Mezzo milione di lavoratori "atipici", così flessibili da essere precari, stanno tornando a casa: per loro non c'è più lavoro. Nell'industria privata, nei servizi, alle Poste, in ferrovia, all'Alitalia, nella sanità, nella scuola, ricerca e università i contratti a termine non vengono rinnovati, le aziende che affittano i propri dipendenti ad altre aziende non hanno più commesse. Sono questi lavoratori, in maggioranza giovani, le prime vittime della devastante crisi economica che sta stracciando il velo con cui si nascondeva un'economia drogata, fatta di alti consumi e microimpresa, finte partite Iva, banche apparentemente generose ma strozzine al momento della resa dei conti. L'Italia è un paese ad alto rischio con una disoccupazione che sta marciando a grandi falcate verso il tasso record dell'8 per cento. Sacrificati i precari, insieme ai lavoratori migranti che flessibili, precari e irregolari lo sono strutturalmente, ora tocca ai cosiddetti lavoratori "regolari", quelli con un contratto a tempo indeterminato. Sono centinaia di migliaia i posti di lavoro traballanti, tanti quanti sono gli esuberi dichiarati dalle imprese. Solo una parte di loro, quelli occupati nella grande industria, sono protetti dalla cassa integrazione e da un insieme di ammortizzatori sociali che i dipendenti di piccole e piccolissime imprese neanche si sognano. La cassa integrazione garantisce il 60-65 per cento dello stipendio, chi ne riesce a usufruire sarà costretto a tirare la cinghia, chi non ce l'ha va a ingrossare l'esercito dei disoccupati dove si troverà a competere con i giovani precari e gli immigrati nuovamente trasformati in clandestini (se perdono il lavoro, grazie alla legge razzista denominata Bossi-Fini perdono anche il diritto al soggiorno in Italia).

Da dove parte la crisi

L'epicentro del terremoto è nel nord, la parte più ricca d'Italia, quella locomotiva padana che attraeva capitali e braccia dai territori meno fortunati, spregiudicati e assistiti. L'intero comparto industriale è in crisi, il che determina un crollo dei consumi che travolge il settore commerciale, mentre l'esplosione della bolla immobiliare sta paralizzando l'edilizia: treni e pullman carichi di rumeni stanno riportando a casa un pezzo significativo dell'esercito del lavoro di riserva, mentre resistono ancora le badanti. Il primo grande comparto industriale a battere in testa è quello automobilistico: il crollo del mercato delle quattro ruote in Italia e in Europa – e oltre Atlantico le cose vanno ancora peggio – ha comportato una riduzione delle vendite di vetture Fiat di 400 mila unità nell'arco del 2008, mentre per il 2009 l'amministratore delegato della multinazionale torinese prevede una caduta degli ordinativi del 20 per cento sia nell'auto che nei camion e nelle macchine movimento terra. Gli effetti sociali sono facilmente immaginabili: da decenni le ferie natalizie degli operai Fiat non erano così lunghe, tutti gli stabilimenti sono chiusi e i dipendenti in cassa integrazione.

Marcia indietro dell'auto italiana

Nella filiera dell'auto, sono centinaia le imprese dell'indotto che subiscono a cascata le conseguenze del ridimensionamento della produzione di automobili, metalmeccaniche, chimiche, tessili, commerciali, della logistica e dei trasporti, del design e carrozzieri: per un posto di lavoro perso alla Fiat ne ballano altri tre. Marchionne ha ribadito la sua intenzione di non effettuare licenziamenti diretti (degli atipici si sono già perse le tracce e da tempo è bloccato il turnover) e di non chiudere stabilimenti. Ma Mirafiori non è mai stata sottoutilizzata come oggi, Termini Imerese non se la passa meglio e persino la Sevel in Val di Sangro che produce furgoni ed era il fiore all'occhiello del Lingotto è in cassa integrazione, così come i vari stabilimenti di camion Iveco sparsi in tutto il nord non girano. I piazzali sono pieni di automobili invendute, non solo a Torino e nei 5 stabilimenti italiani ma anche in Polonia. Persino in Brasile, uno dei punti di forza della Fiat, la crescita non è più a due cifre. Ci sono città come Torino, che nel bene come nel male continuano a ruotare intorno alla Fiat, vicine al collasso per il crollo dei consumi. Le nuove aziende insediate nel capoluogo sabaudo per ridurre la Fiat-dipendenza con l'avvio di lavori ad alto valore aggiunto e fortemente tecnologizzati sono in fuga: la Motorola, multinazionale americana dei telefonini, aveva rastrellato soldi delle amministrazioni locali per insediare a Torino un centro di ricerca che avrebbe dovuto dare lavoro a un migliaio di ingegneri e tecnici. Nell'arco di 6-7 anni ne ha assunti 370, di cui 170 precari già rimandati a casa e un mese fa ha annunciato la chiusura totale. La crisi è arrivata anche al settore motociclistico, forte nel nord e nel centro Italia.

