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Un fiume rosso a Zurigo

di

Francesco Bonsaver
17 mila persone, invece delle 12 mila previste dai sindacati: un indicatore importante del successo della manifestazione di sabato a Zurigo a difesa del Contratto nazionale mantello (Cnm) dell'edilizia. La cifra dei manifestanti riassume bene l'importanza della questione. Ma il  solo numero non racconta chiaramente la motivazione dei partecipanti, fondamentale per la buona riuscita della manifestazione.
La parola dignità è quella che meglio riassume i tanti perché della voglia di partecipare che abbiamo raccolto tra gli operai presenti. Abolendo il Cnm, gli edili si sentono infatti defraudati della loro dignità di lavoratori da parte del padronato. Negare ogni diritto in forma scritta equivale a negargli il rispetto. I muratori si chiedono se questo sia il ringraziamento da parte padronale per aver svolto giornalmente con dedizione il proprio lavoro. Sono consapevoli di aver contribuito alla crescita di questo paese, delle fortune degli impresari e quindi chiedono a gran voce il rispetto.
Il segretario regionale di Unia Ticino Saverio Lurati ha riassunto il pensiero di molti dei presenti durante il suo intervento dal palco a fine corteo: «Guardiamoci intorno. Tutto quanto vediamo in questa piazza, i palazzi, i ponti, la ferrovia e la stessa strada su cui poggiamo i piedi, lo hanno costruito gli operai edili. Un lavoro faticoso che meriterebbe maggior rispetto, una garanzia di tutela del salario e delle condizioni di lavoro. Sono elementi essenziali per garantire una serenità ai lavoratori sui cantieri e nella loro vita sociale». I muratori presenti alla manifestazione non nutrono nessuna fiducia negli ultimi tentativi della Società svizzera impresari costruttori (Ssic) di rassicurarli sul futuro. «Continuano a ripetere che non cambierà nulla, che manterranno le stesse condizioni del Cnm. Ma chi vogliono prendere in giro? Perché avrebbero disdetto il contratto allora? Forse continuano a ripeterlo per autoconvincersi, perché in fondo sono sicuro che non ci credono neanche loro» dice Giuseppe, uno dei manifestanti.
Nel corteo molti lavoratori si dicono presi in giro dal recente comunicato della Ssic che annuncia aumenti salariali dell'1,3 per cento più uno 0,7 per cento per i meritevoli. Franco, muratore di 45 anni: «Meritevoli? Sappiamo bene qual è il concetto di meritevole nella testa di molti impresari. Sono quelli che fanno tutto quello che gli dice il padrone, giusto o sbagliato che sia (in realtà Franco usa un aggettivo per definire questi lavoratori, che facilmente il lettore può intuire, ndr.) Chiaro, non tutti i lavoratori sono uguali, ma se un padrone vuole premiare un operaio perché lo ritiene bravo, nessuno gli vieta di farlo. Ma l'aumento lo meritiamo tutti. La vita costa cara per tutti». Anche l'aumento generale dell'1,3 per cento non raccoglie consensi: «Paragonato ai ritmi di lavoro attuali, a quanto stiamo costruendo, sono delle briciole. Inoltre si tratta solo di una raccomandazione, per nulla obbligatoria. Nulla garantisce che neanche questa miseria ti venga data» aggiunge Mario, un collega di Franco.
Il corteo, determinato e festoso, ha percorso le vie della capitale economica della Svizzera. Il centro del potere economico e finanziario elvetico è diventato il luogo naturale nel quale manifestare per la difesa del contratto nazionale. Non può essere altrimenti in un paese che ha delegato i conflitti tra capitale e lavoro alla contrattazione privata. I parlamentari eletti dal popolo ai quali spetta il compito di legiferare, non hanno ritenuto utile regolamentare in maniera incisiva diritti e doveri sul posto di lavoro, preferendo delegare tutto ai partner sociali.
Il risultato è una legge sul lavoro insufficiente per difendere i diritti dei lavoratori. In essa le ore di lavoro settimanali consentite sono 50, il sabato è un normale giorno lavorativo, la tredicesima non esiste, la protezione del posto di lavoro in caso di malattia varia a seconda dell'anzianità del rapporto di lavoro, ma può arrivare ad un massimo di 6 mesi, nessun salario minimo e così via.  Per questo i Contratti collettivi di lavoro (Ccl) diventano un importante strumento di difesa per i diritti, perlomeno per chi ce l'ha. In Svizzera i Ccl coprono solo il 30 per cento dei salariati. Questo spiega la presenza nel corteo di diverse persone non direttamente coinvolte dalla disdetta del contratto dell'edilizia perché attive professionalmente in altri settori. Se dovesse crollare la convenzione edile, hanno la netta sensazione che i diritti di tutti i salariati conoscerebbero un arretramento altrettanto grave.
In questo sabato autunnale zurighese eccezionalmente caldo, gli operai edili arrivati da ogni angolo della Svizzera si sono raggruppati dietro gli striscioni delle rispettive sezioni sindacali.
All'interno del fiume rosso dei manifestanti che costeggiava la Limmat, uno dei due fiumi che attraversano Zurigo, l'arrivo dei vari spezzoni di corteo provenienti dalle diverse regioni era un momento emozionante, salutato da un tripudio di bandiere e urla. È il sentimento di unità d'intenti, di non essere soli nella lotta. "Uniti vinceremo" è il motto da sempre scandito dalla classe lavoratrice, tanto da sembrare retorico e abusato. Eppure i manifestanti di Zurigo sono convinti che solo così si potrà riottenere il Cnm. È solo dimostrando in maniera compatta e unitaria, al di là delle differenze che siano esse sindacali, di regione, di età, di provenienza o di azienda che si potranno salvaguardare gli interessi di tutti gli operai. E il partecipare a quel bagno di folla che è stato il corteo zurighese è una sensazione unica che ha dato la forza per andare avanti anche agli operai più titubanti. «Spesso sui cantieri, quando dobbiamo organizzarci per una rivendicazione, la prima cosa che qualcuno dice è: "dobbiamo farlo tutti, altrimenti non ci sto" E capita che c'è quello che fa il furbo e poi casca tutto. Oggi vedere che siamo in così tanti, fa bene, fa essere ottimisti», dice Gabriele.
Lo sciopero è il mezzo più invocato da tutto il corteo, gridato in tutte le lingue e apparso su molti striscioni. "Senza contratto, nessun lavoro" si leggeva su uno dei tanti cartelli. La mente corre subito agli stadi realizzati per gli europei di calcio dell'anno prossimo, ai cantieri dell'Alptransit, al cantiere stradale della Transgiurassiana. In realtà tutti i cantieri, piccoli o grandi che siano, possono essere bloccati. Lo sciopero sembra essere una scelta inevitabile. Lo hanno indicato gli stessi muratori nello scrutinio organizzato dai sindacati, i cui risultati sono stati resi noti dal palco a fine corteo. L'84,5 per cento dei votanti ha dichiarato di esser pronto a scioperare nel caso di vuoto contrattuale dopo il primo ottobre. «Un risultato inequivocabile. I lavoratori della costruzione sono pronti alla lotta!» ha esclamato dal palco Hansueli Scheidegger, responsabile del settore per il sindacato Unia. Su 36 mila 211 bollettini di voto, 30 mila 598 lavoratori hanno dichiarato la loro disponibilità allo sciopero per difendere il contratto. La votazione è stata un'espressione di democrazia, fortemente voluta da Unia. Può sembrare un'ovvietà, ma non sempre i sindacati applicano la democrazia di base dei lavoratori consultandoli in occasione di accordi raggiunti o di misure di lotta. Questa volta invece è stato fatto e va riconosciuto. Una votazione che assume anche un altro valore. Nell'edilizia svizzera i muratori sono in gran maggioranza stranieri, persone che contribuiscono alla ricchezza della Svizzera con il proprio lavoro e che con le loro tasse finanziano i servizi statali. Malgrado ciò non hanno il diritto di voto. Anche per questo il voto dei muratori assume un particolare valore democratico. Soprattutto in un paese nel quale il partito maggioritario lo è diventato grazie alle sua politica anti-stranieri, è bene ricordarlo.

