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Un comunista eretico

di

Tommaso Pedicini
Stefan Brandt, docente di psicologia clinica presso la Freie Universität di Berlino, il 17 giugno 1953 aveva appena quattro anni. Solo a distanza di molto tempo, attraverso i racconti dei genitori, ha compreso quale svolta abbia segnato quella data nella vita della sua famiglia. Per suo padre, Heinz Brandt, dirigente comunista della Repubblica democratica tedesca, sopravvissuto allo sterminio nazista, la rivolta operaia di Berlino Est coincise infatti con l’inizio del secondo calvario della sua tormentata esistenza. «Mio padre – ricorda Stefan Brandt – fu, all’interno della Sed, dove svolgeva un importante compito nella sezione propaganda, il più deciso avversario dell’aumento dell’orario di lavoro e delle quote di produzione, decisi dal gruppo dirigente. Li riteneva provvedimenti ingiustificati, destinati solo ad esasperare i lavoratori. Cosa che puntualmente accadde. Come reagì Heinz Brandt nel vedere che le rivendicazioni dei lavoratori, da economiche, divennero ben presto di natura politica? Nel corso di conversazioni private con pochi amici fidati, mio padre era solito confessare le sue speranze in una graduale trasformazione del sistema. La morte di Stalin lo induceva ad essere ottimista. Chiaramente, per un dirigente del partito, convinto, come era mio padre, della possibilità di realizzare uno stato socialista, non era possibile riprendere in pubblico anche solo parte delle richieste di apertura che si levavano dalle piazze. Quale era, ad anni di distanza e dopo tante traversie, il giudizio storico di suo padre sui fatti del giugno ’53? Certamente un giudizio complesso. Da una parte mio padre, da comunista libertario, non poteva che approvare un movimento operaio che nasceva dal basso, sulla base di concrete richieste materiali. D’altra parte, però, nei moti del 17 giugno, egli individuava anche un enorme errore tattico. Infatti, proprio nel momento in cui, in tutto il blocco comunista, cominciava lo smantellamento dell’apparato repressivo staliniano, la rivolta di Berlino Est e le sue richieste politiche massimaliste portarono, paradossalmente, al rafforzamento del gruppo Ulbricht. Mio padre ripeteva di continuo che se gli scioperanti avessero limitato il terreno di scontro alle sole condizioni di lavoro, i vertici della Sed sarebbero stati presto sostituiti da personale politico più adatto alla nuova fase storica. E forse anche il suo sogno di un socialismo dal volto umano si sarebbe potuto realizzare. Con la repressione della rivolta arrivarono anche le sanzioni per suo padre, degradato nella gerarchia del partito e costretto a guadagnarsi da vivere con un modesto impiego. Il progetto della fuga a Ovest nacque già in quell’estate del ‘53? No, anche dopo l’intervento sovietico mio padre continuò a sperare in un processo di democratizzazione del comunismo nella Ddr. Oltretutto la prospettiva di scappare in una Repubblica federale che in quegli anni, sotto la guida di Konrad Adenauer, si avviava a passi decisi sulla via del riarmo e dell’atlantismo, senza nemmeno tentare un processo di denazificazione all’interno delle proprie gerarchie militari, non lo allettava affatto. In realtà, già dopo il 17 giugno 1953, tutta la mia famiglia sarebbe potuta salire sulla metropolitana e, nel giro di mezz’ora, ci saremmo ritrovati a Berlino Ovest. Prima della costruzione del muro, nel 1961, le fughe verso l’altro settore erano facilmente attuabili. Mio padre decise di fuggire, portandoci con sé, solo nel settembre del 1958, quando il rischio di essere arrestato si era fatto serissimo. Come fu l’impatto con l’altra Germania? Gli inizi furono estremamente difficili per tutti noi. Per noi bambini che, educati secondo i precetti dell’ideologia comunista e privati improvvisamente di amicizie e punti di riferimento extrafamiliari, non riuscivamo a orientarci nella nuova società. Per mia madre Annelise, giornalista radiofonica e militante della Sed, che del capitalismo e delle sue