grosse o sistematiche violazioni dei diritti dei lavoratori», ci dice. La situazione è tenuta sotto controllo da unia come accade per altre imprese del settore. «All’inizio», prosegue Moretto, «abbiamo riflettuto se fosse il caso di rivolgere a Starbucks delle attenzioni particolari. Ma in quei ristoranti lavorano soprattutto studenti, per i quali la difesa dei diritti dei lavoratori non è una priorità. In caso di abusi però interveniamo».

Pubblicato

Venerdì 3 Settembre 2004

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