I settori in perdita di velocità

Se l'auto piange, i lavoratori degli elettrodomestici stanno finendo le loro lacrime. In Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Marche è tutta una richiesta di cassa integrazione, mentre marchi storici come la Antonio Merloni sono al fallimento. Altre decine di migliaia di posti di lavoro stanno dunque saltando nel centro e nel nord Italia. In una regione "forte" come le Marche, con un modello di sviluppo simile a quello del nordest ma un po' più solido, la cassa integrazione è aumentata di oltre il 400 per cento in appena nove mesi. Ma è il nordest a destare più preoccupazione. Imprese a rete, filiere di lusso, tessile, chimica, meccanica, l'edilizia che vuol dire anche centinaia di cave altrettante società dei trasporti sono strangolate dalle banche che chiedono il rientro del debito accumulato. Il modello veneto, un'impresa per ogni campanile fino ad arrivare a un capannone in ogni subquartiere e frazione, si sta sbriciolando con la rapidità del suono. Consumi pazzeschi, non supportati da una ricchezza reale, stanno sfumando e la Confesercenti denuncia già migliaia di licenziamenti, secondo la Cgil in regione 300 mila giovani gravitano nell'indistinta orbita della precarietà. Persino la mitica filiera degli occhiali non regge ai colpi della crisi. La Marca trevigiana, Padova, Vicenza, Verona, Venezia, Belluno, cioè le capitali del miracolo nordestino, battono cassa. Le uniche navi che si costruiscono nei cantieri sono superpanfili. Del resto, in Emilia le aziende che tirano sono quelle del lusso, con la Ferrari che apre attività commerciali negli Emirati Arabi. In Lombardia e in Piemonte gli unici settori che tirano sono quelli delle armi e dell'aeronautica, si vede che la crisi non ferma le guerre e le politiche securitarie, che prevedono bombardieri o anche soltanto la pistola Beretta sotto il cuscino dell'ultima partita Iva o nel cinturone dei vigili urbani.

Le risposte del governo

Si potrebbe continuare a lungo snocciolando i dati impressionanti della crisi italiana. Magari aggiungendo che insieme al crollo della quantità del lavoro avanza il peggioramento della sua qualità. I salari si impoveriscono, la sicurezza in fabbrica e nei cantieri diventa un lusso, se in gioco c'è il posto di lavoro. Come affronta questa situazione il governo Berlusconi?

I sindacati divisi da Berlusconi

Nel modo peggiore, invocando un'improbabile unità nazionale, dividendo sindacati e lavoratori, cooptando nelle sue fila due delle tre confederazioni sindacali (Cisl e Uil), lanciando appelli appassionati all'ottimismo e ai consumi a una popolazione impoverita, a operai senza lavoro, a ceti medi proletarizzati, insomma a chi non riesce a pagare il mutuo della casa. E poi, soldi alle banche e alle grandi imprese, mentre ai vecchi e nuovi poveri, pensionati e licenziati, offre una social card da 40 euro al mese. Una mancia, una provocazione. Nulla per le aziende piccole e artigiane che le banche stanno strozzando, moltiplicando così fallimenti e licenziamenti di massa.
Se Berlusconi invita i senza reddito a consumare, Tremonti fa appello agli uomini liberi e forti. Ma a chi parlano questi marziani, domanda la Cgil? Il sindacato guidato da Guglielmo Epifani è stato messo all'indice, espulso dai luoghi delle decisioni per il suo rifiuto a sottoscrivere una controriforma del sistema contrattuale che avrebbe cancellato i contratti nazionali di categoria. Ha reagito, la Cgil, tornando nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche e uffici pubblici, denunciando gli accordi separati siglati con Cisl e Uil nell'artigianato, nel commercio, nel pubblico impiego e via firmando. Contro le ricette classiste del governo la Cgil chiede un piano straordinario per salvaguardare posti di lavoro e redditi, estendendo la rete degli ammortizzatori sociali a tutti, precari compresi; detassando le tredicesime dei lavoratori dipendenti e aiutando i pensionati; sospendendo per due anni la Bossi-Fini per impedire l'espulsione massiccia di lavoratori migranti. Ricette semplici, che il maggior sindacato italiano, sotto le spinte delle categorie più forti e combattive (i metalmeccanici della Fiom e la Funzione pubblica), ha deciso di sostenere con uno sciopero generale di tutte le categorie fissato per il 12 dicembre. Un appuntamento importante preparato da scioperi e iniziative di lotta nei territori o promosse dalle categorie, scuola in testa insieme a Università e ricerca. E il nuovo movimento degli studenti che si è rimpossessato dei luoghi del sapere e della conoscenza ha già dato la sua adesione allo sciopero della Cgil del 12 dicembre. Stessa scelta, tutt'altro che scontata, è stata fatta dai sindacati di base. Le sinistre, come le stelle, stanno a guardare. Il Partito democratico traballa, diviso tra le sue componenti legate alla Cgil e alla Cisl, e ritrova una precaria unità nell'appello improbabile quanto insensato all'unità sindacale, per costruire l'unità del paese. Siamo tutti sulla stessa barca? Peccato che c'è chi sta al comando, chi rema e chi viene buttato a mare.

Pubblicato il 

28.11.08

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