Messmer minimizza. Per ora

«Per esperienza so che a queste manifestazioni partecipano molti che non sono lavoratori edili. A Zurigo c'è stata una piccola mobilitazione dei muratori». Si è espresso così, al Tages Anzeiger, in merito al corteo di 17 mila persone a Zurigo, il signor Werner Messmer, presidente della Società svizzera impresari costruttori (Ssic), all'origine della disdetta contrattuale nel settore. Neanche i 30 mila 600 muratori che hanno votato per lo sciopero nello scrutinio organizzato dai sindacati sembrano scuotere il presidente degli impresari. «Questo risultato non cambia il nostro atteggiamento».
Edo Bobbià, direttore della Ssic Ticino invece si è così espresso sul Giornale del popolo: «Non è così difficile richiamare 17 mila persone pagando il biglietto, offrendo il pranzo e la cena e un tagliando di 50 franchi. Mi è sembrato più una gita aziendale che una manifestazione sindacale». In realtà il pranzo e la cena erano un panino e una bottiglietta d'acqua. Non c'era altro, nemmeno i 50 franchi. Bobbià conclude il suo commento con una velata minaccia: «gli operai non dimentichino che, specialmente con la libera circolazione della manodopera, potrebbero anche essere sostituiti senza grossa fatica». Della serie, giù la maschera.
Martedì 25 settembre invece la Ssic Ticino, i sindacati Unia e Ocst hanno diramato un comunicato congiunto. Dopo un incontro definito «costruttivo», la comunità contrattuale ha deciso di assicurare dopo il primo ottobre la formazione professionale e i controlli sui cantieri, alfine di mantenere le condizioni locali di lavoro. Il 24 ottobre è già stata fissata una successiva riunione di valutazione della situazione.
Le parti hanno anche deciso di informare la Commissione Tripartita ticinese  per ottenere mandato sui controlli per la Commissione paritetica cantonale. Anche il Consiglio di Stato ticinese sarà informato visto che aveva manifestato interesse per la delicata vertenza.

Pubblicato

Venerdì 28 Settembre 2007

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