strutture aveva condotto sempre una critica serrata. Ma soprattutto per mio padre. Un “comunista eretico”, come lui stesso amava definirsi, era destinato ad essere guardato con sospetto anche all’interno dell’Ig Metall (il sindacato dei metalmeccanici per il cui periodico, “Metall”, prese a lavorare) che del partito socialdemocratico cui andò via via avvicinandosi. Se infatti per l’ala più conservatrice della Spd Heinz Brandt “odorava”, nonostante tutto, ancora troppo di Ddr, gli esponenti della sinistra interna non riuscivano a comprenderne a pieno il dramma umano e politico. Il rapimento da parte della Stasi nel 1961 e la conseguente mobilitazione internazionale per liberarlo fecero di suo padre un personaggio estremamente noto. Quella fama improvvisa modificò in qualche modo la vita di Heinz Brandt? Una volta rilasciato e tornato da noi a Francoforte, mio padre cercò di evitare il più possibile il contatto con i mass media. Tra le condizioni del suo rilascio dalla prigione di Berlino Est vi era infatti il divieto di rendere dichiarazioni pubbliche sulla propria odissea. Non mancarono, inoltre, quelli che, nel governo conservatore come nella Spd, cercarono di usare le vicissitudini di mio padre per il proprio tornaconto politico. Ma lui non si fece mai condizionare: accanto ad un giudizio definitivo di condanna del regime poliziesco della Ddr, era solito ribadire la speranza nella realizzazione di una società veramente socialista. E questo soprattutto nel corso delle celebrazioni annuali per l’anniversario della rivolta del 17 giugno, dove era sempre richiestissimo come oratore e testimone. Che definizione dava di sé stesso Heinz Brandt negli ultimi anni della sua vita? Mio padre si considerava un neomarxiano e come tale criticava i marxisti intenti ad applicare fedelmente le categorie del pensiero di Marx, concepite oltre un secolo prima, alla realtà degli anni ’70 e ’80. Secondo lui, su una vasta base marxiana, si dovevano innestare nuovi spunti legati alla realtà contemporanea. Per questo riteneva interessanti e irrinunciabili pensatori, tra loro anche molto distanti, come Ernst Bloch, Bertrand Russel o Erich Fromm. Insomma un eterodosso, un eretico, un personaggio scomodo (anche per i partiti e i movimenti cui si diceva vicino), questo è stato Heinz Brandt fino all’ultimo dei suoi giorni. Un uomo "contro" Heinz Brandt nasce nel 1909 a Poznan (attuale Polonia) da una famiglia di operai ebrei di tendenze socialiste. Nel 1928 entra a far parte dell’organizzazione giovanile del partito comunista tedesco (Kpd). Arrestato nel 1934 dalla Gestapo per propaganda sovversiva, trascorre undici anni nei lager di Hitler, fino alla liberazione, avvenuta nel 1945. Ad Auschwitz non sopravvivono invece i suoi genitori ed un fratello. Sorte altrettanto grama tocca ad un altro fratello di Heinz Brandt, rifugiatosi nel 1932 a Mosca, e fucilato nel corso delle grandi epurazioni staliniane, e alla sorella, deportata in Siberia. Scampato al lager nazista, Brandt si butta a capofitto nel lavoro politico, credendo sinceramente nella possibilità di costruire il socialismo nella Repubblica democratica tedesca. Addetto alla propaganda della Kpd prima ed in seguito della Sed (il partito unico della Ddr, nato dalla fusione tra comunisti e socialdemocratici), la rivolta del 17 giugno 1953 lo trova schierato dalla parte degli operai che protestano contro il carovita e per la riduzione dell’orario di lavoro. L’essersi fatto portavoce delle loro rivendicazioni lo rende sospetto ai vertici del partito che lo emarginano e gli impongono di abbandonare l’ufficio propaganda per un modesto impiego in una casa editrice. Per sfuggire ad un arresto che sembra ormai solo questione di tempo, nel settembre 1958 Brandt fugge a Berlino Ovest assieme alla la moglie e ai tre figli. Da lì passa a Francoforte sul Meno dove gli viene offerto un posto di redattore nel giornale della Ig Metall, il sindacato dei metalmeccanici. La passione politica intanto non lo abbandona e pur da “comunista eretico” – quale ama