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L'editoriale

Un disastro firmato Europa

di

Claudio Carrer

Quella consumatasi una settimana fa a Lampedusa era una tragedia annunciata. Anzi: pianificata a tavolino dai governi e dai parlamenti europei, che, a colpi di leggi xenofobe e razziste approvate nell’ultimo decennio, hanno trasformato il Vecchio Continente in una fortezza sempre più impenetrabile e ormai incapace di distinguere trafficanti e passatori dalle persone che tentano di scappare dalla guerra o dalla miseria.


Le dimensioni di questo disastro e le crude immagini delle centinaia di cadaveri di donne, di bambini e di ragazzi ripescati in mare suscitano le solite reazioni d’indignazione, di commozione e di cordoglio, oltre che patetici pellegrinaggi sull’isola delle autorità.
I dirigenti politici dell’Unione e dei suoi paesi membri promettono all’unisono misure volte a impedire il ripetersi di una simile vergogna, ma le loro sono solo parole vuote dettate dalla “spettacolarità” del naufragio di Lampedusa, che non è il primo (negli ultimi vent’anni sono più di 20.000 i rifugiati morti annegati nel Mediterraneo nel tentativo di attraversarlo) e che purtroppo non sarà l’ultimo se si continuerà ad affrontare i flussi migratori con le barriere e l’ipocrisia.


Se quei cinquecento disperati sono saliti a bordo della carretta del mare rovesciatasi a Lampedusa è anche perché gli stati europei (Svizzera compresa, attraverso la modifica di legge approvata in votazione popolare lo scorso giugno) hanno abolito la possibilità di presentare domande d’asilo nelle ambasciate. Una via che consentiva alle persone maggiormente minacciate di ottenere un’autorizzazione per raggiungere l’Europa in aereo e di evitare di finire nelle mani dei mercanti di esseri umani che gestiscono le rotte migratorie o dei trafficanti di organi.


Lampedusa, con i suoi morti e con le condizioni disumane cui sono costretti i sopravvissuti, è lì a dimostrare il fallimento di queste politiche. Basti pensare a come si stia affrontando la crisi siriana, con i suoi 2,2 milioni di rifugiati che a fine anno (secondo stime delle Nazioni Unite) potrebbero diventare 3,2 milioni e 5,2 nel 2014: l’Europa chiede ai paesi limitrofi (Turchia, Giordania, Iraq, Libano, Egitto) di tenere aperte le frontiere ma continua a tenere chiuse le sue.


Anzi, progetta addirittura di renderle ancora più impenetrabili: proprio mentre area va in stampa, l’Europarlamento discute l’adozione di un sistema rafforzato di sorveglianza delle frontiere esterne (denominato Eurosur) che prevede l’impiego di satelliti, radar e droni per identificare “prima e meglio” i flussi di migranti e rifugiati che dall’Africa tentano di raggiungere  l’Europa. In sostanza per fermarli quando ancora sono sulle coste africane: è dunque con giganteschi strumenti di alta tecnologia che l’Europa “risolverà il problema” delle piccole imbarcazioni stipate di disperati.

 

Pubblicato

Lunedì 14 Ottobre 2013

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