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Affari nostri

Un comunicato stampa non è una notizia

di

Serena Tinari

È stata la notizia clou della scorsa settimana. A canali unificati, i media di tutto il pianeta hanno scritto del vaccino contro il ‘nuovo coronavirus’ sviluppato da Pfizer. Il Corriere del Ticino, per esempio, ha ripubblicato il lancio dell’Ats con titolo: “Il vaccino di Pfizer efficace al 90%, il mondo esulta”. Novanta è un numero impressionante e l’annuncio ha provocato una serie di effetti a cascata. Il primo: sono aumentate di valore le azioni delle ditte coinvolte (Pfizer e BioNTech) e delle compagnie aeree. Sono calate quelle di aziende legate alla cosiddetta industria del lockdown, dunque strumenti per l’home office come Zoom e servizi per la consegna di cibo a domicilio. Insomma, non solo i caporedattori, ma anche la borsa ha preso sul serio la notizia. Eppure, cotanta agitazione si fonda esclusivamente su un comunicato stampa. Non parliamo di uno studio scientifico, neanche uno che non sia stato ancora sottoposto a peerreview, come si usa in questi strani tempi. Solo un comunicato stampa, scritto dal produttore, testo ripreso da tutti i media. Intendiamoci, succede. Per questo le aziende si dotano di professionisti delle pubbliche relazioni, perché scrivano comunicati destinati a essere copiati e incollati dal giornalista pigro di turno.

 

Eppure, non ci vuole una laurea in ingegneria spaziale per sapere che un comunicato stampa non è una notizia. In particolare nel mondo della medicina, dove conta l’evidenza e l’evidenza è materia complessa, c’è da andarci cauti con le strategie promozionali dell’industria farmaceutica. E invece è accaduto. Titoli trionfali, per un istante di commozione planetaria. Vi siete commossi anche voi? E il comunicato stampa, l’avete letto? In inglese, si trova qui.
Riferisce Pfizer che il vaccino avrebbe mostrato un’efficacia mirabolante in 94 persone. Il comunicato non contiene dettagli. Novantaquattro è un numero minuscolo, se pensiamo a quanti milioni di persone potrebbero ricevere questo vaccino.

 

Peggio mi sento, come giornalista specializzata in salute pubblica, sapendo che la Food and Drug Administration, la cui autorizzazione per il mercato ha enorme influenza, ha fissato la barra ad appena 164 cavie umane. Passata questa soglia, il produttore potrà chiedere l’omologazione. Si tratta della cosiddetta ‘Emergency Use Authorization’, che fa parte della famiglia delle ‘fast track’, approvazioni alla velocità della luce che negli ultimi anni vanno per la maggiore e che però non sono prive di rischi. Ci sono infatti buone ragioni, perché il meccanismo che porta farmaci e vaccini nelle nostre case prende di solito più tempo.

 

Abbiamo, insomma, più di un motivo di preoccupazione e sarebbe prezioso, se i media potessero evitare di presentare come fatto scientifico un’operazione di PR. Peggio mi sento con i governi: incredibilmente, in base a quel comunicato stampa la Commissione europea ha firmato con Pfizer un contratto per l’acquisto di 200 milioni di dosi e un’opzione per altri 100 milioni. Berna ha messo sul piatto cento milioni di franchi. L’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, ha dichiarato: «Oggi è una giornata straordinaria per la scienza e per l’umanità».Nelle stesse ore, Bourla vendeva per 5,56 milioni di dollari il 60 per cento delle sue azioni Pfizer. I maligni si sono chiesti come mai; se la prospettiva di questo vaccino è straordinaria, non gli conveniva vendere più avanti? Altri hanno fatto notare la tempistica quanto meno sospetta. Secondo Pfizer, la vendita era programmata dall’estate e solo per un accidente della sorte è arrivata dopo comunicato stampa, eco mediatica e rialzo in Borsa.

Pubblicato

Giovedì 19 Novembre 2020

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