definirsi – Brandt si avvicina ai socialdemocratici. Nel giugno del 1961 é di nuovo a Berlino Ovest per un congresso sindacale. In circostanze mai del tutto chiarite, agenti della Stasi (la polizia segreta della Ddr) riescono a rapirlo e a riportarlo all’Est, dove viene sottoposto a un processo-spettacolo e condannato per spionaggio a 13 anni di lavori forzati. Una vasta campagna internazionale promossa da Amnesty International, e sottoscritta da intellettuali del calibro di Bertrand Russel, Erich Fromm ed Edgar Morin, ne ottiene la liberazione dopo tre anni. Dal maggio 1964 Brandt è nuovamente nella Repubblica federale tedesca, dove riprende il suo lavoro di sindacalista e autore. Anche dopo la pensione Brandt rimane attivo politicamente. Verso la fine degli anni ’70 rompe col sindacato e la Spd sulla questione del nucleare e si avvicina al movimento ecologista, da cui però si distacca dopo pochi mesi, giudicandolo “troppo settario”. La morte lo coglie a 76 anni, nel 1986, nel pieno di due nuove battaglie: l’impegno col movimento pacifista tedesco e l’appoggio alle lotte del sindacato polacco Solidarnosc. L’insurrezione dei lavoratori Le direttive in politica economica varate dal secondo congresso della Sed, il partito unico della Repubblica democratica tedesca, nel luglio del 1952 (spinta alla collettivizzazione nelle campagne e priorità allo sviluppo dell’industria pesante) si dimostrarono ben presto fallimentari. I primi mesi del 1953 furono caratterizzati infatti da una grave crisi agricola, che portò con sé seri problemi nell’approvvigionamento dei grandi centri urbani, e da un calo generalizzato della produzione industriale. Pur in un contesto di timida apertura del blocco sovietico, seguito alla morte di Stalin (5 marzo 1953), i vertici della Ddr imposero ai propri cittadini una ricetta draconiana per uscire dalla crisi economica: aumento degli orari di lavoro e delle quote di produzione in tutti i settori industriali. A partire dagli inizi di giugno cominciarono a verificarsi le prime proteste e anche le fughe verso Ovest, tentate o riuscite, aumentarono sensibilmente. I primi a incrociare le braccia furono gli operai edili dei grandi cantieri sulla Stalinallee, il viale più rappresentativo di Berlino Est (oggi Karl Marx-Allee). Agli edili si aggiunsero ben presto i lavoratori degli altri settori e la protesta perse presto gli originari connotati economici per assumere il carattere di rivendicazione politica. Tra le richieste delle decine di migliaia di manifestanti che, tra il 15 e il 16 giugno, affollarono le strade di Berlino e delle principali città della Ddr, vi erano le dimissioni di Walter Ulbricht da segretario del partito, elezioni libere e la riunificazione tra le due Germanie. Anche la marcia indietro del comitato centrale della Sed sull’aumento dell’orario di lavoro e delle quote di produzione, resa nota nel pomeriggio del 16 giugno, non servì a fermare la protesta. Per il giorno successivo venne proclamato uno sciopero generale e nella notte tra il 16 ed il 17 gli scioperanti assaltarono caserme della polizia e prigioni, liberando oltre un migliaio di detenuti. Inevitabile a quel punto l’intervento sovietico. La mattina del 17 giugno i cortei dei manifestanti si trovarono le strade sbarrate dai blindati dell’Armata Rossa, ogni tentativo di reazione venne represso nel sangue. I morti, il cui numero preciso non fu mai accertato, furono almeno un centinaio. La rivolta, presto archiviata dai vertici della Sed come “provocazione occidentale”, era finita. Per Heinz Brandt (che dal principio aveva appoggiato le rivendicazioni operaie), e per molti come lui, cominciava un lungo e tormentoso congedo dal sogno di un comunismo dal volto umano. Con il fiuto politico che gli era proprio – e una buona dose di cinismo – il cancelliere cristianodemocratico Konrad Adenauer si appropriò del 17 giugno, proclamando quella data festa nazionale della Repubblica federale tedesca.

Pubblicato

Venerdì 13 Giugno 2003

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